MARIO APPELIUS.
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ASIA GIALLA.
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GIAVA, BORNEO, INDOCINA, ANNAM, CAMBODGE, LAOS, TONKINO, MACAO con 60 illustrazioni.
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Parte 2.
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1926. TIPOLITOGRAFIA TERRAGNI & CALEGARI, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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Mi-Bh.
La pianura degli specchi.
Alla Corte del re del Camboge.
Angkor-Vat.
Prima iniziazione ai misteri della politica.
Le danzatrici di re Sisovat.
Piccole considerazioni spiacevoli.
Le bianche steppe.
Il "signor Kop".
La tragedia d'una razza.
Nel decrepito Annam.
La pianura dei morti.
Grandezza e miseria di un Imperatore d'Asia.
Da Haifong ad Hanoi.
Nella baia d'Along.
Discendenti di pirati.
Le caverne nere d'Honghai.
Politica coloniale.
Macao.
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Fine indice.
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Mi-Bh.
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SAIGON, 21 maggio.
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Nell'aula severa della Corte d'Assise gli occhi obliqui delia folla gialla fissano i caratteri sibillini del "mane tehel fares" d'occidente: "Libert, Egalit, Fraternit"! E mentre il difensore d'ufficio fa appello alla coscienza dei giudici perch tengano conto delle leggi millenarie alle quali l'imputata ha obbedito, Mi-bh si guarda sorridendo le piccole unghie di porcellana.
Il presidente ha la testa calva e la barbetta alla Poincar, i due giudici coi baffi spioventi alla Briand, mostrano un avanzo di capelli impomatati. I gendarmi annamiti, coi capelli lunghi annodati sul cocuzzolo, sembrano brutte donne malate d'itterizia travestite da poliziotti per una "pochade" parigina. Le faccie degli interpreti, degli uscieri, degli scribacchini, dei segretarii, dei piantoni di servizio fanno parere ancora pi carino il viso di pupattola di Mi-bh.
Mi-bh ha un pigiama nero a bottoncini dorati come usano le "conghai", cio le donne dell'Annam che convivono maritalmente con un bianco, sposate in perfetta regola secondo il rito annamita, il quale per non ha valore dinanzi ai tribunali civili della colonia. Un bel giorno il marito bianco riparte per l'Europa, magari per sposare nel villaggio natio una ragazza allampanata piena di soldi, e lascia la "conghai" coi figli al suo destino. Umile storia, sempre eguale! Nei salotti della colonia  cattivo gusto dare importanza a queste inezie. Colui che per caso innalza la piccola "conghai" al rango di madame o di mistress portandola dinanzi all'uffiziale civile  segnato a dito dalle misses e dalle zitelle come un... traditore della razza.
Mi-bh ha sacrificato al marito occidentale tante piccole abitudini dell'Annam, quella per esempio di tingersi i denti di rosso o di nero con la vernice di betel, quella di lubrificare i capelli con l'olio di ricino, d'unire col bistro nero le sopracciglia come nelle maschere delle pagode, d'appiattire i seni con una fascia strettissima di garza. Basta guardarla per capire che  "sposa" d'un bianco. Essa gli ha dato il suo corpo di bambola annamita, forse anche la piccola anima che ha l'istinto dell'edera. Il vezzo di corallo che le casca dal collo sul seno ancora infantile non  un monile d'Estremo Oriente:  una cosa d'Occidente, e quei grani rossi alternati con boccole di filigrana stonano un po' sulla tunica nera sotto il viso di maiolica dipinta.
Io non so nulla di Mi-bh eccettuato il suo nome che m'ha appreso il presidente durante l'interrogatorio. Credevo d'entrare in un tempio di Confucio che m'avevano indicato dietro il mercato delle terrecotte e mi sono trovato nel cortile del Palazzo di Giustizia. Sono entrato egualmente perch anche questo  un tempio nel quale s'imparano tante cose e sovente s'intravedono i segreti di mille anime.
Quando l'avvocato termina la sua arringa, i giudici si ritirano lentamente, dignitosi e solenni. Escono anche gli avvocati, i segretarii, gli uscieri, gli scribacchini, gli interpreti, le donne-gendarme e l'imputata. Il rumore e la polvere che la Corte fa nel ritirarsi, sono adeguati all'importanza della sua funzione.
Nell'aula rimangono la folla silenziosa dei gialli ed i busti di gesso allineati dietro i seggi dei magistrati: Waldek-Rousseau, Jules Ferry, Thirs, Gambetta.
La folla gialla ed i grandi uomini di gesso hanno l'aria di contemplarsi. Il sole ardente della Cocincina infiamma le vetrate. Le tre parole formidabili del frontispizio pesano sull'ambiente. "Libert! Egalit! Fraternit!". Per esse un giallo  condannato od assolto in nome della Giustizia secondo i principii del Codice napoleonico, applicati a gente d'un'altra civilt, d'un altro spirito, d'un altro mondo.

La sentenza sar pronunciata nel pomeriggio, dopo la colazione dei magistrati. Gli intingoli del ristorante ed i nervi delle mogli peseranno indubbiamente sul verdetto della povera Mi-bh.
Mancano tre buone ore per la ripresa del processo, ma la folla gialla resta nell'aula perch non sa dove andare. Sono quasi tutti marinai di "sampan", facchini del molo fluviale, battellieri del fiume che hannio le loro case galleggianti sul Mekong. Si sono riuniti al Palazzo di Giustizia per tenere compagnia a Mi-bh che  una della loro casta. I "sampan" sono lontani dal Palazzo, allineati lungo il molo delle banane, all'imboccatura del canale di Cholon. La distanza per andare e tornare  lunga e le strade sono piene di sole. Oggi  mercato di riso ed i negozianti cinesi cercano i "sampan" annamit pel trasporto a buon prezzo dei sacchi e delle ceste, ma Mi-bh  una figlia del fiume, nata a bordo d'un "sampan", ed ha diritto fino all'ultimo all'assistenza degli uomini del suo sangue.
 vero che Mi-bh ha disobbedito alla legge diventando "conghai", invece d'accomodare le reti e di lustrare i "sampan" come le sue mille sorelle, ma ha riscattato largamente la sua piccola colpa col suo ultimo gesto. Mi-bh  in regola coi riti e solo il rito conta nell'Annam.
L'anima di suo padre buttato nel fiume durante una rissa da un mercante cinese, doveva essere vendicata secondo la legge millenaria del Cing. Toccava a Mi-bh, unica discendente, di placare l'anima paterna e di impedire che il suo spirito esacerbato si trasformasse in un genio malefico pei battellieri di "sampan". Mi-bh lo sapeva. Era il suo destino. Fin dalla infanzia era stata educata al culto sovrano degli Avi ed al rispetto dei riti secolari le cui origini si perdono nelle penombre della razza. Si pu dire che suo padre e sua madre non gli avevano insegnato altro. Per la sua piccola anima annamita tutto il "dovere" e tutto "l'onore" erano concentrati nella scrupolosa osservanza dei riti.
Pareva che Mi-bh diventando "conghai" avesse dimenticato gli insegnamenti della famiglia e le tradizioni millenarie della sua gente, che si fosse traviata, che fosse diventata una "figlia perduta", occupata solo delle sue vesti di seta, dei suoi parasoli di raso e dei suoi vezzi di giada. Nei "sampan" del molo delle banane ne parlavano come d'una rinnegata, e se talvolta una sua amica d'infanzia od un uomo del fiume la incontravano al bazar di Cholon, voltavano la faccia dall'altra parte per non incrociare i suoi occhi. Al processo Mi-bh aveva pianto raccontando l'affronto.
No, Mi-bh non aveva dimenticato. Se col tempo aveva finito per adottare tanti usi e tante abitudini dell'uomo bianco che amava, nel vestire, nel mangiare, nella maniera di vivere ed anche un po' di pensare, non aveva mai tralasciato di bruciare mattina e sera le cartine profumate della "preghiera" dinanzi all'altare degli antenati e di offrire loro ad ogni pasto una tazza di riso ed un bocconcino di frutta. Ed ogni mese era andata, al tempo della luna nuova, alla Pagoda degli Spiriti dinanzi al grande Buddha dell'Annam a chiedere indulgenza pel suo amore colpevole.
Ed un giorno che l'assassino di suo padre, diventato un ricco negoziante del molo del riso e fornitore del governo, era capitato in casa sua per parlare d'affari col "marito", Mi-bh nascosta dietro un paravento aveva aspettato che le passasse vicino per conficcargli nelle spalle il coltello da marinaio di suo padre. Tutto s'era svolto regolarmente secondo il comandamento dei secoli com' detto nelle storie e nelle canzoni.
La mano aveva tremato un po' nel dare il colpo e la ferita non era stata mortale. Se il cinese fosse stato un povero diavolo qualunque, forse la cosa si sarebbe potuta accomodare dinanzi al giudice indigeno di conciliazione, ma Teo-li  un pezzo grosso di Cholon, fornitore del Governo, consigliere municipale, amico del "grande governatore", mentre il marito di Mi-bh  solamente un piccolo sottotenente della fanteria coloniale, arrivato da un anno dalla Francia senza appoggi e senza protezioni.
Al processo sono sfilati i testimoni di parte civile e di difesa: tutti cinesi i primi che si sono sperticati in elogi sulla bont d'animo e sulla rettitudine di Teo-li, grassi cinesi di Cholon in tunica e pantofole di raso che parlando correntemente il francese hanno reclamato una punizione esemplare: tutti annamiti i secondi, poveri battellieri del fiume, facchini del molo delle banane, marinai di "sampan" incartapecoriti dal sole di Cocincina e dall'oppio di Mekong, che hanno tentato di ricostruire l'assassinio del padre di Mi-bh e di spiegare all'uomo dal cranio lucido la consuetudine millenaria della Legge di discendenza.
il Procuratore della Repubblica funzionante da Pubblico Ministero, ha disturbato Cicerone e tirato in ballo Fnlon, ha elogiato le qualit mirabili della colonia cinese di Cholon che collabora lealmente col governo sul terreno economico, ha ricordato le somme sottoscritte durante la guerra da Teo-li per i "poilus" della Somme, ha dipinto con foschi colori l'ambiente equivoco dei battellieri di "sampan" nei quali rivive lo spirito degli antichi pirati del Mekong, ha tuonato contro la barbarie delle tradizioni annamite che minano nelle fondamenta la pacifica convivenza sociale, favorendo l'infiltrazione dell'odiosa propaganda bolscevica, poi dopo aver vuotato uno sull'altro due enormi bicchieri d'acqua ha chiesto alla saggezza del Tribunale un verdetto esemplare per togliere dalla circolazione una delinquente precoce che ha nel sangue gli istinti dell'assassinio e della depravazione.
Ogni tanto Mi-bh sollevava gli occhi di smalto e sorrideva. Quando il Procuratore della Repubblica alzava troppo la sua voce, i suoi piccoli occhi di bambola dell'Estremo Oriente s'ingrandivano in una espressione indicibile di terrore.
In favore dell'imputata ha deposto il sottotenente della fanteria coloniale. La voce del giovane era piena di sincerit e gli occhi onesti erano ombreggiati dal dolore.
"Innocente come una bimba dei nostri paesi - egli ha detto alla fine - dolce, buona, affettuosa, naturalmente incline alla piet, gentile coi servi e con lutti, generosa coi poveri, disinteressata, incapace di far male ad una farfalla, perfino di uccider una mosca, non riesco a comprendere come abbia potuto ferire Teo-li. Se non fosse qui in mezzo ai gendarmi, dinanzi al Tribunale, non lo crederei possibile. La disgraziata deve avere realmente obbedito ad una imperiosa legge ereditaria di cui il nostro spirito occidentale non riesce a concepire la potenza. Chiedo piet per la sua giovinezza e per la sua profonda innocenza. Essa ha obbedito ad un ordine misterioso scaturente dalle profondit della razza".
Ed i giudici coi baffi alla Briand hanno sorriso paternamente alla cecit dell'amore.

Per ultima ha parlato Mi-bh. Un po' in francese, un po' in annamita, un po' nel dialetto del fiume, la "conghai" ha cercato di ricostruire i due drammi: quello lontano della rissa sul fiume al quale assistettero i suoi occhi di cinque anni, quello vicino che ha avuto per sfondo un paravento di seta dipinto ad ibis azzurre. E le ibis azzurre avevano molto posto nel discorso dell'imputata.
Ad ascoltarla s'aveva la sensazione dello sforzo che doveva compiere il suo piccolo cervello per sintetizzare l'accaduto, per spiegare agli altri ci che essa stessa non riusciva a spiegarsi. Le sue parole dipingevano un quadro pieno di macchie nere, dominato dagli spettri degli antenati, dall'ombra formidabile della Legge, da un paravento di seta dipinta sul quale due ibis azzurre indicavano coi lunghi becchi gialli la strada del destino.
Dinanzi alla sua mente sconvolta i pensieri scaturivano confusamente sotto forma di piccole visioni incoerenti, brevi e senza seguito. Sulle sue labbra certi particolari insignificanti s'ingigantivano smisuratamente e su di essi la "conghai" si soffermava lungamente quasi avessero il potere di commuovere i suoi giudici. Certo tra la folla e Mi-bh esistevano misteriose correnti d'intesa, perch certe inezie che avevano l'aria di annoiare i magistrati suscitavano un lungo mormorio di commenti nel popolo dei "sampan ".
Il dramma lontano, contestato dalla parte civile e dal Procuratore della Repubblica, assumeva sulle labbra dell'imputata la potenza di un'ossessione. Il morto compariva ogni notte in sogno dinanzi a sua figlia. Il giorno del ferimento era dietro al paravento di seta dipinta mentre Teo-li discuteva col "signore bianco" di riso e di "sampan". Era il padre morto di quella notte lontana, cos com'era stato ripescato dall'acqua gialla del Mekong, livido, gonfio, tumefatto, gli occhi di vetro sbarrati che luccicavano come "quelli del grillo". Il padre aveva comandato, essa aveva obbedito! Era andata nelle sua stanza, aveva cercato il coltello che sua madre le aveva consegnato prima di morire, l'aveva trovato nel piccolo baule di tek sotto la tunica violetta coi bottoncini di giada, l'aveva nascosto nei capelli, e sempre accompagnata dall'ombra del padre era ritornata dietro il paravento accanto alle due ibis azzurre.
- Avete colpito per uccidere? - ha chiesto il magistrato di destra aggraziato d'un bitorzolo a met del naso.
- Quando Teo-li  passato vicino al paravento io tremavo tutta. Se egli avesse camminato non avrei colpito. Il destino ha voluto invece ch'egli si fermasse. Vedevo la sua carne alzarsi ed abbassarsi sotto la seta gialla, sentivo il suo odore, il rumore del suo respiro. Gli occhi di mio padre, luminosi come lucciole della notte, mi penetravano fino in fondo al cuore. Il suo coltello mi pesava nei capelli. Allora l'ho tolto perch mi dava noia. Poi non so pi... Teo-li gridava, tanta gente correva, il paravento era per terra, il "signore bianco" mi carezzava e mi ripeteva: - Cosa hai fatto, Mi-bh, cosa hai fatto, Mi-bh...
E nel narrare, la piccola "conghai" ogni tanto sorrideva come sorridono le "conghai", senza un motivo, perch hanno la bocca fatta cos, un po' tirata agli angoli delle labbra.
La folla gialla aspetta quietamente nella sala dei busti di gesso. La ritrovo come l'ho lasciata. Anch'io sono in anticipo. Manca una buona mezz'ora per la ripresa della seduta.
Un grosso ananas tagliato a fette sottili da una bisavola fa il giro dei tre primi scranni. Il frutto fresco diffonde nell'aria satura di fiati e di sudore il suo forte profumo d'Oriente. Poi un ometto dalle mani di cartapecora tira fuori un cartoccio di polpette che passa di mano in mano fino al quinto banco. Altri involti sono fraternamente divisi nelle file successive per ingannare la fame, e volta per volta un odore potente rivela la natura del commestibile: pesce secco, uova di pavone in conserva, manghi di Singapore, pur di gamberi in salamoia.
Il pavimento  tutto schizzettato di macchiette rosse per gli sputi del betel che marmorizzano anche gli zoccoli delle pareti.
Se questa folla fosse cinese, il chiasso sarebbe insopportabile:  annamita invece, quindi quieta, misurata nei gesti e nella voce, quasi immobile. La conversazione generale  come il bruso di uno sciame di api. Certe figurine sembrano di cartapesta tanto sono senza movimento. Diverse "conghai", amiche di Mi-bh, sono riunite in disparte su d'un banco. I braccialetti dei polsi e delle caviglie tintinnano argentinamente. Le loro tuniche di seta a ricami d'oro contrastano con le umili cotonine dei battellieri. I loro denti bianchi paiono ancora pi bianchi accanto alle dentature nere e rosse degli altri annamiti.
Un vecchio scheletrico rosicchiato dall'oppio, tutto pelle ed ossa, il collo incordato, il torso nudo e spaventosamente rientrante, il cranio lucido ed aguzzo, si solleva penosamente sugli stinchi per rispondere alla folla che fa appello alla sua saggezza.
- Io non sono - egli dice - che un povero annamita senza conoscenza, vissuto sempre sul "sampan" di mio padre a correre in gi e in su la grande acqua, ma ho l'esperienza degli anni. Sono sicuro che Mi-bh sar condannata. Ci non importa. Essa ha fatto ci che doveva fare. Ha rispettato la Legge. Teo-li non  morto ma ha il polmone forato. Pagher il suo conto! I bianchi che non capiscono la Legge disapprovano la figlia del fiume, ma il Sublime che sa tutto, che vede tutto, la giudicher secondo la sapienza dei secoli. Lui solo sa leggere nel cuore degli annamiti e giudicarli secondo il loro sangue. L'anima del padre di Mi-bh seguita dal corteo di tutti gli antenati  gi dinanzi a Lui, nei palazzi dell'Ombra, del Silenzio e dello Spavento che ogni sera aprono le loro porte al sole ed ogni mattina lo lasciano uscire perch illumini il mondo. Per il Buddha dorato del mio "sampan" vi dico che Mi-bh sar condannata dagli uomini bianchi che comperano il riso da Teo-li, ma la Legge  la Legge. Essa dice che chi ha ucciso sar ucciso a sua volta dal pi vicino parente della vittima, nell'ora e nel modo stabilito dal Perfetto...
- Messieurs, silence, voil la Cour!

Preceduti dagli uscieri, dagli interpreti, dagli scribacchini, dai segretarii e dai gendarmi, i magistrati entrano solennemente, gravi e dignitosi, raggiungendo a passetti corti i seggi di velluto rosso collo schienale d'oro.
E fra due guardie annamite entra sorridendo anche Mi-bh.
Il presidente s'alza e recita:
- In nome della legge, ecc. ecc., per l'art, x ed y del Codice penale, ecc., ecc., in conformit delle disposizioni del regolamento di polizia, ecc., ecc., e degli accordi intervenuti fra il governo della Repubblica francese e S. M. l'imperatore dell'Annam ecc., ecc., Mi-bh figlia di Ci-bh, nata nel "sampan" 1278 nel molo delle banane, attualmente "conghai", dimorante in via delle Porcellane,  condannata a sette anni di lavori forzati nelle miniere di Peu-hong per tentato omicidio con l'aggravante della premeditazione e dei cattivi costumi.
La folla accoglie il responso della giustizia con un mormorio di passione che  immediatamente troncato da un energico "silence" dell'usciere.
Mi-bh continua a sorridere.
In un angolo un giovane sottotenente che ha l'anima ancora irrorata di primavera, si tormenta i baffi e s'asciuga gli occhi celesti. L'interprete traduce in annamita il testo della sentenza. L'avvocato di Teo-li raccoglie con fretta i suoi scartafacci. Il magistrato del bitorzolo si stuzzica i denti con uno stecchino. Il Procuratore della Repubblica ha un colpo secco di tosse. Per la finestra aperta entra il rombo vellutato di un "gong" lontano che invita i fedeli dinanzi all'altare di Confucio.
La tragicommedia coloniale sarebbe finita e la Corte si accinge ad aprire un nuovo incartamento, ma il vecchio scheletrico erge sugli scanni la sua orrenda magrezza e, puntando il suo braccio ossuto contro il presidente, urla:
- Carne venduta, porco lebbroso, quante piastre hai ricevuto da Teo-li?
- Conducetelo al Commissariato! - urla il magistrato.
E mentre le donne-gendarme si spettinano per eseguire l'ordine del Tribunale, il vecchio ha ancora il tempo di gridare:
- La Legge  la Legge, gente dell'Annam, chi ha ucciso sar ucciso!...
La Corte, offesa nella maest della giustizia, si ritira a passi corti, carichi di dignit. Il corteo dei magistrati, degli uscieri, degli interpreti, sfila all'indiana tra il busto corrucciato di Waldek-Rousseau e quello sorridente di Jules Ferry, sotto il frontone sul quale sono scolpite a caratteri d'oro le tre parole formidabili: "Libert! Egalit! Fraternit!".
Nel viso di bambola di Mi-bh gli occhi dilatati, enormi, stravolti, proiettano sulla scena lo sgomento della sua piccola anima.




La pianura degli specchi

DAI-NGAI, 29 maggio.

Abbiamo lasciato tre giorni fa Saigon con una flottiglia di "sampan" annamiti, diretti verso occidente lungo le "vie d'acqua" millenarie, tracciate da tempo immemorabile nella bassa Cocincina.
Dal canale di Cholon, zeppo di rimorchi, d'imbarcazioni e di giunche, siamo entrati nel grande canale di Mintho, dietro una processione di barconi a vela e di "sampan" anch'essi diretti verso occidente. Ogni tanto una giunca isolata od una flottiglia scantonavano silenziosamente in un canale laterale. Per un po' si vedevano i draghi d'oro delle prue e le vele dipinte sguisciare fantasticamente in mezzo alla campagna come calabroni e farfalle giganti, poi le foglie dei banani li inghiottivano nella moltitudine dei loro ventagli.
Via via la processione s'accorciava dinanzi a noi, finch i nostri "sampan", che all'uscita di Cholon erano quasi in coda, hanno finito col prendere la testa del corteo. Dietro di noi invece, fin dove l'occhio arrivava, il canale era tutto rigato d'altri convogli e d'altre giunche in cammino che incessantemente uscivano dai porti di Cholon e di Saigon a sparpagliarsi in tutte le direzioni dell'Indocina.
Ieri poi nella pianura dei giunchi anche noi abbiamo abbandonato il grande canale per una via d'acqua ausiliaria che taglia il fiume Posteriore, dirigendosi verso la provincia di Cap-th.
Tutta la campagna  coltivata a risaie. Si pu dire che le provincie di Cap-th, di Soc-trang, di Bac-lieu e di Long-suyn, vaste pressapoco quanto l'Italia settentrionale, sono una unica immensa risaia. Il grande fiume Mekong, dopo aver fecondato il Camboge, s'allarga in un gigantesco delta, che coi suoi tre bracci principali abbraccia quasi tutta la Cocincina. I corsi d'acqua maggiori, resi navigabili fin dalla pi remota antichit, sono stati allacciati, durante le ultime dinastie, da una rete formidabile di canali d'ogni grandezza che s'irradiano e s'intersecano in tutti i sensi.
Dopo la occupazione europea la tecnica francese ha aggiunto solo qualche ritocco moderno all'opera meravigliosa dei gialli, i quali, con mezzi rudimentali, guidati da un misterioso "istinto idraulico", hanno piegato l'acqua durante i secoli ai bisogni della coltura e delle comunicazioni, facendo retrocedere il mare come in Olanda, trasformando paludi salmastre e foreste inondate in fertili risaie, risolvendo, a forza di pazienza e di costanza, le grandi difficolt opposte dai terreni mobili, dalle infiltrazioni marine e dalle piene disordinate del Mekong.
La sistemazione idraulica della Cocincina , senza dubbio, una delle pi poderose affermazioni della civilt gialla. Di fronte ad essa il nostro spirito resta perplesso come dinanzi a certi squisiti gioielli dell'arte cinese ed a certi istituti giuridico-sociali che la Cina millenaria possiede gi da pi di dieci secoli.
Gli annamiti hanno la risaia nel sangue. Ancora oggi basta che una draga si metta in movimento per aprire un nuovo canale in un terreno incolto e malsano, perch misteriosamente compaiano coloni annamiti i quali improvvisano un villaggetto di bamb e si pongono chetamente al lavoro, come una colonia d'insetti. In pochi mesi addomesticano l'acqua e creano la risaia. Uomini, donne, vecchi, ragazzi, hanno ognuno il loro lavoro stabilito da una norma ereditaria che nessuno insegna ma che tutti sanno. Prima che intervengano le autorit, la propriet  suddivisa e gli abitanti eleggono i loro capi. Cos si sono formate nei secoli la Cina e l'Indocina: cos continuano a svilupparsi!
Il riso  l'elemento principale e quasi unico dell'alimentazione indigena. Si pu dire che per l'annamita tutta l'agricoltura  concentrata nella coltivazione del riso. Tradizioni antichissime mescolate a riti, superstizioni centenarie regolano la preparazione della terra, le semine ed i raccolti, facendone quasi una pratica religiosa. Grandi feste in onore del riso sono celebrate ogni anno con pompa solenne nelle citt e nelle campagne, feste prescritte dagli antichi imperatori dell'Annam, specialmente da Tai-Tong che regn nel 1250 e che fece raccogliere tutti i riti in un testo sacro al quale gli annamiti si attengono tuttora scrupolosamente. Certi audaci lavori di sistemazione idraulica eseguiti in quell'epoca dagli ingegneri della corte di Tai-Tong empiono di stupore gli ingegneri moderni per la genialit delle concezioni e per la grandiosit delle imprese condotte felicemente a termine senza mezzi meccanici.
Quegli sforzi immani d'intere moltitudini che in India si esaurivano sterilmente a cesellare un tempio in una montagna di granito, sono stati adoperati dai tiranni della Cina e dell'Annam ad abbattere foreste, carpire al mare ed ai fiumi vaste provincie, disciplinare l'acqua con dighe e canali, fecondare le sterminate steppe del Mezzo con la laboriosit di formica delle genti gialle. Rari sono i monumenti di lusso e di orgoglio - qualche palazzo, qualche muraglia - numerose le opere di pubblica utilit compiute da intere generazioni a vantaggio delle generazioni successive, con quel senso profondo di continuit che caratterizza la civilt delle razze d'Estremo Oriente.
Il culto del riso si confondeva per gli antichi annamiti con quello della dinastia imperiale e della divinit stessa. Gli antenati, l'imperatore ed il riso erano le tre grandi "forze motrici" dell'Annam e forse lo sono tuttora nel profondo delle coscienze.
Per avere una idea del posto che occupa il riso nella vita annamita, basti dire che nove decimi della popolazione dell'Indocina vive con la coltivazione e col commercio di questo prezioso prodotto che fornisce agli abitanti il pane, il vino, il foraggio, il concime, il combustibile e la carta. L'anno scorso, oltre l'enorme fabbisogno del consumo locale, ne sono state esportate un milione e seicentomila tonnellate.
Il raccolto ha luogo da dicembre a maggio. Le terre si preparano in giugno. Gli annamiti non conoscono ancora le falciatrici e le battitrici. Il raccolto  fatto a mano con la falce,  battuto dalle donne sulle stuoie con le verghe di bamb, poi rimane esposto per venti giorni ai venti che s'incaricano di spiumare le pagliuzze ed i chicchi vuoti.
Se la coltivazione del riso  in mano degli annamiti, il commercio ne  invece monopolizzato dai cinesi, che sono in ultima analisi quelli che ne ricavano i maggiori vantaggi. Prima della guerra il gruppo tedesco Speidel era riuscito ad accaparrare gli otto decimi del lavoro di scorticatura e di brillatura del riso, comperando dai cinesi quasi tutte le officine che aveva modernizzato con materiale proveniente dalla Germania. Ora i francesi hanno ereditato in parte gli interessi tedeschi, in parte essi sono ritornati nelle mani intraprendenti dei cinesi di Cholon.

In questo periodo di stagione secca che finisce coi primi di giugno, gli annamiti lasciano invadere le risaie dall'acqua benefica del Mekong. La campagna ha quindi l'aspetto d'un immenso lago, curiosamente ricamato a disegni geometrici dai filari di bamb che segnano i limiti dei campi. I tratti di terreno asciutto coltivati a banane formano macchie violenti di verde lucido in mezzo all'immensit allagata che si stende a perdita d'occhio. Qua e l un villaggio di bamb costruito su d'un terrapieno, riflette nell'acqua la sua sagoma bigia, oppure una casa isolata erge, sul riverbero dei campi la sua fantastica feluca napoleonica. Ogni cinque o sei ore di navigazione la mole bizzarra d'una pagoda interrompe lo scenario uniforme coi suoi coni inverosimili d'oro e i suoi tetti contorti di porcellana.
Il cielo limpidissimo della Cocincina specchia nella campagna inondata la purezza del suo azzurro come in un mare. Pare che nell'acqua siano stemperate magiche misture d'indaco e di cobalto.
Dall'alba al tramonto il sole formidabile del Tropico mitraglia furiosamente il grande acquitrino. I vapori incessantemente pompati dalla aspirazione solare tengono sospeso nell'aria un velo attraverso cui tutto l'orizzonte si mostra come attraverso un vetro appannato.
Certe lacche acquose della Cina e certe pitture sfumate di Canton, che a noi sembrano concepite durante i fumi dell'ubriachezza, con le loro atmosfere opache e le loro figure di traverso, riproducono esattamente l'aspetto incerto e fluttuante di questi paesaggi. I disegni strambi di certi ventagli, le linee storte e paradossali di certi paraventi rispondono agli effetti di quest'aria accesa e velata sulla natura e sulle cose. L'alto silenzio, cullato dallo sciabordo impercettibile dell'acqua,  interrotto durante ore intere solamente dal brivido dei bamb che paiono tremare assiderati dalla troppa acqua. Nell'immensa solitudine l'occhio segue, sul dorso dei bamb, il cammino del vento che curva le canne, che scompiglia le foglie, che punteggia i campi inondati di cerchietti e di stelline. Dove i soffi increspano la superficie, il barbaglio del sole crea uno scintillo di punti d'oro e di virgole d'argento che trasformano fantasticamente l'immensa pianura in un paese di sogno. Allora le grandi giunche col drago rabbioso sulla prua, le gondole d'Estremo Oriente, dipinte a cento colori, con a poppa la coda di pavone, gli zatteroni dell'Annam con l'alberatura bizzarramente riunita da una tettoia a frontone di pagoda, tutte queste imbarcazioni d'altri secoli e d'altri millenni, che altrove sembrano strane e un po' ridicole, s'intonano al paesaggio irreale. Paiono grandi rospi verde-rame cogli occhi di cristallo usciti dai misteri dell'acqua a muoversi nel sole.
Vengono istintivamente alla mente le leggende dell'Annam e le fole della Cina. Non sembra pi inverosimile che la campagna sia popolata di genii e di draghi, che i morti rivivano nei nenufari bianchi e nei fiori di bamb nelle notti di bufera, che spiriti folletti scorrazzino fra le foglie piangenti dei salici acquatici. Si comprende come a bordo delle giunche e dei "sampan" la gente che trascorre la sua povera vita in mezzo alla pace ed ai silenzi delle lunghe navigazioni fluviali finisca col formarsi una filosofia particolare fatta di pazienza, di rassegnazione e di attesa, alla quale l'oppio aggiunge la colorazione poetica dei suoi splendidi miraggi.
In pieno mezzogiorno, quando il sole batte perpendicolarmente sui campi allagati, si ha l'impressione di attraversare un paesaggio fantastico di specchi. Ogni campo colmo d'acqua  una lastra nella quale si rifrangono le luminosit dell'aria e del cielo. E l'insieme dei campi accesi d alla sterminata distesa l'aspetto di una pianura di vetro in mezzo alla quale i canali giallastri srotolano i loro nastri di topazio.
Se una nube passa un istante dinanzi al disco solare subito tutta la campagna s'oscura, trascolora, si fa bigia o corrucciata secondo la densit e la tinta dello schermo. Se uno stormo d'uccelli migratori solca l'infinito la sua ombra smisuratamente ingrandita si riflette nella specchiera della terra.
Quest'acqua immobile, senza vita e senza vegetazione, arabescata geometricamente dalle canne di bamb, non  n un mare n un lago n una palude:  una cosa a s, vaga, indefinita, dalla quale emana un senso potente di pace, di solitudine e di lontananza. Sembra d'essere distanti assai da ogni luogo abitato ed abitabile, sperduti in una immensit che non  di questo mondo. Lo spirito s'adagia su se stesso ed il cervello irrequieto d'un latino conosce le riposanti soste dei gialli, le parentesi senza pensiero.
Abbiamo fatto "alt" oggi a Dai-ngai, importante centro di commercio e di produzione del riso posto a cavaliere delle provincie di Cap-th e di Soc-trang, Prenderemo dopodomani un'altra flottiglia di "sam-pan" che torna a Saigon. La nostra continua oggi stesso la sua rotta di lumaca pei canali silenziosi, attraverso le campagne inondate, fino alle risaie salmastre di Camau ed alla baia di Cum-lon dove arriver fra un mese.
A Dai-ngai siamo nel grande regno del riso. Tutte le terre sono risaie senza nemmeno un'oasi di banane o di caucci. Tutto il lavoro umano  asservito alla coltivazione tirannica. Si pu dire che il pensiero stesso degli uomini  interamente assorbito dal riso. Non si vede altro, non si sente parlare d'altro.
La cittadina  in festa. Nelle cinque pagode di Dai-ngai si celebra oggi un rito propiziatorio per invocare la protezione delle divinit tutelari sul lavoro dell'acqua che sta fecondando la terra delle risaie. La cerimonia finale che inaugura la stagione del riso si svolge, secondo l'usanza secolare, a cielo aperto dinanzi alla campagna inondata. Ad essa assistono ufficialmente, oltre a tutte le autorit europee ed indigene del distretto due alti funzionari di Saigon venuti espressamente, uno in rappresentanza del governo francese, l'altro dell'imperatore dell'Annam.
E fra dieci o quindici giorni, appena incominceranno le grandi pioggie di giugno, gli agricoltori inizieranno le prime semine.
Tutti i villaggi del distretto hanno inviato per l'occasione a Dai-ngai il loro altare degli antenati coi Buddha e le immancabili bandiere di seta. Diverse centinaia d'altari dorati e di Buddha panciuti e parecchie migliaia di stendardi gialli sono allineati nella strada principale del paese, la quale termina in una specie di piazza d'armi circondata di risaie allagate.
Oggi in tutta la Cocincina, nel Laos meridionale, nell'Annam e nel basso Tonkino, s'inaugura, con la medesima cerimonia, la lavorazione del riso. Ad Hu il primo solco  scavato dall'imperatore con un aratro di lacca rossa e d'oro ereditato di dinastia in dinastia dalla notte dei tempi. Il monarca arriva in pompa magna col corteo degli elefanti, con i dignitari e le ballerine di corte, coi "mandarini maggiori" e gli alti ufficiali della Residenza francese. Giunto sul luogo, l'imperatore, che indossa l'uniforme di grande gala con la corona di Hu, si spoglia dei suoi ornamenti, veste la tunica grigia del contadino e prende posto dietro l'aratro al quale  attaccato un bufalo nero. Colla mano sinistra impugna il vomere e nella destra tiene una frusta. Dopo la tradizionale invocazione agli antenati perch benedicano la fatica dei loro discendenti, l'imperatore traccia il primo solco dell'annata fra le ovazioni dei sudditi, il rombo dei mortaretti e le salve dei cannoni francesi mentre le truppe presentano le armi.
 un primo maggio annamita, pi simpatico di quello sovversivo!
A Dai-ngai invece dell'imperatore  il primo mandarino della provincia che guida l'aratro simbolico, assistito dai due pi vecchi coltivatori del distretto e dai due pi alti funzionari dell'Amministrazione. Ed il primo solco  copiosamente inaffiato d'acquavite di riso per restituire alla terra-madre una parte delle ricchezze che essa prodigalmente dispensa ogni anno agli abitanti.
V' indiscutibilmente una grande bellezza di pensiero e di sentimento in questa cerimonia millenaria che nella sua solenne semplicit fa pensare alla Roma di Cincinnato.
Quando il bufalo nero, stimolato dalla frusta e dagli incitamenti della folla, entra nell'acqua e l'aratro di lacca rossa si solleva a dare il primo morso dell'annata, alla terra, la moltitudine s'inginocchia in silenzio.
Innanzi a noi  la campagna sterminata intrisa di acqua, nuda ancora e senza ricchezze, quasi palude. Il piccolo aratro rosso affonda nella sua desolata sterilit il vomero fecondatore.
Il vento giuoca pigramente con le lunghe foglie dei bamb.
Dietro la folla prosternata la strada degli altari e delle bandiere allunga il corridoio dei suoi tabernacoli e dei suoi vessilli. In mezzo agli incensi, alle dorature ed ai fiori di carta, i Buddha d'avorio e di legno sorridono beatamente al lavoro che rinnova la terra e le generazioni.
Secondo la convinzione profonda delle moltitudini ereditata di padre in figlio col latte e con la vita, questo vomere imperiale non sommuove soltanto una gleba ma s'affonda nella polvere degli incalcolabili milioni di esseri che sono morti durante i secoli e sono ritornati nel grembo della terra. V' nei gialli un rapporto diretto fra i morti nutriti di riso che si sono stemperati nella madre terra ed il riso che rigermina ad ogni stagione per nutrire la generazione vivente. E questo rapporto , in fondo, la base di tutte le credenze religiose e di tutti gli ordinamenti sociali dell'Asia gialla.
Perci quando, durante la cerimonia, un soffio pi forte di vento increspa l'acqua dei campi, la folla abbassa paurosamente il capo e si rannicchia sgomenta.
 il "kung-fi"! Sono le anime degli antenati che vivificano la terra perch dia il pane quotidiano ai discendenti.
Nel silenzio sepolcrale si sentono distintamente il fruscio delle foglie e gli schiocchi dei vessilli. I rumori della natura hanno la potenza delle voci d'oltre tomba.




Alla Corte del re del Camboge

PNOM-PEN, 2 luglio.

Venticinque anni fa, quando Pierre Loti rivel anche a coloro che non s'interessavano di archeologia le smaglianti bellezze di Angkor Vat, il viaggio da Saigon alla capitale del Camboge era un piccolo problema che richiedeva, oltre ad una certa dose di spirito avventuroso, diverse protezioni e commendatizie. Erano ancora i tempi in cui il buon re Sisovat ed il suo predecessore Norodom inviavano immancabilmente un paio di elefanti reali incontro al viaggiatore bianco per facilitargli le ultime tappe. Venticinque anni sono un secolo per una colonia di buon rendimento economico! Oggi il tragitto Saigon-Pnom-Pen  altrettanto facile del percorso Milano-Venezia. Un servizio automobilistico pubblico trasporta i viaggiatori a Banam sul fiume Mekong, dove trovano un comodo vaporetto delle "Messageries" fluviali che con cinque ore di navigazione, li sbarca in faccia alle pagode di Pnom-Pen.
Anche la vecchia capitale s' trasformata.  diventata una citt moderna. I suoi trentamila abitanti sono divenuti centoventi mila, fra cambogesi, annamiti e cinesi, ed aumentano sempre, di mano in mano che la risaia conquista altre terre incolte sviluppando l'importanza commerciale ed economica di Pnom-Pen. I prezzi degli alberghi sono degni di Ostenda o di San Remo.
Alla popolazione fissa va aggiunta quella del fiume, cio i battellieri delle giunche e dei canali che hanno a Pnom-Pen il loro porto di appoggio. Fra una e l'altra delle interminabili navigazioni fluviali nelle quali s'esaurisce la loro povera esistenza di tritoni d'acqua dolce, i battellieri fanno sosta, per abitudine secolare, a Pnom-Pen, vi celebrano in genere i matrimoni e vi seppelliscono i morti, eseguono il calatafaggio dei "sampan" e le grosse riparazioni di bordo, comperano tutte le piccole cose di cui hanno bisogno, consultano le veggenti ed i dicitori di buona fortuna, vendono le figlie da marito, danno da fare per nove mesi alle mogli che abitano la terra ferma, celebrano nelle pagode reali i riti ai quali ogni indo-cinese resta fedele di padre in figlio, anche se ladro o contrabbandiere, e se hanno qualche rancore di bordo da regolare lo liquidano con due coltellate nei caffeucci della suburra. Si calcola che non meno di ventimila persone di passaggio si trovino permanentemente a Pnom-Pen che  il centro di tutte le innumerevoli comunicazioni fluviali fra il Camboge, la Cocincina, il Laos, l'Annam e le Provincie orientali del Siam.
Nella via Ohier, che  il corso di Pnom-Pen, s'incontrano non solo tutte le razze dell'Indocina ma anche tutti gli incroci delle alcove d'Estremo Oriente, tutti i prodotti meticci del Siam, del Tonkino, dell'Annam, della Birmania, del Laos e della Cina meridionale: figli di bianchi, di gialli, di Mongoli, d'indiani, di malesi, di giapponesi, di mois, di indigeni dell'Equatore; mescolanze complicatissime che s'ingarbugliano sempre pi di generazione in generazione e finiscono col creare per esempio dei gialli col naso aquilino e cogli occhi celesti o degli indiani cogli occhi obbliqui ed i capelli biondo oro.
A volte il caso si diverte a concentrare i difetti fisici di quattro o cinque razze in un unico esemplare da baraccone di fiera: altre volte invece tutte le grazie dell'India, della Cina e dell'arcipelago equatoriale, ingentiliscono un ovale femminile, facendone una affascinante bellezza d'oltre mare che s'imprime nella memoria e non si scorda mai pi.
La leggendaria avvenenza delle danzatrici del re del Camboge dipende appunto dal privilegio che hanno questi fortunati monarchi di potere scegliere per le loro serre nel grande giardino dell'Indocina, fra i risultati di tutti gli innesti, i pi bei bocciuoli della flora asiatica.
Fra cinquant'anni Pnom-Pen sar forse una bella citt. Per ora  troppo nuova. I francesi che l'hanno ricostruita di sana pianta con l'intenzione di gettare le basi d'una metropoli si sono preoccupati di rispettare il colore locale. I palazzi, le case, i ponti, i monumenti, le caserme, il giardino pubblico, perfino i casotti dei doganieri e gli sbarcatoi delle "Messaggeries", rivelano il concetto lodevole al quale hanno obbedito architetti e costruttori di non ripetere l'errore di Saigon, di non edificare cio una brutta citt di Occidente in mezzo agli scenarii naturali dell'Indocina ed ai ruderi meravigliosi dell'arte "kmr".
Quando s'arriva da sud per via d'acqua la citt vista da lontano coi suoi tetti aguzzi, colla mole dei palazzi reali, colle cupole bizzarre delle sue innumerevoli pagode offre un colpo d'occhio di grande effetto scenico. Noi abbiamo avuto la fortuna d'arrivare a Pnom-Pen verso il crepuscolo, mentre impazzava uno di quei fantastici tramonti di rame dell'Indocina che caricano l'orizzonte di lacche gialle e di fiori di zolfo. Sulla campagna allagata per l'inondazione delle risaie, rigata dai bamb e dai salici piangenti, la citt costruita su un rialzo del terreno librava nell'atmosfera intrisa di zafferano il blocco dei suoi edifici monumentali color tartaruga, dominati dalla freccia fiammeggiante del Pnom.
Il grande letto del Mekong incendiato dal sole spiegava ai piedi della citt i quattro ventagli scintillanti dei suoi mille canali irradiati verso nord e verso sud, verso oriente e verso occidente. I "sampan" imbandierati e le giunche con le vele al vento formavano come una corona di scogli e d'isolotti in festa intorno alla visione mentre la sterminata specchiera delle risaie rifletteva la paradossale colorazione del cielo.
Pnom-Pen dava l'impressione fallace d'una metropoli, d'essere veramente quella "grande capitale dei quattro bracci" sognata dal suo fondatore Ponea-Yat, re del Camboge quando nell'anno del Tigre, sesto della decade del Pizak, (1430 dell'era volgare) trasfer a Pnom-Pen la capitale del regno abbandonando la vecchia e gloriosa Angkor troppo esposta alle invasioni dei siamesi.
Solo sei secoli pi tardi incomincia a realizzarsi la previsione reale, non per rigoglio di potenza militare o politica, che anzi il Camboge ha perduto la sua indipendenza, ma per le favorevoli circostanze del commercio il quale s'appresta a fare di questa citt che domina le vie fluviali la Milano dell'Indocina.
Dove sono state sconfitte le armi ed  fallita la politica, il riso risuscita la prosperit dei millenni scomparsi, quasi per compensare il popolo gentile ed affabile che lo ha adorato durante i secoli come una divinit. All'epoca del raccolto i sacchi del prezioso prodotto s'ammassano a milioni e milioni sui moli del fiume e nei colossali depositi delle banchine. In mezzo all'oro liquescente del Tropico, il ventunesimo secolo sposa le giunche inverosimili dell'Annam alle gru potenti dell'Europa. Il rombo vellutato dei "gong" delle pagode si confonde col martellamento titanico dell'arsenale. La sera, mentre sui "sampan" s'accendono i lampioni centenarii di seta con l'effige del drago di Cina o del serpente del Camboge, i globi elettrici imbiancano con la loro incandescenza anacronistica le imbarcazioni vetuste del fiume.
Col tempo i monumenti e gli edifici acquisteranno senza dubbio quella patina indefinibile che aggrazia squisitamente le altre capitali dell'Estremo Oriente. Per ora Pnom-Pen  ancora troppo nuova, troppo inzaccherata di calce fresca e di cemento. L'oro delle cupole  troppo violento, il lucido delle porcellane troppo abbagliante, troppo linde le facciate, troppo verniciate le porte, troppo vivaci le decorazioni murali. Le proboscidi di elefante e le code di serpente che penzolano da tutti i tetti non hanno la potenza evocatrice delle terrazze meravigliose di Angkor: hanno piuttosto l'aria di pompe da incendio e di copertoni d'automobile lasciati ad asciugare. L'occhio si sente a disagio in mezzo a tanto luccichio di colori e di stucchi che d l'impressione d'una esposizione universale organizzata dalle industrie dello smalto, delle pitture, delle vernici e delle mattonelle.
Anche il palazzo reale, ricostruito dalla Societ Archeologica francese in perfetto stile "kmr", ha ancora l'aria troppo di caramella per piacere al nostro buon gusto latino, reso pi esigente dalle finezze veneziane e fiorentine di casa nostra e dalle stesse raffinatezze della vecchia Cina.
Gli architetti francesi hanno certo fatto assegnamento sulla incuria cambogese e sulla lenta limatura dei secoli per far rivivere a Pnom-Pen le bellezze dell'antica edilizia "kmr". Pel momento questa citt di finto granito, di "ripolin" e di mattonelle igieniche prepara male il viaggiatore alla formidabile visione di Angkor Vat che a mezza giornata di distanza erge sul mistero della foresta tropicale le sue meravigliose mitre di granito.

S. M. Sisovat, re del Camboge, il quale dopo un brutto tiro giuocatogli da un corrispondente americano non concede pi interviste, ha voluto gentilmente farmi assistere ad una udienza pubblica che m'ha permesso di vedere il Palazzo in tutto il fasto d'un giorno di ricevimento e d'ammirare la Corte in tutta la pompa asiatica d'altri tempi.
Sisovat  un eccellente monarca coloniale che ha adottato l'automobile con la "condotta interna", il mobilio Luigi XV, le scarpe con la suola di gomma vergine e lo champagne cordon rouge. Nel suo appartamento privato, il tradizionale "altare degli antenati"  sostituito da una argentiera di mogano coi cristalli molati, nella quale arde pallidamente un opulento servizio di Svres regalato dalla Repubblica e scintilla una superba collezione di bicchieri d'ogni formato, coll'elefante imperiale del Camboge, fabbricati a Murano.
Sisovat  un re moderno che veste all'europea, col cappello a cencio ed  un vecchio saggio del Camboge che ha ereditato dai padri il dono di giudicare con filosofia gli alti ed i bassi del mondo. Ordinariamente vive per conto suo nella tranquilla atmosfera dei palazzi reali, lasciando ai suoi ministri ed agli onnipotenti funzionari francesi le cure dello Stato; per egli  anche il conservatore ufficiale di una tradizione secolare che pel momento fa comodo alla Francia, per cui ogni tanto in certe occasioni protocollari che sono state ridotte al minimo, torna ad essere per un'ora o due il grande monarca del Sole Eminente ed a mostrarsi ai suoi sudditi in tutto lo splendore antico della porpora.
S. M.  del resto un curioso miscuglio di tradizionalismo e di modernismo che compromette qualsiasi profilo psicologico. Mentre infatti ha adottato personalmente molti usi ed abitudini europee, obbliga la Corte a seguire le vecchie usanze, ha riorganizzato il corpo reale di ballo secondo le pi antiche tradizioni e si occupa quasi esclusivamente d'una riforma religiosa dei bonzi. Nella gerarchia dell'Indocina, il rango di re del Camboge viene immediatamente dopo quello dell'imperatore dell'Annam che risiede ad Hu.
Ogni mattina S. M. riceve immancabilmente i novanta bonzi del Palazzo e distribuisce loro l'offerta abituale, consistente in un mestolo di riso, in una banana ed in una candela. Dopo si reca nella pagoda d'argento ad offrire piamente la classica tazzina di riso all'ombra del padre, il re Norodom, il quale  raffigurato da una gigantesca statua d'oro alta due metri e mezzo - una vera fortuna all'aggio attuale del prezioso metallo - con gli occhi fatti da due enormi diamanti e ricche incrostazioni di pietre preziose sul manto reale.
L Norodom, beatificato dai bonzi del Camboge, si mostra ai visitatori sotto il baldacchino di nove parasoli bianchi in compagnia di numerosi Buddha coi quali presumibilmente conversa nel grande regno delle Ombre. In alto, dentro una piccola nicchia scavata a giorno nella muraglia, uno strano Buddha di cristallo azzurro investito dalla luminosit esterna fa pensare alla vegetazione vischiosa delle risaie ed ai giuochi del sole nell'acqua morta.
- Questi principi gialli - mi diceva ieri un colonnello francese - sono indefinibili. Se non riusciamo a comprendere il segreto del nostro boy annamita dopo venti anni che  al nostro servizio, come possiamo leggere dentro gli occhi di smalto di questa aristocrazia impenetrabile che vive isolata e che da secoli di padre in figlio ha fatto consistere la perfezione nel nascondere agli estranei il proprio "io"?
Pian piano il salone delle udienze reali si riempie di dignitari e di mandarini in tuniche sgargianti di seta gialla e di raso violetto a ricami d'oro, ognuno col parasole colorato rispondente al suo rango. Dietro il trono s'allineano le guardie personali del re con le uniformi guerriere del tempo antico e lo scintillante casco cambogese a testa di serpente, i "cortigiani della spada" che portano su preziosi cuscini le innumerevoli sciabole della dinastia dalle impugnature d'avorio e di giada, i "conducenti del soglio" coi ricchissimi palanchini di corte sormontati dai baldacchini a sette e nove parasoli, i funzionari dell'Elefante con superbe zanne dei sacri pachidermi finemente scolpite, gli scudieri coi sette ombrelli simbolici adoperati dal sovrano, uno per ciascun giorno della settimana: giallo canarino il luned, violetto il marted, giallo uovo il mercoled, verde il gioved, azzurro il venerd, nero il sabato e rosso la domenica. Ed ogni giorno il colore delle vesti reali deve essere intonato secondo la tradizione alla tinta del parasole.
Nei quattro angoli della sala del Trono giganteschi idoli di granito - i Garuda del Camboge - sostengono il bizzarrissimo tetto "kmr" di legno intagliato, formato da diverse tettoie soprastanti che man mano s'abbassano e s'allargano, ognuna terminata da una frangia di serpenti dorati e di proboscidi che sporgono all'esterno le loro appendici contorte, dando all'insieme dell'edifizio l'aspetto caratteristico ed un po' sconcertante dell'architettura "kmr". Lungo le pareti quattro file di donne alate di granito aiutano gli idoli a sostenere la mole del tetto. Il pavimento  di mosaico. Molto oro  profuso per ogni dove.
Lacche ornamentali di tinte vivacissime - gialle, rosse, violette, verdi - decorano fantasticamente il salone con un'orgia pazza di colori violenti che turba il nostro concetto d'arte, ma quando la sala  riempita di parasoli e di dignitari in tuniche di seta, le forme ed i colori della decorazione si fondono armonicamente con le fogge degli oggetti e con le tinte degli abbigliamenti.
Il trono di legno di tek con incrostazioni di sandalo e di cedro,  tutto un paziente intaglio, come quegli avorii giapponesi che riuniscono cento figurine scolpite in venti centimetri di superficie. Nove parasoli bianchi sovrapposti, sormontati da quattro maschere di Brahma, formano il baldacchino: nove ordini di gradini conducono al seggio reale: i tappeti sono sostituiti da specchi bordati d'oro.
Ai lati del trono due cappelle in penombra ardono cupamente: in una sono raccolti i Buddha e le divinit tutelari del Camboge, idoli di bronzo, d'argento, di giada e d'avorio: nell'altra riposano le ceneri degli antenati reali dentro urne funerarie verdi ed azzurre che formano una specie di piramide, sul vertice della quale l'urna vuota del re Sisovat aspetta le ceneri del monarca regnante.
La sala strabocchevolmente gremita di ufficiali, di mandarini, di bonzi e di cortigiani, offre un colpo d'occhio magnifico dell'Estremo Oriente che fu.
Quando entrano le famose ballerine del corpo reale del Camboge - sessanta fragili bellezze esotiche vestite d'oro, col viso porcellanato dal belletto millenario e gli occhi di giada smisuratamente allargati dal "kol" - s'ha l'impressione che le divinit tutelari abbiano abbandonato le nicchie delle pagode e si siano messe in moto per render omaggio al re Sisovat.
Arrivano in sedia portativa la regina e le principesse. Il martellamento vellutato del "gong" avvolge l'immenso salone in una calotta ancestrale di rombi. Poi il monarca del Sole Eminente fa il suo ingresso in un palanchino di cedro azzurro sotto i nove parasoli bianchi.  un vegliardo di novanta anni! Sotto la corona ed il manto reale la sua figura immobile non pare pi di questo mondo. Io che ho visto ieri Sisovat nel giardino del Palazzo in giacchetta e col cappello a cencio, non immaginavo che potesse assumere insieme alle insegne del potere reale una cos grande maest.
Quando il monarca ascende i gradini del trono tutti i parasoli s'inchinano: si abbassano i baldacchini della regina e delle principesse: gli stendardi coi draghi e coi serpenti si curvano; bonzi e dignitari si prosternano, ministri e mandarini si genuflettono: le sessanta ballerine piegano fino a terra le loro mitre.
Una musica dolce scaturisce dal mistero dei tendaggi. Il Residente Generale ed i colonnelli francesi che gli fanno corona s'irrigidiscono sull'attenti. Le mille e mille campanelle del palazzo suonano a distesa. I cannoni del forte fanno tremare l'atmosfera dorata di Pnom-Pen fatta pei brividi di velluto dei "gong" millenaria
Saliti i nove gradini di specchio, Sisovat resta un momento in piedi prima di prendere posto sul trono. Gli occhietti nocciuola che ieri m'erano parsi pieni di bont e d'intelligenza, hanno in questo momento la fissit vitrea dello smalto. I gesti lenti e meccanici fanno pensare ai movimenti paradossali d'una statua.
La presenza degli ufficiali francesi dovrebbe gettare un'ombra d'ironia su questo simulacro di potenza. In India bastava l'uniforme "kaki" di un maggiore britannico accanto al trono scintillante d'un maradj per rompere ogni incanto. Qui no. Il vecchio re Sisovat non ha nulla d'un uomo. Ha l'immobilit d'una effige e l'irrealit d'un simbolo.
Tutto l'orgoglio d'una dinastia centenaria che fu potente, gloriosa e magnifica, che la devozione dei sudditi divinizz durante i tempi fino ad unificarla con la religione e con la patria, stilizza sul volto ieratico di Sisovat la maschera dei secoli.
Pei bianchi della colonia, pei cinesi intraprendenti dei mercati e delle compagnie di navigazione, forse anche pei cambogesi di Pnom-Pen educati a Parigi, questo sovrano senza sovranit  una semplice comparsa. Ma per le umili genti delle risaie e dei "sam-pan", per i pescatori del grande Lago, per la piccola folla minuta che vive di formalismi e di tradizioni, per la grande massa dei suoi sudditi  sempre il monarca glorioso del Sole Eminente, l'erede dei dieci re di Angkor, il figlio di Norodom, colui nel quale per volere di Buddha sono assopite tutte le forze dell'antica possanza "kmr", in attesa dell'immancabile risveglio del Camboge!
Il trono  come l'altare d'una pagoda. Se il re non comanda, l'idolo impera.
In fondo alla loro coscienza i colonnelli francesi debbono sentire che se il vecchio e buon Sisovat non discute le decisioni del Residente, avrebbe ancora il potere di mettersi alla testa d'un popolo insorto.




Angkor-Vat

ANGKOR, 11 giugno.

Venticinque anni sono trascorsi da quando il pellegrino d'Angkor giungeva in vista del monumento formidabile in un carro annamita tirato da due buoi e chiedeva ospitalit per la notte ai bonzi del Tempio!
Nel crepuscolo tropicale la grande foresta dell'alto Camboge stendeva a perdita d'occhio la sua immensit carica di mistero. E le genti sorridenti del luogo, abituate a vivere in mezzo alle macerie solenni della razza, guardavano con curiosit l'uomo bianco che s'aggirava fra i loro alberi ed i loro macigni, che vagava la notte sulle terrazze imbiancate dalla luna, che rimaneva ore ed ore estatico a contemplare le quattro mitre di granito come se i suoi occhi fossero affascinati da un magico incanto.
Ora quegli occhi si sono chiusi per sempre in un meriggio ambrato della Bidassoa. Qui una lapide banale ricorda il soggiorno del poeta: una frase retorica su una lastra di marmo. Pian piano la figura di Pierre Loti s'affonda nelle lontananze del tempo, superata ormai dalla storia del mondo che incalza e dallo sviluppo commerciale delle colonie che deforma irreparabilmente le sue visioni. Anche i piccoli uomini gialli che di padre in figlio abitano da secoli le rovine stanno cambiando, Cook civilizza i maschi e le case di t s'incaricano d'aprire gli occhi alle femmine. Il Progresso ha gi installato accanto ai ruderi imperiali della potenza "kmr" i suoi piccoli templi: un posto di guardia, un albergo, un bar, un ritrovo ospitale. Uomini di scienza ed uomini d'affari s'occupano alacremente ad organizzare lo scenario d'Angkor per i turisti dei cinque continenti.
La critica letteraria - un'altra divinit dei tempi moderni - che, quando il poeta era vivo, aveva rispettato la sua prosa luminosa, oggi lo ha classificato brutalmente fra i "decadenti", perch am i silenzi della natura in un'era assordata dal rombo dei cantieri, perch dipinse l'India senza accorgersi degli inglesi, present il risveglio dell'Islam e la Turchia di Kemal pasci, trov innumerevoli bellezze dove gli altri non vedono che cimici, scopr infiniti misteri d'anime e di popoli dove gli altri non scorgono che una plebe selvaggia e miserabile di facchini. Questa classifica di "decadente"  la corona mortuaria che il mondo ha deposto sulla tomba solitaria del poeta che con le sue opere palpitanti fece amare l'oltre mare a tutta una generazione occidentale; che abbell di dolci visioni e d'affascinanti miraggi la vita grama di tanti funzionari e di tanti soldati baciati dalla morte negli acquitrini del Laos e nei deserti del Senegal; che dette viso di donna ed ali di farfalla alle sirene esotiche senza delle quali le Banche e le Societ Anonime non avrebbero trovato la carne bianca necessaria per concimare le "azioni privilegiate" ed i "ttoli" coloniali produttori di tagliandi.
La societ che sfrutta la potenza animatrice dei poeti finch essa pu servire ai suoi fini politici ed economici, ha collocato Pierre Loti fra i visionarii. E coloro i quali ripercorrono a soli venticinque anni di distanza le strade battute dal pellegrino d'Angkor, muniti d'un biglietto Cook e d'una tessera Duchemin, debbono ridere della fantasia dello scrittore che attraversava in una giunca dorata il Lago dei pesci rossi, che arrivava ad Angkor in un carro dipinto tirato da buoi neri e chiedeva ai bonzi un piatto di riso per la cena mentre i "gong" delle quattro piramidi martellavano i silenzi misteriosi del Camboge...
Tutto ci  infatti lontano assai. Storia di un altro secolo, quasi si direbbe di un altro millennio!
Oggi i pellegrini di Angkor, dopo aver consumato un succulento "breakfast" in un "albergo-palace" di Pnom-Pen, trovano un autocarro del Touring che a sessanta chilometri l'ora li trasporta a Kampong-luong sulle rive del grande lago. L Cook ha gi fatto preparare la colazione compresa nel prezzo del biglietto, vino e caff esclusi. Un piccolo piroscafo, che rassomiglia come una goccia a un'altra goccia d'acqua, a quelli dei laghi di Ginevra e di Como, trasporta i viaggiatori alla riva opposta del To-l. Il pranzo a bordo  servito con tutte le regole del "Palace". L'orchestrina permette alle misses di sgranchire con due passi di "fox-trot" le gambe mascolinizzate dallo sport. A sera tarda, quando il lago diventa una lastra di vetro nero nel quale si riflettono le stelle del sud, l'immancabile serenata di Toselli crea l'atmosfera propizia pel "flirt" anglo-sassone o per la "bagatelle" parigina.
Il mattino dopo si  giunti a destinazione. Dinanzi allo sbarcatoio romba un altro autobus che in venticinque minuti appena depone i pellegrini ai piedi dell'Angkor-Vat!

La vecchia strada imperiale, aperta nella foresta millenaria, la quale non aveva conosciuto durante i secoli che il rullo epico delle invasioni siamesi e delle controffensive cambogesi - lotta ciclopica fra due razze pel possesso di Angkor-Tom -  oggi levigata dai rulli stradali a vapore che impastano la fanghiglia sacra del Mekong con le macerie reali dei monumenti.
Ogni tanto una epigrafe gialla spezza la fuga rettilinea dei tronchi. Lapidi che ricordano un tempio o celebrano un re? No, avvisi di pubblicit d'un albergo di Pnom-Pen, d'un negozio cinese d'antichit, d'un grasso per radiatori, d'un "garage" per automobili. A volte pare da lontano che un elefante in gualdrappa rossa si sia messo da canto sul ciglio dello stradone per lasciare passare il mammuth moderno di Ford o di Agnelli. Errore! Quando passiamo vicino ci accorgiamo che si tratta semplicemente di pompe, di "radioil" o d'altro carburante a disposizione dei motori assetati.
A trecento metri dalle rovine del grande tempio, all'ombra stessa delle quattro mitre d'Angkor, un albergo ha allineato, sotto graziosi parasoli cambogesi, le tavole del "lunch", tavole con la tovaglia bianca, col vasetto di fiori, col recipiente nichelato nel quale diaccia lo spumante, col "maitre d'hotel" poliglotta in "frak" e sparato bianco. Un avviso a caratteri cubitali informa che le camere sono fornite di elettricit, acqua corrente, ventilatore, telefono interno, doccia e bagno.
Bisogna sbrigarsi a liquidare il "menu" perch all'una parte l'autocarro del primo circuito col quale si visitano l'Angkor-Vat, le rovine d'Angkor-Tom, i monumenti di Ta-Ko e di Ta-Prm. La giornata successiva  riservata al secondo circuito che passa in mezzo alle rovine di Nak-Pan, di Prah-Kn, di Pre-Rps e di Me-Bn. Nomi che furono imperi, macerie che furono capitali! Il mecenate Cook fornisce i ciceroni, le cartoline illustrate, i sassi ricordo, un concerto di chitarristi cambogesi con danze del Siam, una fotografia in gruppo, occhiali affumicati contro il sole, ventagli di carta con la reclame d'un "pippermint"...
Per coloro che amano la mala dei secoli morti, Cook tiene pronti quattro malinconici elefanti ed otto stallieri cambogesi in uniforme di mandarini. Un piccolo supplemento permette alle misses romantiche ed ai viaggiatori in fregola di poesia di credersi per un paio d'ore tante incarnazioni degli antichi autocrati del Siam.
Mentre i pesanti autocarri empiono di rombi la foresta, sfilano cinematograficamente i ruderi d'Angkor-Vat e d'Angkor-Tom, le torri, le piramidi, i mausolei, i monumenti in rovina, i templi sepolti dalla vegetazione tropicale, i conventi dei bonzi, le pagode siamesi con la cupola d'oro, i villaggetti indigeni in bilico sulle palafitte, uno spicchio di lago, una fetta di foresta inondata, una porzione di stagno tappezzato di muschi e di fiori di loto, obelischi, torrioni, archi trionfali, mozziconi di forti, scheletri di castelli... un millennio di storia, di gloria, d'amori e di sventure.
In piedi accanto al conducente il cicerone illumina l'ignoranza dei visitatori.
- Ecco la Porta della Vittoria... la Torre dei Brahma... la Terrazza degli Elefanti... il Padiglione del Re... il Palazzo della Regina madre...
Madre di chi? Regina di che?...
Il "camion" strombetta per far scansare un bufalo del Camboge che  saltato fuori improvvisamente dall'ombra della foresta e si  piantato in mezzo alla strada. Qualcuno brontola contro il "disservizio" della polizia che dovrebbe sorvegliare meglio la passeggiata delle rovine; un anglo-sassone evoca la strada delle Piramidi coi "policemen" in motocicletta; una miss, che fa indubbiamente parte, nella natia Chicago, della Societ Protettrice degli animali, manda un urlo di raccapriccio per le sorti del toro cambogese...  un momento emozionante per lei e per tutti, episodio indimenticabile che la fantasia e il tempo non mancheranno d'ingigantire, nel quale quasi rivivono le misteriose battaglie della foresta millenaria: cozzo di due civilt; il bufalo delle caverne contro Isi Fiat, la foresta vergine ed il pneumatico Pirelli, un bove e la "quaranta cavalli"! L'autocarro si ferma a pochi passi dal mostro leggendario ed il bufalo, soddisfatto del successo, s'allontana pigramente fra gli alberi, scodinzolando...
Forse anche l'animale nero  agli stipendi di Cook.

Ora a destra, ora a sinistra, ora di fronte, ora alle spalle, le quattro mitre di granito dell'Angkor-Vat mostrano, nell'atmosfera dorata dal crepuscolo, le loro sagome bizzarre e potenti: spettri dominatori del luogo che impediscono ai gitanti di credersi per distrazione al "Bois de Boulogne" o nell'orto botanico di Filadelfia.
Il breviario del pellegrino d'Angkor tradotto in inglese  sulle ginocchia di un reverendo pastore rasato di fresco. Dietro gli occhiali azzurri cerchiati di tartaruga gli occhietti grigi contemplano con padronanza anglo-sassone il panorama fuggente. Stasera dopo cena nella sua camera fornita di telefono e d'acqua corrente, egli legger le pagine del poeta e compianger il disgraziato cui capit d'arrivare ad Angkor in un carro di buoi, quando ancora i sotterranei d'Angkor non ospitavano il wiski diplomatico dell'ambasciatore Buchanan e lo champagne araldico del conte di Saint Marceau.
E se per caso un giorno gli capiter di leggere in un Magazine od in una qualunque Lettura per tutti che Loti  uno scrittore decadente, egli penser che veramente il poveretto doveva essere caduto molto in basso per ridursi a viaggiare in un carro di buoi!

Verso le tre del mattino, quando le ventiquattro persiane dell'albergo d'Angkor ancora ermeticamente chiuse proteggono il sonno pacifico della carovana turistica, quando i bonzi di Cook non hanno ancora indossato l'uniforme del servizio archeologico, e le automobili sonnecchiano pigramente nei "garages" ed i motori non hanno ancora incominciato a stuprare il silenzio della foresta cambogese, io sgattaiolo dal giardino dell'albergo dirigendomi verso le rovine. L'esperienza di Costantinopoli, di Dakar, di Benares, d'Yejpore, m'incoraggia ad aver fiducia nel poeta. Veramente le pagine del pellegrino d'Angkor sono troppo pregne di bellezza e troppo cariche d'emozione perch io abbia ad accettare senz'altro le pillole turistiche dell'industria Cook.
Nel cielo tremolano le stelle del Tropico, ricamo d'oro e di perle su un velluto fosco, ma gi un indefinibile biancore incomincia a schiarire la notte profu. mata del Camboge.
Il ponte di pietra che conduce al tempio maggiore specchia le arcate massiccie in uno stagno color verde bottiglia. I nenufari e le calle giganti dell'Indocina disegnano sull'acqua morta bizzarri tappeti bianchi e le stelle vi riflettono un po' del loro lontanissimo oro. I mostri di granito che da dieci secoli montano fedelmente la guardia all'ingresso sembrano pi grandi nella penombra. La notte non mi permette di vedere le loro ridicole barbe di lichene. Ogni tanto un tonfo secco nell'acqua esprme la diffidenza dei rospi e delle rane d'Angkor per questo passo che risuona ad ora insolita sulle pietre millenarie svegliando gli echi del tempo.
Per la porta della Vittoria, sormontata da due grandi mitre di granito che fanno pensare al portale d'un fantastico arcivescovado bizantino, entro nel recinto del tempio.
I gelsomini selvaggi mi sbuffano in faccia il loro soffio lussurioso.
Attraverso un giardino incolto, ingombro di statue e di ruderi, passo accanto alle abitazioni silenziose dei bonzi ancora sepolte nel sonno, sfioro le alte muraglie: per una scala laterale salgo fino alla prima terrazza ed aspetto pian piano che l'alba tiri fuori dall'ombra, senza il permesso del Cook, le torri, le piramidi, le pagode, i mausolei, gli stagni, le risaie, il fiume, la foresta inondata, le citt sepolte, le reggie risuscitate, i villaggi di palafitta, la strada imperiale del Siam, la strada reale del Camboge, il grande lago, i monti, tutto lo scenario del poeta.
E la meravigliosa visione d'Angkor, sapientemente dosata dal mattino nascente, emerge dai crespi della notte in tutta la sua formidabile maest ed in tutta la sua magica bellezza.
Le prime a mostrarsi sono la tiara e le quattro mitre gigantesche del mausoleo di Angkor-Vat. Il chiarore mattutino che scaturisce a sbuffi larghi e regolari dai recessi dello spazio incomincia col profilarne le nioli potenti, poi ne precisa il ciclopico intaglio. Sembrano veramente oggetti da tesoro di basilica, amorosamente ricamati da Clarisse nell'uniforme succedersi delle giornate claustrali, ma sono di granito e di proporzioni monumentali. La cupola centrale sovrasta di settanta metri i cornicioni del tempio.
Le cinque torri sono formate da una sovrapposizione di tronchi di piramide che si affinano verso il vertice. In origine dovevano essere intagliate semplicemente a gradinata per permettere ai pellegrini di salire fino alla cima. Poi la piet di diverse generazioni d'adoratori di Brahma ha scolpito le muraglie; le ha cesellate, ricamate e traforate come un gioiello; le ha bucherellate di nicchie, di scale interne e di corridoi; ha popolato pareti e gradini d'un esercito tumultuante di statue; ha riprodotto in miracolosi bassorilievi tutti i fiori e tutte le foglie della foresta, tutti i rettili, gli animali e gli uccelli, per magnificare nel granito la grandezza del Dio quadrifronte. Tutta la letteratura sacra dell'India  scritta a punta di scalpello su queste muraglie.
Pi tardi  sopraggiunto il buddismo trionfatore che ha rispettato l'edifizio, ma vi ha aggiunto con la stessa pazienza e con la stessa prodigalit i simboli del suo culto, un altro esercito di Buddha tranquilli e sorridenti che tengono compagnia alle divinit terribili dell'India, una quantit pazza di fregi, d'altari, di draghi, di simulacri, di figure convenzionali. Non solamente la pietra  sparita sotto gli ornamenti, ma ha perso anche l'aspetto caratteristico della materia. Le torri dell'Angkor-Vat non fanno pensare al granito, ma ad una composizione di stucco, di pizzi e di cartapesta.
Un tale eccesso di decorazione dovrebbe determinare un complesso barocco e pesante, qualche cosa di pretenzioso e di barbarico; invece l'insieme  d'una armonia meravigliosa che fa pensare alla grazia della Rinascenza ed evoca nel medesimo tempo la maest dei monumenti romani. Ci soprattutto differenzia questo capolavoro dell'arte "kmr" dai monumenti affini dell'India. Un soffio sublime di bellezza anima questo sforzo ciclopico.
La torre pi vicina mi mostra il groviglio fantastico dei suoi serpenti di pietra, che salgono con le morbide spirali dei loro torsi inanellati verso la cima dell'edilizio, ed ogni tanto aprono nel vuoto il fiore delle sette teste viperine. Sembra che la torre sia un unico intreccio di serpenti. Ma no, a guardarla meglio, ci s'accorge ch'essa  fatta anche di dee di granito, tutte eguali, fosche e misteriose, messe una sull'altra, su, su, fino alla cima... Ed anche di Buddha pazzerelloni, ed anche di draghi minacciosi, d'elefanti solenni, di fiori di loto, d'altre infinite immagini che sono riprodotte identicamente a migliaia d'esemplari lungo linee ascendenti che convergono all'apice.  un lavoro immane, una fatica quasi inconcepibile, una cosa enorme e tremendamente asiatica che sbalordisce.
L'Angkor-Vat non  n orientale, n indiano, n cinese, n classico, n esotico:  "kmr":  l'apoteosi artistica di una civilt misteriosa che ha brillato di luce fulgidissima in quest'angolo del mondo, poi s' spenta, senza lasciare altra traccia di s che una immane rovina!
Il mattino allarga la visione. Tutta la mole del tempio esce dall'ombra, coi suoi terrazzi, i suoi edifizi, le sue scalinate, le gallerie interne gremite di statue, le muraglie che sono un solo bassorilievo, i torrioni, le pagode, le piscine, quattro chilometri quadrati d'area edificata, ottomila metri di sasso scolpito, tutto d'Angkor-Vat. E che cosa  l'Angkor-Vat? Nulla! L'alba che conquista velocemente lo spazio scopre altre ricchezze, altre rovine monumentali, tutta una pianura di ruderi e mausolei, l'Angkor-Tom, i resti d'una grandiosa capitale che si  sbriciolata nel volgere dei secoli. E pi lontano ancora altre citt morte, pi antiche, pi vaste, altre rovine colossali, altri monumenti favolosi, altre mitre di granito, altre tiare di sasso, altri fantastici triregni di macigno, parte in piedi, parte messi da secoli a giacere in mezzo alle foglie della foresta. Scomparsi gli uomini, la selva ha invaso le citt ed i cimiteri, non un bosco addomesticato d'Europa, ma la foresta vergine del Tropico Asiatico, cio una marea irresistibile di rami e di tronchi che secondo la legge dell'universo ha incominciato a seppellire nella sua immensit i capolavori della potenza umana.
Tutta la pianura d'Angkor  un campo di battaglia nel quale da otto secoli il marmo lotta contro gli alberi, il granito contro le foglie, il porfido contro i virgulti, il sasso contro i funghi; le colonne cercano di divincolarsi dall'amplesso micidiale delle liane, i basamenti duellano con le radici, gli archi trionfali con la lebbra vegetale che li soffoca e li stritola, le muraglie coi filamenti che pian piano le trapanano, le rosicano e le abbattono: battaglia titanica e paradossale nella quale gni minuto segna miliardi di sforzi impercettibili e formidabili.
Ed il granito  vinto dai bocciuoli! I mausolei sono scalzati dal polline dei fiori! Ora l'umanit  accorsa con la tecnica dei grattacieli in aiuto della pietra sconfitta...
L'alito sublime de l'aurora patina di rosa il campo di battaglia. Il lago, il fiume, le risaie, i canali, gli stagni, la foresta inondata, le vasche monumentali riflettono nelle loro mille specchiere il sorriso del mattino. Migliaia d'uccelli s'alzano a turbinare intorno alle mitre. I cornicioni dei templi si popolano di corvi. Scimmiette giocherellone danno la scalata ai Buddha ed ai Brahma. Stormi di cicogne manovrano nell'aria luminosa.
Un enorme sopracciglio scarlatto s'alza sulla linea dell'orizzonte. Il primo sole occhieggia, ed il barbaglio della sua palpebra empie d'un brivido d'oro la mirabile visione d'Angkor.




Prima iniziazione ai misteri della politica cinese

PNOM-PEN, 16 giugno.

Tra la mirabile visione d'Angkor-Vat che documenta l'antica civilt e potenza d'una razza gialla, e lo spettacolo dei moli di Pnom-Pen che attesta l'attuale miseria di un'altra razza dell'Estremo Oriente, che fu anche essa nei secoli maestra di dominio e di civilt raffinatissimi, ho avuto una lunga conversazione col capo della famiglia "tong" (mandarina) dei Doc-D, principi di Pnom-Pen.
La famiglia Doc-D occupa nella storia dell'Indocina un posto press'a poco uguale a quello che hanno i Doria, i Gonzaga od i Visconti nella storia italiana. All'epoca delle lotte secolari fra il Camboge e l'Annam, i Doc-D, come condottieri degli eserciti cambogesi o come mandarini-feudatari della provincia di Battam-bang, hanno acquistato gloria e benemerenza nazionali che ancora oggi li fanno considerare dalla popolazione indigena come una fra le pi illustri casate dell'Indocina. Al tempo della conquista francese, i Doc-D combatterono accanitamente contro l'invasione europea: poi, quando il re del Camboge accett il protettorato della Francia, i Doc-D riconobbero il fatto compiuto e si misero anzi alla testa del movimento riformista per la collaborazione con gli europei. L'attuale capo della famiglia  D-Huu-Chan. Suo fratello D-Huu-Vi mor durante la grande guerra sul fronte francese come capitano aviatore.
Questo rapido schizzo dell'uomo e della famiglia m' parso necessario per mettere in rilievo l'importanza della conversazione. Non si tratta infatti del pensiero d'un rivoluzionario acciecato dalla passione di parte, n d'un nazionalista xenofobo ipnotizzato dall'orgoglio di razza, n d'un banale opportunista addomesticato dalla finezza europea. D-Huu-Chan  un giallo moderno, nel quale la fierezza della stirpe s'accoppia ad una conoscenza approfondita dello spirito occidentale, uno di quei gialli che paiono stare a cavaliere delle due civilt, esemplari piuttosto rari in Cina ed in Indocina, assai pi frequenti nel Giappone.
Egli mi ha ricevuto nella sua villa di Pnom-Pen, un gioiello d'architettura cambogese, circondato da un immenso giardino. Dalle verande di porcellana gialla, messe una sull'altra a scaffale, secondo il motivo tipico dell'architettura "kmr", l'occhio spazia su un grande giardino di Cina, uno di quei paradossali giardini della Pekino imperiale che riproducono in miniatura l'aspetto della crosta terrestre, bizzarro mosaico nel quale, invece di marmi e di giade, gli artefici hanno adoperato l'acqua, la terra, le foglie, i fiori, gli alberi, i muschi e le roccie.
La pazienza e la raffinatezza della razza che creano quei ninnoli d'avorio e di legno lavorati minuziosamente fino all'impossibile dinanzi ai quali il nostro spirito occidentale resta sempre perplesso, si scapricciano con la medesima meticolosit, ma con maggiore ampiezza, in questi giardini fantastici fatti di monti microscopici, di vallette, di piccoli laghi, di deserti lillipuzziani, di corsi d'acqua che vogliono essere fiumi e torrenti, di villaggi giuocattolo, di viottoli da bambola, di giuochi di pazienza eseguiti con sassolini e terra colorata, di finte caverne, di gole, di cascatelle e tempietti, di pagode minuscole e monumentini, d'innumerevoli cose ridotte che fanno pensare a costruzioni di api ed a passatempi di formiche. Lo spirito d'osservazione dei gialli e le loro meravigliose attitudini per l'imitazione, danno una innegabile impronta d'arte a questi panorami in miniatura, in mezzo ai quali la "casa" , pei suoi abitanti, il centro del mondo.
Nello studio sontuoso tutti i mobili e tutti gli oggetti sono preziosissime cose d'Estremo Oriente: lacche, giade, avorii, sete dipinte, ebani scolpiti, intarsii di cedro e madreperla, porcellane "song" e maioliche "sath-sma", bronzi coreani patinati d'oro, smalti azzurrini nei quali pare sia condensato il fascino dell'aria... Ma l'apparecchio telefonico, le suonerie elettriche, i ventilatori e soprattutto una gigantesca biblioteca piena di opere occidentali, attestano come in questa casa aristocratica di mandarini il culto del passato e l'amore della tradizione non escludano il riconoscimento del progresso occidentale ed il rispetto per le formidabili conquiste intellettuali dell'Europa.
Vorrei soffermarmi a descrivere la bellezza dell'ambiente, l'eleganza delle quattro colonne di cedro scolpito che sostengono il soffitto "kmr", l'intarsio magnifico delle pareti sulle quali una muta di dragoni giuoca a palla con una luna sorniona d'argento... ma l'argomento mi obbliga a rinunciare a ci. Lascio la parola al vecchio signore giallo.

- Gli avvenimenti di Canton e di Scianghai - dice press'a poco il mandarino in un francese scorrevole ed elegante - non debbono essere esagerati e neppure presi alla leggera. Sono l'esplosione locale d'uno stato d'animo che  largamente diffuso in tutto l'Estremo Oriente. Per giudicare con esattezza gli avvenimenti del litorale cinese bisogna inquadrarli, bisogna cio tener presente che tutto il continente asiatico  attualmente una caldaia in ebollizione, tutto, dal Mediterraneo al Pacifico! L'effervescenza dell'Asia mussulmana, i fremiti dell'India, i fermenti del Tibet, l'anarchia della Mongolia, i lieviti dell'Indocina, i torbidi della Cina, le difficolt sociali del Giappone, sono tante manifestazioni diverse di uno stesso fenomeno: elementi di disordine, disparatissimi e pel momento quasi autonomi, che agiscono per simultaneamente obbedendo a forze dinamiche identiche. Il risultato unico  l'ebollizione del calderone asiatico. Sarebbe per esempio assai audace dire che esiste un'intesa fra gli scioperanti di Scianghai e... Kemal Pasci: potrebbe per essere altrettanto audace negare l'esistenza di un misterioso rapporto fra l'anti-europeismo della Turchia Kemalistica e lo xenofobismo degli studenti cinesi di Canton! Voi occidentali amate la sintesi e vi compiacete delle formule che condensano in poche parole tutta una situazione. Ebbene fra le tante formule in circolazione quella che meglio d'ogni altra riproduce le attuali condizioni psicologiche dell'Oriente e dell'Estremo Oriente, : l'Asia agli asiatici. Cherchez la femme! In tutte le convulsioni asiatiche cherchez l'Asie, madre comune dalle molte faccie. Nei torbidi di Canton, un afgano che non sa nemmeno Canton dove sia, dar in cuor suo ragione ai cinesi: nei torbidi di Cabul, un cinese che non sa neppure che cosa sia l'Afganistan, si sentir solidale con gli afgani. Contro l'Europa, contro l'Occidente, tutti contro, quindi un po' fratelli. La gravit dei tumulti xenofobi di Scianghai sta nella loro ripercussione in tutta la Cina ed in tutta l'Asia.  come l'attacco d'una quota sulla fronte di battaglia. Dal Mediterraneo al Pacifico le genti dell'Asia formano una unica catena di nazionalismi in processo avanzato di sviluppo. E per necessit di cose, sovente contro la volont stessa dei dirigenti, queste passioni nazionali finiscono pi o meno per risolversi dovunque in un sentimento xenofobo, perch... dovunque l'ostacolo alle aspirazioni nazionali  rappresentato da una dominazione o da una pressione europea. Gli attuali avvenimenti della Cina meridionale assumono agli occhi degli asiatici l'importanza d'un simbolo, in quanto il mondo giallo vede tutte le potenze occidentali coalizzate contro la Cina.
- Ed il Giappone?
- La presenza del Giappone non riesce ad attenuare la brutalit del quadro. Per alcuni di noi - una minoranza - le navi del Mikado si trovano nelle acque cinesi accanto alle forze navali dell'occidente perch il governo di Tokio subisce il contagio dell'imperialismo europeo; per gli altri invece - e sono la maggioranza - il Giappone sta l per frenare gli occidentali ed impedire che approfittino della situazione ai danni della Cina; per altri ancora, e forse io sono fra questi, il governo di Tokio la sa pi lunga di quello che i comunicati nipponici lasciano trasparire.
- Sarebbe a dire?
- Non mettiamo i punti sugli i. Perch... il Piemonte di Cavour partecip alla guerra di Crimea? Per aver voce in capitolo nella comunit europea d'allora e favorire il risorgimento dell'Italia! Anche il Giappone intende essere presente in tutte le questioni grandi e piccine che hanno attinenza col risorgimento dell'Asia.  questa del resto la sola ragione che ha indotto l'Impero a partecipare alla conflagrazione europea contro la Germania. Il risultato della guerra era secondario pel Giappone. L'importante era d'essere in mezzo alla mischia per favorire i propri interessi nel limite consentito dalle circostanze. Il Giappone ha agli occhi degli asiatici una grande benemerenza, quella di aver vinto la Russia e d'aver cos dimostrato agli asiatici che se vogliono essi possono vincere l'Occidente anche nel terreno nel quale  pi forte: la violenza armata. L'Inghilterra che ha permesso al Giappone di distruggere a Vladivostok e a Porto Arthur il mito dell'invincibilit occidentale, ha offerto agli asiatici durante la grande guerra il mezzo di fare a buon mercato una seconda esperienza. Il terzo esperimento potrebbe essere a sue spese. Ma veniamo al fatto specifico dei torbidi di Canton e di Scianghai.
- Chi li ha provocati?
- Secondo la versione cinese si tratterebbe d'un movimento popolare spontaneo, provocato dai bassi salari della mano d'opera indigena nelle officine di propriet europea. Sarebbe facile dimostrare che i salari degli operai al servizio dei cinesi sono ancora pi miserabili. Basta per il semplice fatto della solidariet degli studenti e dei negozianti per svalutare la versione ufficiale di Pekino. In nessun paese gli studenti scioperano per spirito di fratellanza cogli operai, tanto meno in una societ come la gialla nella quale le due categorie non costituiscono solamente due classi distinte, ma due vere e proprie caste. Gli studenti o meglio coloro che hanno in mano i gruppi studenteschi della Cina meridionale - si tratta del "clan" del defunto Sun-Yat-Sen - hanno pensato che il malcontento d'una categoria operaia offriva una eccellente occasione non politica per mettere in moto l'organizzazione anti-europea delle provincie del Sud e fare una prova di forza. Ci  evidente. Siamo di fronte ad una manovra di tattica rivoluzionaria per sondare le resistenze locali e generali della situazione. I negozianti hanno obbedito agli ordini indiscutibili dei capi delle congregazioni.
- Chi  dietro le quinte? Chi impartisce gli ordini?
- Chi ordina  Canton. Chi  dietro le quinte  pi difficile a dirsi. Pechino? Tokio? Mosca? I capi della Cina del Sud? Credo di poter escludere Pekino. L'autorit del governo centrale  quasi nulla nelle provincie del Mezzogiorno. Il governo di Pekino deve essere anzi seccatissimo di queste complicazioni a carattere internazionale che lo obbligano ad agire secondo le pressioni dei "clan" brancolando nelle tenebre; fra la paura da una parte d'accrescere la sua impopolarit nella Cina meridionale astenendosi dal prenderne le difese contro la pressione europea; il timore dall'altra di lavorare pel re di Prussia, di fare cio il giuoco di qualche "clan" provinciale che persegue un recondito fine di politica interna. Fra il governo di Pekino ed i "clubs" politici della Cina meridionale i secondi hanno in questo momento maggior interesse del primo a pescare nel torbido. La direzione del movimento va quindi ricercata secondo me a Canton o nel King, in quegli ambienti politici che sostengono la necessit di scindere la Cina in due parti per affrettarne il risorgimento. La Cina meridionale pi ricca, pi popolosa, pi progredita, pi eccitabile, offre alla propaganda rivoluzionaria un terreno infinitamente pi fertile della Cina settentrionale. Inoltre i numerosi emigranti che tornano in paese dopo aver fatto fortuna in America, in Australia, in Indocina, a Giava, nelle Indie, nel Sud Africa, sono quasi tutti meridionali. Essi portano in patria i germi d'un nazionalismo inasprito dalle persecuzioni delle quali sono stati oggetto in genere all'estero ed uno spirito rivoluzionario agguerrito da una pi profonda conoscenza dell'Occidente e delle sue debolezze. La Cina settentrionale, pi arretrata, pi tradizionalista, lenta a muoversi, difficile ad organizzare per le stesse condizioni di vita delle sue popolazioni,  considerata dagli organizzatori del Sud un peso morto che conviene pel momento abbandonare. Sar cos pi facile alla Cina del Sud di diventare uno Stato occidentalizzato sul tipo del Giappone e di completare in seguito con le armi l'unificazione della Cina, lasciandone fuori il Tibet e la Bassa Mongolia che etnicamente non fanno parte del conglomerato nazionale cinese. Questo  il programma di Canton. La differenza che v' fra il linguaggio piuttosto deferente di Pekino verso le Potenze e quello insolente di Canton, documenta la diversit delle due mentalit. Ma Canton ha agito nel caso specifico di sua iniziativa per motivi di politica interna o v' una longa manus straniera? E questa influenza straniera  russa o per caso giapponese?
- Giapponese?
- Escludiamo il Governo di Tokio. Accettiamo il postulato che quel governo agisce in perfetta lealt. Esistono per nel Giappone importanti gruppi politici i quali non approvano affatto le direttive del Mikado e dell'attuale gabinetto nella questione cinese. Questi gruppi politici giapponesi che hanno il loro "clan" anche a Corte, sono anch'essi notoriamente favorevoli alla scissione della Cina in due parti, in quanto sperano trarne considerevoli vantaggi pel Giappone mediante una intesa con Mosca sulla Cina settentrionale: vantaggi d'ordine economico e territoriale, soprattutto vantaggi d'ordine interno per diminuire la pressione demografica che fa scricchiolare l'impalcatura democratico-feudale dell'Impero e minaccia di sboccare da un momento all'altro in un socialismo anti-dinastico ed anti-nazionalista. Questi gruppi sono ricchi ed influenti. Fra il "clan" rivoluzionario cinese del King ed il "clan" imperialista giapponese di Yeddu i rapporti sono stretti. Non bisogna lasciarsi impressionare da certi aspetti anti-nipponici dei torbidi di Scianghai. Sono in proposito estremamente scettico. Il governo di Tokio ha interesse ad accreditare questa diceria per giustificare dinanzi al paese la sua politica: i rivoluzionari del King vi trovano il loro bravo tornaconto per smentire Pekino che li accusa d'una intesa col Giappone: infine i governi europei e per essi l'Inghilterra, che dirige l'orchestra del Pacifico, trovano opportuno un diversivo anti-nipponico. Esso lega il Giappone all'azione repressiva delle Potenze, disarma in patria le opposizioni parlamentari socialiste, attenua il carattere nettamente anti-britannico dei tumulti, maschera gli scopi prettamente economici dell'intervento europeo.
- Non credete di esagerare l'influenza di questi gruppi politici giapponesi?
- No. Li ho studiati bene, perch si tratta del medesimo "clan" nazionalista che propugna la conquista dell'Indocina.
- Gi, me ne parlava a Saigon il direttore della San-Son-An.
- Il Giappone aspira al possesso delle immense risaie della Cocincina per assicurare il nutrimento della sua popolazione in continuo aumento: aspira ai fosfati del Camboge per i bisogni della sua agricoltura fosfati che ora il Giappone  obbligato ad andare a cercare nel Cile, fino in Tunisia ed in Egitto (come italiano dovete sapere qualche cosa d'una grossa vertenza fra il gruppo Mashada di Tokio ed il vostro Banco di Roma per i fosfati del Mar Rosso): desidera inoltre i ricchi giacimenti carboniferi del Tonkino per i rifornimenti della sua marina mercantile e militare, nonch la baia incomparabile d'Along per farne la prima base navale dell'Estremo Oriente e neutralizzare Hong-kong e Singapore. I gabinetti di Tokio hanno sempre recisamente smentito queste aspirazioni e lo stesso principe Yagamatha s' pronunziato recentemente in tal senso. In realt la propaganda contro la occupazione francese che turba la tranquillit dell'Indocina e che ha culminato nell'attentato di Canton contro il governatore generale Merlin ha i suoi centri direttivi nel Giappone. Lo stesso leader rivoluzionario, il nostro Gandhi, l'annamita Cuong-D, risiede tranquillamente a Nagasaki e dispone misteriosamente di milioni. Chi gleli d? Non faccio apprezzamenti. Mi limito a constatazioni.
- In ogni modo l'Indocina si difenderebbe!
- Con che?
- Ma la Francia!...
- Il Giappone saprebbe scegliere il suo momento. La Francia ha troppi avversari sulle sue frontiere d'Europa per potersi impegnare a fondo in Estremo Oriente. La lotta non potrebbe essere che navale e l'inferiorit francese  manifesta. L'Indo-Cina  in realt a disposizione di chi la vuole, come diceva anni fa il generale Borgn-Desborde. La forza navale francese d'Estremo Oriente  costituita da poche unit antiquate che debbono difendere uno sviluppo costiero di 3700 chilometri. L'eroismo degli equipaggi si sacrificherebbe in una inutile resistenza. Ma non accadr nulla di grave fino alla grande scadenza del Pacifico. L'Inghilterra non permetterebbe al Giappone di stabilirsi in Indo-Cina.
- Che cosa intendete per scadenza del Pacfico?
- L'inevitabile conflagrazione mondiale pel controllo dei mercati della Cina. La Francia sar certo a fianco della Gran Bretagna. Il Giappone sar dall'altra parte. Se la flotta giapponese sar sconfitta, l'Indo-Cina rester ancora un certo tempo sotto il controllo francese: in caso contrario le sorti dell'Indo-Cina e dell'Australia sono segnate nel gran libro "samurai"!
- Ed in tutto questo qual' la funzione della Russia?
- Col Giappone contro l'Inghilterra e l'America. Gi ora Mosca e Washington si combattono accanitamente a Pekino.
- E negli attuali avvenimenti di Canton?
- La propaganda sobillatrice degli agenti russi nella Cina meridionale  nota a tutti. I sentimenti xenofobi del proconsole moscovita a Pekino - l'onnipotente Karakan - non hanno bisogno d'essere messi in luce. Essi sono sufficientemente illustrati dal telegramma di felicitazione che egli sped a Sun-Yat-Sen all'indomani dell'attentato annamita di Canton. Karakan  uno xenofobo arrabbiato. In questo momento egli  certo il massimo cervello della Russia bolscevica. Forse Karakan sar il Bonaparte della rivoluzione russa, ma un Bonaparte asiatico che si disinteresser dell'Europa e della stessa Russia europea. Karakan  una potenza a Mosca perch ha in mano la scacchiera asiatica. Le circostanze che hanno obbligato i Soviet a modificare la loro politica economica europea - in Asia non ne hanno mai avuta - li hanno egualmente obbligati a rivedere da cima a fondo la loro politica estera. La situazione del continente europeo esclude ormai per la Russia qualsiasi possibilit d'avventura in grande stile da quella parte. I piani ambiziosi accarezzati in un primo tempo da Trotski hanno dovuto essere definitivamente abbandonati in seguito al fallimento delle rivoluzioni comuniste nei vari paesi d'Europa, rivoluzioni le quali, nel piano strategico di Trotski, avrebbero avuto il compito d'aprire la strada agli eserciti rossi attraverso la Germania, l'Ungheria, l'Austria e l'Italia per colpire a morte la Francia e minacciare l'Inghilterra nei suoi gangli imperiali, obbligandola a scendere a patti. Se le rivoluzioni comuniste fossero riuscite si sarebbe avuto un'Europa anarchica e disarmata sotto il controllo di Mosca, la quale pel semplice fatto d'avere l'alta direzione del movimento rivoluzionario e di possedere essa sola un esercito armato sarebbe stata la padrona effettiva del continente europeo. Allora l'Inghilterra rimasta sola sarebbe stata colpita nelle comunicazioni imperiali ed attaccata a fondo in Asia. Ma le rivoluzioni comuniste sono fallite dappertutto, perch le condizioni sociali non erano negli altri paesi identiche a quelle della Russia zarista e menscevica. Il colpo decisivo lo ha dato l'Italia. Il vostro Mussolini ha impedito che si formasse in Europa il mito della rivoluzione bolscevica e che determinasse come tutti i miti un periodo di panico nel quale sarebbero state sommerse tutte le resistenze. Egli ha indovinato la diagnosi psicologica dell'Europa ed ha adottato il rimedio specifico, l'unico possibile, quello cio di dimostrare agli europei con un esempio pratico che la pi grande forza della rivoluzione bolscevica era la pusillanimit dei suoi avversari. Sotto questo aspetto il vostro Mussolini ha veramente salvato l'Occidente.  un benemerito dell'Europa. Non posso dire che abbia le medesime benemerenze di fronte all'Asia, perch il crollo europeo avrebbe indubbiamente risparmiato mezzo secolo di sforzi e di sofferenze alle razze asiatiche che aspettano l'indipendenza. Come vedete sono sincero.
- Vi comprendo perfettamente.
- Ritornando alla Russia ho l'impressione che noi avremo ben presto due Russie ben distinte con un governo centrale unico a Mosca.
- Due Russie?
- S: una Russia europea, che per forza di cose andr sempre pi accostandosi ai regimi del resto dell'Europa sotto forma di una Repubblica federativa di piccoli proprietari agrari, solida, bene armata e pacifica; una Russia asiatica invece, apparentemente federativa, governata in realt dai proconsoli di Mosca, avventurosa, rivoluzionaria, tumultuante, con ingerenze pi o meno palesi in tutti i movimenti nazionalisti e xenofobi del continente asiatico. La prima Russia former da Stato-cuscinetto alla seconda, da paravento diplomatico, da bailleur de fonds, da fornitore d'armi e di uomini, da impresario generale e da alibi permanente.  la trovata di Karakan! Un coup de maitre. Se alla fine le cose andranno bene per la Russia d'Asia, quella d'Europa scender apertamente in lizza contro l'Inghilterra e contro tutti gli Stati che hanno possedimenti coloniali in Asia, magari aiutata dalle alleanze europee che avr potuto accaparrarsi e che non mancheranno. Se invece le cose finissero male per Karakan, la Russia europea avrebbe sempre modo di salvare le apparenze sacrificando un paio di proconsoli asiatici e facendoli magari apparire come ribelli.
- Il giuoco  abile ma potrebbe essere arrischiato...
- Meno assai di quanto crediate. La Russia asiatica  inattaccabile. Essa proceder in ogni modo d'accordo col Giappone al quale  esposto il suo tallone d'Achille. Quanto alla Russia europea essa sa d'essere protetta contro una coalizione armata dalla solidariet negativa, ma anch'essa efficace, di tutti i partiti socialisti, i quali per necessit di dottrina e per ragion di vita sono obbligati in ogni paese ad usare un minimo indispensabile di riguardo verso la repubblica ufficiale del Proletariato. Karakan ed i suoi collaboratori agiscono in questo senso in India, in Indo-Cina e nello stesso Giappone, mentre in Europa Cicerin predica la pace e la concordia universale. Karakan oltre a possedere un ingegno di primissimo ordine, ha un'anima asiatica la quale gli permette di veder chiaro nella psicologia dei gialli, l dove il migliore dei vostri uomini politici  d'una miopia che rasenta la cecit. La influenza di Karakan nella Cina meridionale aumenta di giorno in giorno, specialmente nelle provincie di Kuang-Si, di Kuang-Tong e di Fu-Kieu. Egli non agisce direttamente sulle masse come si crede in Europa, ma su migliaia di capi e di sottocapi dei quali conosce le ambizioni ed i bisogni. La propaganda bolscevica  un fantasma per ingannare l'Europa e l'America, per forzare la mano a certi ambienti giapponesi e per trovare proseliti nei centri industriali del litorale. In realt il bolscevismo non  applicabile in Cina dove il concetto di propriet fa parte dello spirito della razza. Quel po' di buono che v' nel bolscevismo  praticamente uno stato di fatto nelle campagne cinesi gi da mille anni. Karakan ed i suoi amici cinesi - ambiziosi politici ed intraprendenti finanzieri - mirano esclusivamente a sbarazzare gli europei dal Pacifico.
- E Pekino lascia fare?
- Che cosa conta la povera Pekino?
-  sempre la capitale.
- La Cina non ha pi capitale e non ha pi governo. Dopo la prima suddivisione nelle due Repubbliche del Nord e del Sud, l'impero  diventato un mosaico di repubblichette che vanno continuamente frazionandosi e spezzettandosi. Abbiamo prima avuto le repubbliche dei "gruppi di provincie", poi le provincie isolate si sono costituite in repubbliche locali, ora l'epidemia si sta propagando alle prefetture ed alle sottoprefetture. Ogni mandarino ambizioso forma un "clan" politico e lo incapsula in una repubblichetta. Ha bisogno di denaro e lo cerca. Se ne trova a Londra, a Pekino, a Tokio, a Canton, a Mosca. Ognuno prende dove pu.  un caso. Venti generali comandano, pochi soldati obbediscono. Molte battaglie sono un bluff. La Cina non riuscir mai a ristabilire da sola l'ordine meraviglioso che tenne unito l'immenso paese durante tanti secoli fino alla morte dell'imperatore Tsu-Hi, perch  crollata l'antica impalcatura dell'Impero che era il capolavoro d'un millennio di saggezza. I torbidi attuali saranno sedati, altri ne scoppieranno fatalmente fra breve perch innumerevoli sono le persone che hanno bisogno d'incidenti e di tumulti per i loro scopi politici ed i loro interessi personali. Quando l'imbroglio assumer proporzioni cos vaste e drammatiche da rendere inevitabile una sistemazione, le Potenze, nonostante la loro prudenza, saranno obbligate, dico obbligate, ad intervenire su larga scala. L'intervento occidentale, deliberato magari dopo due o tre Conferenze con la buona intenzione di liquidare amichevolmente il pasticcio cinese fra tutti i concorrenti, provocher invece fatalmente il contrasto di competizioni politiche formidabili e d'interessi economici irriducibili. Sar la conflagrazione del Pacifico. La scadenza  gi segnata dal Destino sul libro della storia. Vedremo Cina, Russia e Giappone da una parte con la cooperazione pi o meno fattiva di tutti i nazionalisti asiatici: Stati Uniti, Inghilterra, Francia e quasi certamente Italia dall'altra. Dopo di che coloro i quali scriveranno la storia della conflagrazione mondiale pel controllo del Pacifico e per la spartizione delle immense risorse cinesi, daranno ai torbidi di queste settimane, agli incidenti di Canton e di Scianghai che sono l'episodio del giorno, il significato che veramente essi hanno, di prodromi, cio, del grande sconquasso asiatico.
- Le vostre previsioni sono nere.
- Il mio giudizio  quello di quasi tutti gli uomini pensosi e disinteressati della nostra razza.
- Perch credete che l'Italia sia travolta nella contesa del Pacifico?
- Perch solo il Pacifico pu assicurarle direttamente od indirettamente i territori coloniali e le materie prime di cui il vostro paese ha bisogno pel continuo aumento della sua popolazione e per la realizzazione di quel programma imperialista che fa rivivere nei cuori italiani la potenza di Roma. I popoli che hanno nel sangue l'eredit del comando possono dormire cento o mille anni: quando si svegliano si rimettono in marcia verso le mete degli antenati. Noi gialli siamo osservatori. Fra le tante coincidenze abbiamo per esempio notato che l'Italia, la quale  stata sempre rappresentata nelle acque cinesi da un paio di modesti stazionari, ha attualmente nei mari d'Estremo Oriente tutta una squadra. Essa  giunta sul posto precisamente poco tempo prima che incominciasse l'agitazione della Cina meridionale. Semplice caso, direte. Pu essere. Io preferisco vedervi un calcolo politico ed un eccellente servizio d'informazioni.
- Ed in tutto questo qual' secondo voi la funzione dell'Indocina?
- L'Indocina  l'appendice naturale della Cina e del Giappone. Ne seguir le sorti. In caso d'una vittoria giapponese avremo certamente un periodo di dominazione nipponica, nel caso contrario resteremo ancora qualche tempo sotto il controllo della Francia. Nei due casi per la soluzione finale sar sempre l'indipendenza, probabilmente sotto forma d'una Federazione della Cocincina, del Camboge, dell'Annam, del Laos e forse dell'Yunam sotto la direzione del Tonkino.
- Perch del Tonkino?
- Il Tonkino  progressista e nazionalista, l'Annam conservatore, la Cocincina liberale, il Camboge commerciale. Sar certo il Tonkino il nostro Piemonte.
- Personalmente voi siete per in eccellenti rapporti con la Potenza occupante.
- Mio fratello  morto per la Francia ed io ho combattuto come colonnello sul fronte della Somme. La mia famiglia ha accettato lealmente il fatto compiuto. Meglio i francesi che gli inglesi! L'occupazione francese  stata sotto molti aspetti un bene per l'Indocina, in quanto ha messo tregua alle lotte intestine fra il Camboge, l'Annam, il Tonkino, il Laos e la Cocincina, nelle quali si esaurivano sterilmente le migliori energie della razza. La pace interna e l'amministrazione francese hanno permesso lo sviluppo agricolo-economico del paese ed hanno gettato le basi della futura industria nazionale. Inoltre i francesi hanno introdotto in Indocina le conquiste tecniche e meccaniche dell'Occidente delle quali i gialli non possono fare a meno perch rappresentano tante vittorie dell'ingegno umano sulle resistenze della Natura. Se il risultato della futura conflagrazione sar favorevole per la Francia noi resteremo ancora un certo spazio di tempo sotto il controllo francese. Poi le forze autonome prenderanno fatalmente il sopravvento per le capacit intrinseche del nostro popolo e per la deficienza d'uomini della Francia. Il controllo francese diventer sempre pi blando: attraverseremo forse l'intermezzo d'un self government e d'una alleanza franco-annamita, infine l'Indocina sar un blocco a se con funzione equilibratrice fra l'Asia indiana e l'Asia gialla.
- V' gi in Indocina una forte corrente contraria al controllo francese?
- Ve ne sono due: una di carattere nazionalista che ha per organo la Tribune Indigne di Saigon ed una a tendenza bolscevico-socialista che  pi sviluppata nell'Annam. La prima ha i suoi centri direttivi nel Giappone, la seconda in Cina a Canton. In fondo, nazionalismo e bolscevismo si unificano nella coscienza indigena in una aspirazione ancora vaga alla indipendenza. Del resto, in tutto l'Estremo Oriente, bolscevismo e nazionalismo sono sinonimi. Karakan non  altro che un apostolo dei nazionalismi asiatici.
- Secondo voi che cosa dovrebbero fare le Potenze per evitare la catastrofe che sentite approssimarsi?
- Ormai le cause determinanti della tragedia hanno gi plasmato la situazione. Nello stato di fatto v' gi la ragione storica del conflitto. Le Potenze sono nel vortice del Destino. La saggezza di Confucio insegna che in caso d'alluvione si salvano coloro che riparano su un picco ed... aspettano!
- Ed in questo caso il picco sarebbe?
- Vi risponder con Confucio: quelli che sanno non dicono, quelli che dicono non sanno!




Le danzatrici di re Sisovat

PNOM-PEN, 24 Giugno

I torbidi della Cina meridionale hanno avuto pi ripercussione di quel che si creda nel resto dell'Estremo Oriente. A Pnom-Pen costituiscono l'argomento del giorno. Non si parla d'altro nei caff e negli alberghi. E gli indigeni meno sospetti d'intransigenza dicono chiaramente che la Cina non si calmer fino a che non si sar sbarazzata delle Capitolazioni, delle Concessioni, delle servit portuarie, infine di tutta la bardatura imposta dalle Potenze.
L'esempio della Turchia  citato a torto ed a rovescio da questi omuncoli flemmatici che fino ad ieri parevano disinteressarsi d'ogni cosa che non fosse riso e piastre, e che tutto ad un tratto si rivelano nazionalisti appassionati ed informatissimi! Le parole "libert", "indipendenza", self-government, "autonomia", punteggiano con frequenza i discorsi dei cambogesi e degli annamiti. Nel profondo delle coscienze millenarie una misteriosa "solidariet gialla" unisce cinesi ed indo-cinesi contro gli occidentali. La si sente.  forse la "rivelazione" delle attuali complicazioni politiche. Ed  cos forte che tradisce questi uomini che pur sono maestri nel nascondere i propri sentimenti.
Per strada, i crocchi, pi numerosi che di abitudine, parlottano fra loro lungamente senza gesti e senza scatti di voce, zittendosi quando passa un europeo. Si capisce che parlano della Cina, degli "zii" che sono alle prese coi britannici, del Dragone che si sveglia, della Russia, del Giappone, del grande mandarino Karakan, della morte immatura di Sun-Yat-Sen, del maresciallo, di tante cose che parevano sepolte sotto la "collaborazione franco-annamita" e che sono risorte ad un tratto perch a mille chilometri di distanza quattro fucili occidentali hanno sparato contro uomini di razza gialla.
- Da quindici giorni i nostri boys sono tutti ministri degli Affari Esteri! - Cos riassume la situazione il direttore dell'albergo.
Ed un giornalista francese aggiunse:
- Me lo saluta lei il Journal de Saigon colla sua campagna nazionalista anti-cinese che costa fior di piastre al Ministero delle Colonie! Ben spesi quei soldi! All'atto pratico cinesi ed indocinesi formano due razze ed un'anima sola. E per conto mio metto anche i giapponesi nella medesima pentola.
 un fatto che Pnom-Pen, la quale m'era parsa unicamente un grande deposito di riso abitato da mercanti milionari e da facchini pezzenti, si rivela all'improvviso capitale: capitale di un paese che non ha rinunziato ai ricordi del passato ed alle ambizioni dell'avvenire: centro di passioni politiche e di aspirazioni nazionaliste: una delle tante officine rivoluzionarie dell'Estremo Oriente nella quale sotto la fallace apparenza del disinteresse giallo, i capi lavorano e le plebi collaborano, tutti aspettando senza precipitazione che gli eventi maturino nel crogiuolo del Destino.
Solo il "Palazzo Reale della Danza"  una oasi d'arte e di amore in mezzo al mare grosso della politica. Almeno cos sembra a noi che lo visitiamo per graziosa concessione del Re Sisovat! Ma chi pu dire che cosa si nasconda in realt sotto la maschera pallida delle bambole reali? Anche il vecchio re sembra disinteressarsi di tutto ci che non sia i suoi bonzi e le sue ballerine. I funzionari francesi ed i giornali del governo assicurano che S. M.  enchante delle attuali condizioni del Camboge.  Il popolino  convinto perfettamente del contrario. E le folle gialle a differenza di quelle occidentali non esigono dai loro condottieri l'azione immediata. Per esse anche l'attesa passiva d'un monarca pu celare il calcolo d'una saggezza millenaria.
Chiedete ad un cambogese qualsiasi senza distinzione di classe che cosa prediliga pi d'ogni cosa. Vi risponder infallibilmente:
- Mio padre, il betel e la danza.
Il ballo che per gli occidentali  un esercizio fisico, un passatempo mondano, magari una piacevole distrazione di natura artistica, ha agli occhi dei popoli asiatici una fisonomia mistico-religiosa che ne aumenta considerevolmente l'importanza. Nel Siam e nel Camboge il culto della danza  ancora maggiore che in India ed in Cina. Per le genti di Bangok e di Pnom-Pen il ballo  la suprema conquista artistica dell'umanit, quasi un riflesso della vita oltre terrena. La danza parla ai loro sensi ed al loro spirito pi della musica, della scultura e della poesia. Per i cambogesi la musica non  altro che una forma d'arte secondaria destinata ad accompagnare la danza: la scultura esiste semplicemente in quanto fissa nella pietra e nel metallo, oltre alle immagini delle divinit, una espressione di danza che merita di essere eternata e tramandata alle generazioni future; la poesia si sforza di concretare in parole i sentimenti ed i miraggi che la danza suscita nello spirito delle genti.
Bisogna rendersi conto di questa funzione sovrana della danza presso le popolazioni del Siam e del Camboge per comprendere i loro "Corpi reali di ballo" che si perpetuano nei secoli all'ombra protettrice delle Dinastie e quasi si confondono con la sovranit di cui sono il massimo attributo. Si pu dire che essi sono contemporaneamente il Trono, l'Accademia di Belle Arti, il Pantheon delle glorie nazionali ed Istituti di cultura politica. La storia antica del Siam e del Camboge sarebbe totalmente ignorata dalla maggioranza degli abitanti se le danze non facessero rivivere ogni giorno nell'anima popolare le leggende ed i fatti del passato. L'arte continua a produrre ninnoli e monumenti di stile "kmr", perch le ballerine reali forniscono agli artefici i medesimi modelli e le medesime ispirazioni che sedussero gli antenati.
Nel culto della danza e nella venerazione popolare per le sue sacerdotesse il Siam ed il Camboge hanno divinizzato i due grandi sorrisi dell'esistenza umana: l'arte e la donna. Nel fascino d'una danza adorano il fluido potente di Eva, ispiratrice e consolatrice, compagna insostituibile nella gloria e nella pena degli uomini!
Pian piano la danza ha invaso tutti i campi dell'attivit sociale: la religione, la guerra, la politica, il commercio, l'amministrazione della giustizia. Non v' cerimonia politica, civile o religiosa senza danze. Dove in Occidente si pronunzia un discorso, nel Camboge si eseguisce una danza. E l'anima del popolo educata da una tradizione secolare comprende il linguaggio d'un ballo come le nostre folle intendono l'eloquenza d'un tribuno.
Ci  capitato, per esempio, d'assistere in questi giorni alla solenne inaugurazione di un canale alla quale assistevano personalmente il Re ed il Residente francese, trattandosi di un'opera idraulica di grande importanza economica destinata a mettere in valore tutta la provincia di Battambang. Dopo l'abbattimento della diga che ha permesso all'acqua d'irrompere nell'alveo fecondatore, quando da noi il comm. Tizio ed il gr. uff. Sempronio avrebbero deliziato "l'eletto pubblico" con una prosa pi o meno interessante, a Bai-Ang  il Corpo reale di ballo che ha... tenuto il discorso ufficiale eseguendo un esercizio coreografico che  durato oltre un'ora. E nonostante noi non fossimo affatto iniziati a questo genere di oratoria, ne abbiamo perfettamente compreso il significato.
Mentre le danzatrici di Corte ritmavano sull'erba rada d'un prato le loro figure, dai movimenti armonici si sprigionava tutto un discorso. Le danze descrivevano con formidabile efficacia espressiva la desolazione delle terre incolte arse dalla canicola e devastate dai venti, l'azione benefica dell'elemento fecondatore che trasforma i deserti in risaie, il lavoro agricolo degli uomini, il placido incedere dei bufali, i solchi potenti dell'aratro, la gioia del contadino che assiste allo sviluppo della pianta preziosa attraverso la vicenda delle stagioni fino al raccolto che assicura il sostentamento delle famiglie e la prosperit delle generazioni.
Un coro femminile accompagnava le danze aiutando a spiegare il significato con parole adatte quando per la rievocazione d'antiche leggende e d'episodi mitologici esso diventava pi complicato ed oscuro. La folla seguiva con raccoglimento le evoluzioni delle danzatrici. Lunghi mormorii esprimevano il piacere della moltitudine. A volte il ritmo delle ballerine si rifletteva nell'oscillare istintivo degli spettatori, del Re, dei mandarini, della folla minuta. Si trattava di contadini, di donnette della campagna, di poveri bifolchi e di sterratori miserabili. In occidente una folla eguale avrebbe sbadigliato! Questa vibrava invece all'unisono con le danzatrici, comprendeva, apprezzava, godeva, per la mirabile quanto misteriosa sensibilit di certe razze a determinate forme di bellezza. Come in occidente, una grande armonia attinta alle sorgenti della ispirazione umana lascia impassibile o quasi una folla anglo-sassone, mentre commuove o travolge una turba italica che ha la melodia nel sangue, cos nel Camboge la massa del volgo  accessibile al fascino d'una danza che altrove  il privilegio d'una minoranza raffinata.
Le ballerine sono propriet del Re, il quale le riceve in dono dal popolo. Ogni famiglia cambogese reputa assai onorifico avere una figlia fra le danzatrici di Corte e molti sono quindi i genitori che offrono al Trono le piccole aspiranti quando hanno sei anni. Una commissione esaminatrice di vecchi bonzi sceglie quelle che sembrano indicate all'alta funzione per bellezza ed attitudini fisiche. L'offerta  abbondante e la cernita severa. Ci spiega come le danzatrici reali del Camboge siano tutte di straordinaria avvenenza.
Quelle che sono prescelte cessano da quel momento d'appartenere alla famiglia. I genitori sono disinteressati con un dono in denaro. Le piccole diventano propriet della nazione ed entrano nella Reggia dove resteranno fino alla morte.
Il Re sceglie fra le danzatrici le sue favorite. Nessun altro uomo ha diritto d'alzare gli occhi sulle sacerdotesse del Palazzo ed ogni tentativo del genere  considerato un delitto di lesa maest. Pare che il buon Re Sisovat sia in materia di manica piuttosto larga, mentre sotto il predecessore Norodom la disciplina era severissima. Spesse volte l'autorit giudiziaria francese dovette chiudere gli occhi su gravi casi d'ingiustizia e talvolta addirittura di barbarie per evitare complicazioni politiche con la Corte e con la pubblica opinione.
Le ballerine che erano sotto il Re Norodom cinquecento sono ora soltanto centodiciotto. Esse sono sotto la diretta sorveglianza della prima moglie del Re dalla quale dipendono. Divise in quattro turni di servizio, ognuno composto di venti figuranti, sono permanentemente a disposizione del monarca, il quale pu richiederle ad ogni momento del giorno e della notte perch eseguiscano uno spettacolo od anche solo perch gli tengano compagnia, gli facciano vento coi flabelli di struzzo, gli servano il t raccontando i pettegolezzi di Palazzo, cantino, suonino, ecc. In fondo il Corpo di ballo  l'harem del Sovrano in mezzo al quale egli sceglie la favorita ufficiale.
Le favorite che regalano al monarca un erede cessano immediatamente di far parte del Corpo di ballo: diventano dame di Palazzo ed abitano un padiglione speciale in un recinto apposito della reggia.
Tutte le altre sono riunite in un grande caseggiato nel quale ognuna possiede un piccolo appartamento, tre stuoie, due paraventi, mezza dozzina di ninnoli ed un pezzetto di giardino. Un'alta muraglia cinge il chiostro reale e la guardia ne  affidata ad un corpo scelto di veterani.
Sotto l'intransigente Norodom non avremmo mai potuto varcare la soglia della trappa, ma il novantenne Sisovat  d'idee larghe, e dopo un primo rifiuto formale, ci ha concesso un lascia-passare, temperato per dall'accompagnamento di quattro brutti ceffi di mandarini.
Arrivate ad una certa et le ballerine sono messe d'ufficio fuori quadro, ma rimangono nel Palazzo come insegnanti, cameriere, bambinaie, guardarobiere o semplicemente come mogli legittime dei veterani. Sic transit gloria mundi! Solo le favorite che hanno dato al Re un figlio conservano indefinitamente il loro rango di dame di corte.
Gli abbigliamenti di cerimonia non sono loro propriet. Fanno parte del Tesoro reale e sono restituiti dopo ogni spettacolo ai funzionari che li hanno in custodia. La loro ricchezza  famosa in tutto l'Oriente. Si tratta di ricami meravigliosi, di manti imperiali, di porpore, di piumaggi, di gioie e di diademi che sono usciti nel corso dei secoli dal Laboratorio e dall'Oreficeria reale, due istituzioni egualmente centenarie. Se il carovita ha influito sulle uniformi delle semplici comparse e delle allieve, le acconciature delle prime ballerine e delle favorite conservano tutto l'antico splendore. Su sete finissime di Cina, vaporose come schiume, fabbricate ancora a mano secondo l'uso antico col prodotto di bozzoli speciali, operaie mirabili hanno trapunto con fili di vero oro e di vero argento disegni altrettanto pregevoli che bizzarri. Ci hanno per esempio mostrato una tunica intorno alla quale la prima operaia del Laboratorio ha lavorato otto anni!
Perle, diamanti, topazi, opali, acque marine, zaffiri grossi come nocciuole aggiungono allo splendore dei ricami lo scintillo delle loro luci purissime. Gemme d'acqua meravigliosa che la dinastia ha collezionato durante i secoli, quando il loro valore era infimo in confronto all'attuale, sono legate capricciosamente con giade e con smalti su fondi di filigrana e d'avorii scolpiti. Su certe larghe placche d'onice, ignoti artisti si sono sbizzarriti ad intagliare tutto un paesaggio d'Estremo Oriente nel quale le foglie, i tronchi, le pagode, l'acqua corrente, il cielo e gli astri sono rappresentati da pietre preziose dell'intonazione voluta.
La favorita in... attivit di servizio - l'attuale si chiama Marasi ed ha diciotto primavere - ha diritto a portare un corsaletto sotto il quale nasconde, per tradizione centenaria, agli occhi dei profani i seni prediletti dall'augusto figlio del Sole Eminente. L'oggetto in questione  una specie di custodia d'oro sulla quale ogni sovrano della dinastia ha tenuto ad incastonare i pi bei rubini esistenti nel paese durante il suo regno. Oltre cento gemme di notevole grossezza sono ammucchiate su questo straordinario gioiello. Durante le danze nel riflesso dei doppieri il torso nudo di Marasi sembra cerchiato di carboni accesi. Sulla lussuriosa magnificenza del suo corpo appena velato da una garza trasparente non vi sono altri gioielli che questa fantastica corazza di rubini ed i suoi grandi occhi di smeraldo. Ed  cos potente la mala un po' perversa di Marasi che riuscirebbe anche dove fece cilecca la moglie di Putifarre!
Acconciate cos come madonne miracolose o come veneri impudiche, secondo la trama del soggetto danzato, cariche di collane, di vezzi, di bracciali, di anelli, di pendenti, il capo ornato di diademi alti cinquanta centimetri, le ballerine reali deliziano con la virtuosit delle loro caviglie e coll'avvenenza dei loro corpi primaverili gli ozii del satrapo giallo, consolandolo del potere sovrano perduto, come nei secoli della potenza cullavano le ambizioni degli autocrati.
Immagino che l'eccellente Re Sisovat debba dimenticare senza sforzo la presenza a Pnom-Pen d'un Residente generale, quando nella tranquilla intimit della Reggia, senza cortigiani e senza mandarini, lontano dagli occhi rispettosamente severi del colonnello-governatore, in mezzo alle sue danzatrici, fra il fru-fru delle sete, lo scintillo delle gemme, assiste agli sponsali della bellezza e dell'opulenza celebrati dall'Arte, e vede rivivere per la goia dei suoi occhi i bassorilievi del tempio d'Angkor-Vat!
Deve sentirsi certo pi Re del povero Residente Generale che  alle prese col ministro delle Colonie, alle dipendenze della Camera dei deputati e per riflesso d'ogni grande elettore della Gironda che voglia interpellare il Governo sulle malefatte dei proconsoli della Repubblica.

Quando noi entriamo nel recinto delle danzatrici,  l'ora del riposo pomeridiano. Solo il turno di servizio  a Palazzo. Le altre sbrigano le loro piccole faccende. Ne vediamo parecchie nei loro rispettivi giardinetti occupate ad inaffiare crisantemi e fiori di loto od a disegnare la terra secondo l'usanza cambogese con sassolini multicolori ed ocre variopinte. Sotto le tuniche di seta i corpi giovanissimi flettono una snellezza felina allenata dall'esercizio. Gli occhi sorridono sui fiori, agli stranieri che passano, ma i visi restano seri e gravi come si conviene a sacerdotesse che perpetuano un mito ed incarnano una fede.
Molte fanno la loro toeletta, che  l'operazione pi lunga e pi importante d'una ballerina cambogese. Inginocchiate contro uno sgabellino dinanzi ad una specchiera, maneggiano con destrezza i complicati strumenti coi quali forgiano la loro maschera di bellezza: una maschera identica per tutte, calcata sul fac-simile immutabile delle statue del tempio di Angkor. I secoli e la Rivoluzione francese non hanno influito sul modello. Il belletto nasconde i rosa e le ambre della carne sotto una vernice uniforme che d ai visi la lucentezza d'una porcellana ed il pallore argentato della luna alta. I poeti del Camboge cantano le bellezze di maiolica che rassomigliano alla luna. E le ballerine obbediscono ai poeti.
Quando il bistro ha identificato il colore delle epidermidi, fatto eguale l'arco perfetto degli occhi, lo scarlatto acceso delle bocche, l'ombra fosca delle ciglia, le sacerdotesse sono pronte per la loro funzione. Veramente paiono tante sorelle generate da una mostruosa matrice di statua, colle fronti sporgenti, le pettinature identiche, le grosse labbra sensuali aperte ad un fatuo sorriso d'oltre mondo.
A forza d'imitare i gesti ieratici dei bassorilievi, i loro movimenti ne conservano la impronta. Sia che camminino, che muovano le braccia o pieghino il busto, danno l'impressione d'essere uscite allora allora dagli intagli dei templi. Hanno nei muscoli la rigidit obbligata delle pose statuarie. Un fascino bizzarro si sprigiona dai loro corpi fragili e dai loro visi artificiali. Si comprende come debbano sembrare alla popolazione esseri speciali, baciati da un misterioso soffio di divinit, fantasmi dell'al di l, sconcertanti superstiti delle epoche morte.
Vecchie serventi che un tempo furono ballerine o favorite reali, obbediscono ora devotamente ai capricci delle giovani. Senza invidia e senza rimpianto. La loro anima primitiva, vissuta sempre appartata dal resto del mondo nell'atmosfera artifiziosa della clausura, non vede nelle nuove padrone che la continuazione di ci che esse furono: una immagine, nient'altro che una immagine di bellezza. Le vecchie adorano nelle giovani la loro grazia scomparsa. Sanno che anche per esse breve sar la primavera e lungo l'autunno.

Alle sei - l'ora in cui il Re Sisovat lascia ogni giorno infallibilmente i bonzi ed i ministri per ritirarsi in mezzo alle sue donne a masticare il betel - assistiamo ad uno spettacolo di gala eseguito da due turni di servizio.
Durante quasi due ore, quaranta silfidi tropicali ricamano nell'aria indorata dal sole morente tra i palmizi ed i frangipane del giardino reale, una mirabile fantasia. Una vecchia sorvegliante che par fatta di terracotta e che inalbera un incredibile parasole color ciliegia,  incaricata di spiegarci via via la trama dell'episodio danzato nel quale rivive la storia complicatissima d'una certa pricipessa Tupsavanga che, dopo una lunga serie di peripezie, finisce per sposare il re dei giganti, certo Prea Minurat, che  uno dei leggendari antenati della dinastia.
Una musica di xilofoni accompagna la vicenda. A volte il ritmo sommesso e sempre eguale degli strumenti fa pensare allo stropicco d'un immenso esercito in cammino e quasi rievoca la marcia delle generazioni scomparse che si sono dilettate dei medesimi suoni e delle medesime danze nel loro uniforme andare verso la morte; a volte invece i suonatori martellano furiosamente i tasti estraendone una fuga pazza di rombi d'organo e di schianti di tuono, come la sfuriata d'un organista demente durante un cataclisma.
Sotto le mitre scintillanti ed i diademi a cupola bizantina, le sacerdotesse cariche d'oro e di gemme, raccontano col linguaggio muto delle mani e delle caviglie, dei torsi e delle braccia, la vicenda avventurosa della principessa Tupsavanga. A prima vista i corpi sedicenni, che paiono ancora pi acerbi per la gracilit della razza, hanno l'aria d'essere schiacciati dal peso dei vezzi e paralizzati dalla rigidit dei tessuti ricamati, ma quando, docili ai segnali invisibili) si mettono leggiadramente in moto, sembra che il giardino sia invaso da un nugolo fantastico di sfarzose farfalle.
Sotto certe tuniche cartacee a forma di campana, le gambe agilissime battono il tempo d'un concerto paradossale che fa pensare alla frenesia dei carillons quando impazzano in cima alle pievi nei mattini di festa. A volte i movimenti sono compassati e meccanici, a volte invece snodati e voluttuosi come stiracchiamenti di pantera. Certi scatti potenti delle reni sono come i balzi dei giaguari nelle notti di caccia e d'amore; certi tremolii dei seni richiamano alla mente il brivido delizioso delle campanule agitate dal vento; i contorcimenti dei torsi gareggiano con l'inanellamento lascivo delle serpi; l'ondeggiar delle anche ha l'armoniosa maest delle onde turgide di marea; quando con i capelli sciolti e le braccia aperte turbinano vorticosamente su loro stesse, emettendo un trillo breve e selvaggio, lo spirito pensa istintivaniente allo scempio della bufera in un roseto...
Creature nate per la danza, che non sanno fare altro, per le quali tutta l'esistenza non  che un solo passo di ballo, accoppiano ad una virtuosit senza confronti, una eleganza stilizzata dal buon gusto raffinato dei secoli. E tale  la perfezione dell'insieme, che la stessa nudit finisce per perdere ogni effetto sui sensi. L'opulenza medesima delle vesti e dei monili diventa un elemento secondario. Restano dei gesti, meno ancora, un semplice movimento di armonie, un nulla sublime fatto di tanti niente meravigliosi.....
Le carni e le gemme sono dominate da un fluido mistico e religioso.
Quando si son viste le ballerine reali, si comprende il tempio di Angkor-Vat, si capiscono i tetti bizzarri, gli oggetti stranissimi, le linee eccentriche dell'edilizia "kmr".
La mole fantastica dell'Angkor-Vat non  altro che un passo di danza pietrificato dall'entusiasmo di diverse generazioni di artisti. Il tempio ha fissato nei suoi mille graniti le fugaci creazioni di bellezza delle danzatrici: queste fanno rivivere ogni giorno per la gioia del Re e del popolo i bassorilievi millenari del Tempio.
Il mausoleo di sasso scolpito e le figurazioni plastiche della carne sacerdotale, formano in realt un altare unico, sul quale la razza adora il fascino eterno della donna, illuminato dal desiderio e spiritualizzato dall'amore.
E pi non sembrano incomprensibili i tetti obliqui e sbilenchi campati in aria sugli steli inverosimili, le cupole schiacciate e come proiettate nel vuoto, gli archi di traverso, i cornicioni a zig-zag, le finestre irregolari, le porte smorfiose, le code di serpente e le proboscidi di elefante che si contorcono fuori di tutte le tettoie, le volte storte, i ponti ondulati, le torri fatte di campane in volata.
Architetti e scultori si sono ispirati agli svolazzi degli scialli, ai guizzi dei veli, ai giuochi delle collane, agli squilibri delle caviglie inarcate, ai contorcimenti dei corpi giovani e delle reni snodate, per sospendere nel cielo d'Angkor la fantastica frenesia d'una danza e coronare cos la capitale col pi bello dei suoi diademi.




Piccole considerazioni spiacevoli

PNOM-PEN, 1 luglio.

Il destino m' favorevole. Del resto luglio  stato sempre per me un mese mascotte. Fino ad ieri sera pareva che da Pnom-Pen dovessimo ritornare a Saigon e l imbarcarci su un piroscafo qualsiasi a destinazione di Haifong. Avremmo cio seguito l'itinerario tradizionale dei sacchi di riso che dal Camboge vanno al Tonkino. Almeno i piroscafi avessero la grazia di costeggiare la costa bellissima dell'Annam! Ma che! Conosco il sistema. Appena fuori del fiume le navi presentano irriverentemente la poppa alle terre imperiali del Sole-Mattino e tagliano pel mare di Cina verso le foci del Fiume Rosso.
Ma ieri  giunta finalmente da Saigon l'autorizzazione del governo coloniale di risalire il Mekong in scialuppa a vapore fino a Bassac sulla frontiera del Laos, attraversare quindi in automobile il Tahoi semi selvaggio, raggiungere per le vecchie strade mandarine Hu capitale dell'Annam, di l proseguire sempre in automobile per Vinh, dove un tronco ferroviario ci permetter di raggiungere rapidamente Hanoi, capitale del Tonkino.
Il Laos  certo una delle regioni pi interessanti dell'Indocina, la meno conosciuta e la pi pittoresca. Bench la zona pi selvaggia sia quella dell'antico regno di Luang-Prabang sui confini della Birmania, anche il Tahoi e tutta la vasta pianura dei principati Iaoziani offrono al viaggiatore le potenti attrattive di una terra quasi primitiva, abitata da gente fiera e selvatica che  assoggettata agli europei solo pro forma, con qua e l le vestigia paradossali di antichissime civilt scomparse che fanno contrasto all'attuale semi barbarie.
Per la letteratura ufficiale il Laos  la regione pi arretrata dell'Indocina e ci vorranno parecchi lustri prima di educare i sauvages des hauts plateaux alla famigliare convivenza coi bianchi. Per molti viaggiatori invece il Laos, con le sue trib bellicose e robuste,  il grande serbatoio umano dell'Indocina, dal quale al momento voluto scaturiranno le forze etniche necessarie per mascolinizzare le genti frolli ed effeminate del basso Mekong.
Finora solo qualche scrittore francese ha avuto la fortuna di poter visitare minutamente le steppe del Laos e nessun giornalista italiano, che io sappia, ha messo i piedi nel famoso deserto di gesso del Se-La-Uong.
Dico "giornalista" perch sarebbe azzardato dire altrimenti, dato il formidabile spirito avventuroso dei nostri connazionali che sovente senza pubblicit e magari senza che nessuno lo sappia, si spingono superbamente in cerca di lavoro o di fortuna dove non passa nessuno. Un d arriva ad una vecchietta di Canicatt o di Cotrone una lettera con tanti francobolli e timbri d'oltre mare, nella quale il figlio annunzia d'aver trovato lavoro per esempio sull'altipiano di Pu-hac. Il parroco ed il segretario comunale interrogati da una comare sull'ubicazione di Pu-hac rispondono: "In Cina!".
Cina sovente  sinonimo di lontano assai.
Pel segretario comunale Pu-hac  come Scianghai: ma a Scianghai ci s'arriva in piroscafo di lusso e si scende al Palace, mentre i due italiani di cui un sottotenente francese mi segnala la presenza nel Pu-hac non si sa come siano arrivati laggi. Pare che si tratti di due cercatori d'oro - il mestiere dei mestieri - e la loro presenza nel terrbile altipiano, celebre per la leggenda degli Iddii rossi,  stata segnalata dai missionari del Kam-Keut al posto di guardia 77 della linea di frontiera.
E siccome io ho azzardato la proposta di fare anche noi una punta verso Pu-hac mi sono sentito rispondere dalle autorit costituite del presidente Doumergue e del re Sisovat: "C'est absolument defendu!"
Gi, noi siamo quasi una Missione internazionale alla quale s'interessano diverse Banche ed anche qualche governo, mentre quei due magnifici italiani non debbono rendere conto della loro eroica pellaccia che a Dio ed alla vecchietta di Cotrone.
Tengo a precisare che salvo incidenti il nostro raid automobilistico non ha nulla di straordinario: solo il breve tratto fra la frontiera del Laos e quella dell'Annam - quattrocento chilometri in tutto - ha qualche precedente di... gente partita e non arrivata. Ma son vecchie storie, nientemeno del 1918!
L'ultima giornata di permanenza a Pnom-Pen la dedico al bighellonaggio, un metodo non brevettato, ma assai istruttivo, per rendersi conto d'una citt sconosciuta e dei suoi abitanti, dopo avere scrupolosamente visitato tutte le meraviglie indicate nelle guide e le curiosit pi o meno curiose suggerite dagli albergatori. Novantanove volte su cento  il bighellonaggio che salva la spesa del viaggio.
Bighellonare (consultare il Dizionario della Crusca) nel vocabolario dei globe-trotter's significa allontanarsi dall'albergo senza una meta stabilita e senza precisare ai compagni di viaggio l'ora ed il giorno del ritorno; prendere la prima strada ed andarsene lemme lemme, guardando i negozi ed osservando la gente; poi quando s' stanchi dei magazzini e del via vai, pedinare un tizio qualsiasi fino al domicilio, oppure, se il tizio in questione si ferma a tutte le bettole, girare sistematicamente ogni traversa che si trova alla sinistra, mangiare quando s'ha fame dove ci si trova, sostare a bere dove capita e magari a dormire. Se si finisce col perdere il nord rivolgersi al primo poliziotto, il quale s'incaricher di far perdere completamente tutte le direzioni: essere pronto a tutto, anche ad un amore fatale, ad un pranzo catastrofico, ad uno scambio di pugni, all'incontro d'un creditore lasciato a Palermo, a rivedere un amico che si credeva morto od a dare il naso giusto nel portone dell'albergo che s' lasciato mezz'ora prima!
Bighellonando si finisce coll'imparare tante cose e col pensare a tante altre che altrimenti non avrebbero modo d'annunziarsi.
Io, per esempio, in tanti giorni che sono a Pnom-Pen, anzi in Indocina, non m'ero mai interessato prima d'oggi ad un aspetto simpaticissimo dell'Estremo Oriente: una cosa da nulla, banale, stupida forse, ma che da una parte caratterizza il momento storico e dall'altra offre lo spunto a tutto un tema filosofico. Ne ho avuto la prima percezione oggi bighellonando nella "strada delle stoviglie" e la rivelazione definitiva, sempre bighellonando, nel "vicolo delle scarpe".
A proposito segnalo ai benemeriti assessori dei nostri municipi il senso pratico dei loro colleghi gialli, i quali battezzano le strade secondo le merci che vi si vendono in prevalenza: strada delle pantofole, vicolo dei ventagli, piazza del buon mangiare, crocicchio delle banane, scorciatoia delle figlie gioiose, traversa degli strozzini.... Pensate all'economia di tempo, di scarpe, d'annuarii, di guide, d'uffici d'informazioni, che comporta quest'armonia distributiva, oltre ai vantaggi della concorrenza diretta sui prezzi dei generi. Quanto al chilo? Tre lire. No, due e sessanta o passo dal vicino!
Dunque, tornando a bomba, io ho scoperto che, nonostante il parere contrario di tanti sommi filosofi, sommi orientalisti e sommi periti od esperti, come si dice ora, di politica intercontinentale, l'Estremo Oriente e l'Estremo Occidente possono andare perfettamente d'accordo, anzi che la fusione del vecchio mondo europeo con l'arcistravecchio mondo giallo  gi in processo avanzato d'osmosi.
In questo momento di tensione dichiarata fra il Ponente e l'Estremo Levante, mentre tutti parlano della "conflagrazione del Pacifico" come se si trattasse d'una scampagnata fuori porta, d'antagonismo irriducibile fra la civilt volitiva e meccanica dell'Occidente e la civilt contemplativa e spirituale dell'Estremo Oriente, io ho constatato che questi due antipodi politici e filosofici filano il perfetto amore sui... bancherelli dei rivenditori cambogesi.
Il fenomeno si verifica del resto anche in Europa. Infatti in barba al "pericolo giallo" il quale anche durante la guerra faceva storcere il muso a tutti i presidenti di Consiglio - Lloyd George compreso - quando si trattava di ricevere in Europa un contingente nipponico, la penetrazione dell'Estremo Oriente in Europa procede a passi da gigante: dopo il t e le sue tazze, l'oppio e le sue pipe, l'Estremo Oriente ha sferrato una serie di fortunate offensive contro la muraglia occidentale, l'ultima delle quali in ordine di tempo  la vittoriosa invasione del mak-jong. La penetrazione gialla non ha rispettato neppure il santuario della famiglia occidentale ed ha prepotentemente violato coi "pigiama" e coi "kimono" le stesse alcove coniugali, arrivando cio fino alle radici intime della razza.
All'Occidente che credeva di aver lasciato indietro nel saper vivere la vecchia Cina almeno di mille anni, la Cina ha dimostrato praticamente il contrario mandando in Europa ed in America i suoi pedicure e manicure ad insegnare ai barbari occidentali l'a b c del comfort, cio come si puliscono le unghie, come s'estragga il cerume dagli orecchi e come ci si liberi dai calli. Nessun dotto orientalista potr contestare questa situazione.... di fatto.
Nei salotti, nei saloni, fin'anche negli austeri Palazzi di Governo e nei sacri Musei Nazionali, l'Estremo Oriente ha sparpagliato i suoi vasi, i suoi avorii, i suoi paraventi, i suoi disegni, i suoi tessuti, i suoi Buddha, i suoi fiori artificiali, i suoi cani pekinesi, i suoi gatti siamesi, i suoi stuzzicadenti brevettati, ecc. ecc.
Nelle case e nelle strade di Pnom-Pen ho sott'occhi il fenomeno inverso, cio l'irresistibile invasione dei modi di vita europei che penetrano brutalmente in tutte le abitazioni gialle e che talvolta violano sotto forma di specifici o d'altro i pi intimi segreti della carne cambogese.
Ebbene, d'una cosa cos semplice ed interessante, tanto stupida quanto profonda, non mi sono accorto che oggi bighellonando pei quartieri indigeni della capitale del Camboge!

Ho letto tante superbe descrizioni di questi paesi d'oltre mare, fatte da scrittori celebri, o da colleghi di buona volont, in cammino verso la celebrit, e raramente m' capitato di veder menzionata per esempio la presenza d'una spiritiera Primus in una cucina annamita, d'un becco a petrolio made in Cecoslovacchia sulla lampada degli antenati, d'una scatola di fiammiferi svedesi in tasca ad un mandarino, d'un banale sapone fenicato nella borsetta d'una levatrice tonkinese, d'un brutale cavatappi sulla tavola d'un nazionalista cinese.
Ora il cavatappi  un prodotto spiccatamente occidentale, che evoca immediatamente lo stupro villano d'una intimit ermeticamente sigillata, l'ebbrezza chiassosa d'una turba di beoni, la faccia congestionata d'un Gargantua rimpinzato di salumi e di vino... Eppure il cavatappi s' imposto trionfalmente ai gialli raffinati, filosofi, astemii, fumatori d'oppio, ed a nessun nazionalista cinese, nemmeno se stipendiato dal compagno Karakan, viene in mente di boicottare il cavatappi, smbolo della barbarie e dell'intemperanza occidentale!
Un mio amico armeno che vede chiaro nelle faccende della Cina meridionale, forse perch  interamente digiuno di politica, mi faceva osservare ieri l'altro che i rivoluzionari cinesi boicottano precisamente tutte quelle merci europee che incominciano ad essere fabbricate in Cina e che nel febbraio la dichiarazione di boicottaggio contro i prodotti britannici coincise con l'arrivo a Canton di diversi piroscafi nordamericani carichi delle medesime merci.
Ricordo che a Saigon ho assistito ad una corsa di cavalli in un ippodromo che era fratello gemello dei Parioli di Roma: tribune chiare, pesage con la palizzata, pista grigia, praterelli verdi ben rasati, book-makers, jokeys annamiti, biglietti d'ingresso visibili all'occhiello. A Pnom-Pen il bighellonaggio m'ha condotto dinanzi ad un impeccabile tennis-ground nel quale giovani cambogesi in flanella, rivali di Morpurgo, e belle dame dell'Annam giuocavano a palla con le racchette d'Inghilterra. Chiesto ad un poliziotto indigeno di che si trattasse, m'ha risposto: te-ns. E pronunziato in quel modo pareva veramente un rito millenario di mandarini. In tutti i capoluoghi dell'Indocina, accanto ai santuari di Confucio ed alle pagode dei Genii, ho visto i templi del Foot-ball e del Rugby frequentati da una folla fanatica. Ottavio Bottecchia ci metterebbe poco a diventare uno dei tanti generalissimi della Cina rivoluzionaria. Tutte le strade del Camboge sono percorse da velocipedi con o senza parasole.
Provate a comprare in un chiosco qualsiasi cinque giornali, annamiti, cambogesi, cinesi o tonkinesi che siano, e fatevi tradurre i misteriosi disegnetti dei titoli: riconoscerete i medesimi nominativi della lontana Europa: Il Popolo del Camboge, il Corriere di Saigon, la Tribuna dell'Annam, il Mattino, L'Opinione, l'Imparziale, il Piccolo Giornale della Cocincina, con sotto al titolo tanto di qualifica "organo liberale", "portavoce della opinione democratica", "fonografo del Proletariato", ecc. ecc.
Nel quartiere industriale di Pnom-Pen, che sembra un formicaio pullulante ed incomprensibile d'umanit gialla, uno di quegli irruenti flussi umani che bastano da soli a giustificare il "pericolo giallo", a guardare bene dentro le corti e le botteghe ho riconosciuto una fabbrica meccanica di mobili in pitchpine Luigi XIV, una fabbrica di birra, un'altra di carrozzeria per automobili, una di gazose e d'acqua di seltz, perfino un laboratorio ortopedico destinato ai mutilati della grande guerra. Infatti sulle casse pronte a partire c'era scritto da una parte "Fragile" e dall'altra "Marsiglia".
Sono quindi obbligato a constatare che il vero Estremo Oriente letterario e tradizionalmente antieuropeo, esiste solamente nelle zone semichiuse dell'interno, dove i bianchi son pochissimi e quei pochi se non sono amati, non sono neppure odiati ed in ogni modo esercitano tuttora un certo ascendente. Viceversa lungo le coste e nei paesi gi famigliarizzati coi bianchi, dove il simbolico cavatappi  diventato un oggetto d'uso comune, il vecchio Estremo Oriente  scomparso dalla circolazione insieme al rispetto ed alla stima per gli europei.
A Pnom-Pen, per esempio, - ed il caso vale per Hanoi, Saigon, Scianghai e compagnia bella - il vecchio Estremo Oriente bisogna andarlo a scovare nell'ombra mistica delle pagode e nel silenzioso raccoglimento dei palazzi imperiali in rovina. Lo si pu trovare anche in una strada qualsiasi dei quartieri indigeni purch sia guardata in blocco badando pi ai colori che ai particolari. Guai a bighellonare per, cio a ficcare il naso troppo curiosamente dietro i paraventi di lacca. Ci s'accorge che l'Europa ha invaso ormai coi suoi prodotti, colle sue abitudini, coi suoi modi di vivere, con le sue frasi fatte, tutto l'Estremo Oriente millenario. Fra moglie e marito non mettere il dito, dice un proverbio, ma l'Europa l'ha messo anche l!  giuocoforza constatare che la donna annamita addomesticata dalla civilt occidentale scimmiotta maledettamente la suffragette, che il bagarino cinese  fratello carnale del succhione europeo, che i consiglieri comunali di Cholon s'ispirano alle gesta dei loro colleghi politici di Montecitorio, della Scupcina e della Camera dei Comuni, che i mandarini non sono pi i vecchi letterati in tunica di seta che un tempo si facevano portare in palanchino dinanzi alle tombe degli antenati, ma sono i finanzieri e gli industriali che volano in automobile alle Banche ed alle Compagnie di Assicurazione per redigere telegrammi urgenti al ritmo brutale d'un ventilatore elettrico.
Ed allora? Dov' l'irriducibile contrasto fra Oriente ed Occidente che sospinge fatalmente i popoli ed i governi all'inevitabile conflagrazione del Pacifico?
Gi si va in ferrovia alla Porta di Cina: si percorrono in barche a vapore i canali secolari: accanto ad una pagoda si vedono le trattrici agricole sconvolgere la terra: in pieno Battambang un cinematografo vi presenta Charlie Chaplin: su una strada del Laos, quando immaginate di veder sbucare da un momento all'altro una torma di eleganti selvaggi, vedete passare l'autocorriera.
Pnom-Pen m'offre uno spettacolo originalissimo, pieno di osservazioni politiche e di considerazioni filosofiche; Buddha e la bicicletta, l'Altare degli antenati carico di offerte e il fonografo che strimpella la Madelon, la fumeria d'oppio ed il bar americano, la festa del Dragone ed il Gran Prix dell'ippodromo di Tao-l, il palanchino e la Fiat, il ventaglio di seta e la penna stilografica, il mandarino e l'indigeno laureato in elettrotecnica, il codice di Lao-tz ed i diritti dell'uomo, l'insalata di crisantemi e l'oster-coktail, la tradizione millenaria ed il bolscevismo di Lenin, le societ segrete dell'Yogat-karia che si perdono nella notte dei tempi per la tutela delle gerarchie e le "cellule segrete" organizzate dai luogotenenti di Karakan per la fabbrica a serie del proletariato universale...
E non me n'ero mai accorto? Forse che s, forse che no, ma non vi avevo mai dato importanza, perch finora non ero mai stato perseguitato come in questi giorni, in tutti i luoghi, dal mattino alla sera, dal rombo spaventoso della "conflagrazione inevitabile".
Non m'ha forse detto stamane un bravo cambogese che guadagna fior di piastre coll'importazione di un prodotto italiano: - Aut, aut; o voi, o noi; non v' posto per entrambi.
Parlava con la massima seriet del mondo il piccolo uomo giallo, fiero della sua tunica nazionalista di seta nera, quasi che la sua scrivania, la sua penna, le sue macchine da scrivere, l'apparecchio telefonico, i fasci di telegrammi, i lumi elettrici, il tempera lapis, perfino il suo sigaro avana non affermassero precisamente il contrario.
Mi veniva voglia di domandargli se il "contrasto irreducibile" sia proprio fra le due civilt o fra gli uomini che pretendono di rappresentarle? Ma ne ho fatto a meno, perch come tanti altri anche il mio amico cambogese m'avrebbe risposto con qualche frase fatta di quel grande spirito asiatico che  Vaillant-Couturier, leader milionario dei comunisti francesi, amico sviscerato tanto del sultano comunista Abd el Krim quanto del generale comunista Fen Yang.
Seduto nel pomeriggio ad un piccolo caff indigeno ho guardato la strada che  sempre piena di insegnamenti. Ho visto passare bei cinesi tondi e panciuti dentro piccole 5 HP col tassametro; ho visto un cambogese armato d'una lunga asta dirigersi sul crepuscolo a passo cadenzato verso una nicchia nella quale sorrideva il faccione di un grasso Buddha, inchinarsi come per eseguire un rito ed accendere sul cranio rasato del Maestro un lampione a gas; ho visto un ragazzetto spennellare misteriosamente qua e l i muri d'una pagoda e poco dopo apparire dei bei striscioni di carta con tanto di "Dfense d'afficher". Di fronte a me un cinematografo apriva e chiudeva l'occhio multicolore della sua reclame luminosa; un autobus a sei ruote, guidato da un indigeno e zeppo d'indigeni, s' fermato diverse volte a pochi metri dal mio tavolo: nel vano d'una finestra ho seguito lungamente l'alterna vicenda d'un bel piedino cnesissimo e d'un pedale Singer.
Un negozio di bric--brac ha poi attirato la mia attenzione. Nella luce delle vetrine ardevano pallidamente l'oro dei vasi cinesi ed il blu carico dei recipienti annamiti, ma guardando bene ho anche riconosciuto la lampada a petrolio che usava la buon'anima di mia mamma, le sveglie a 9,50 dei nostri comodini, un coltello a serramanico che sentiva lontano un miglio di Benevento, un rasoio di sicurezza che non doveva essere noto a Confucio, certi berrettoni di lana alla ciclista che non sono una tradizione celeste, ma che si vedono in capo a tutti gli operai indigeni della Cina e dell'Indocina, una collezione di porta ritratti e perfino una serie di oleografie fra le quali ho riconosciuto la barba del Presidente Fallires ed il duetto di Jago e Desdemona. E tutta questa roba  d'uso e consumo indigeno. Nessuno certo dei trecentosessantasei europei di Pnom-Pen viene a rifornirsi di simili porcherie nel cuore del quartiere cambogese.

E allora viene spontanea alla mente la riflessione che se a Pnom-Pen capitale del Camboge, poche centinaia di francesi amministrano tranquillamente un vasto paese; se i cambogesi adoperano correntemente i nostri mezzi di trasporto e le nostre sveglie a 9,50, se si dilettano al tennis, alle corse di cavalli ed al cinematografo, se si servono dei nostri telegrafi, telefoni e ventilatori, se redigono giornali press'a poco come i nostri, adoperando le medesime formule politiche, citando i medesimi "immortali principii" e ripetendo quasi parola per parola gli ordini del giorno degli allogeni atesini, se s'abituano a maneggiare la forchetta, a sciacquarsi i denti con un antisettico, a giuocare in Borsa, a guadagnare sull'aggiotaggio ed a radersi col Gillette, la pretesa irriducibilit fra le due forme di civilt  smentita dalla pratica spicciola della vita.
Viene anzi ad essere provato perfettamente il contrario. I gialli assorbono rapidamente e facilmente tutte le piccole e grandi conquiste della civilt occidentale, adattandole senza sforzo alla loro mentalit caratteristica ed alle loro abitudini millenarie. La collaborazione pacifica fra Occidente ed Estremo Oriente non solo  possibile, ma  di fatto una realt esistente, la quale avrebbe potuto dare in breve tempo risultati d'incalcolabile importanza, se...
Se?!
Gi, questo "se"  piuttosto difficile a precisare.
Bisognerebbe spiattellare diverse verit senza eufemismi; dire per esempio: se gli americani non facessero le corna agli inglesi; se i britannici non dessero lo sgambetto ai cugini d'oltre oceano; se i russi di Mosca non facessero dell'imperialismo ad oltranza; se americani francesi ed inglesi lasciassero liberi anche gli altri popoli di collaborare pacificamente alla valorizzazione economica del continente asiatico, compresi fra questi popoli anche l'italiano ed il giapponese; se i missionari protestanti non sparlassero come portinaie dei missionari cattolici; se i generali cinesi non trovassero dollari, sterline, rubli ed yen per pagare le loro soldatesche mercenarie; se esistesse una solidariet europea; se gli Stati che hanno colonie avessero anche uomini sufficenti per colonizzarle sul serio; se i poveri coolye non fossero presi a calci nel sedere nelle strade di Saigon e di Honkong; se i comunisti di Parigi non telegrafassero ai rivoluzionari di Hanoi: "nous sommes avec vous"; se...
Ma ci vorrebbero almeno dodici colonne per elencare tutti i "se" che hanno pian piano determinato nell'intero Estremo Oriente una situazione catastrofica, la quale pu essere riassunta cos: Il bianco non  amato, n temuto, n rispettato.
Tanto in Cina che in Indocina si verifica questo fenomeno curiosissimo: di mano in mano che i gialli adottano il telefono, il telegrafo, l'automobile, il motore a scoppio, l'anello di Pacinotti, i sieri batteriologici, i metodi industriali ed i perfezionamenti scientifici degli europei, credono di non avere pi nulla da imparare da noi e ci considerano come limoni spremuti da buttare nella spazzatura.
E se per caso qualcuno prende le difese della grande razza bianca che ha l'incontestabile primato delle sue meravigliose conquiste, i gialli, in perfetta buona fede o con magnifica mala fede, tirano fuori tutti gli insulti che sono stampati dai francesi contro i boches e viceversa, dagli anglo-sassoni contro i latini, dai russi di Lenine contro la societ occidentale, et similia! E vi dicono sul muso - Vedete? Siete barbari, villani, vandali, iconoclasti, ladri, prevaricatori, assassini, stupratori, pezzenti, infingardi, carne venduta, alcoolici, ubriaconi, sfruttatori... E sciorinano le pezze in appoggio, rappresentate da testimonianze europee, citazioni europee, documenti europei col timbro del Foreign Office, volumi europei magari con la prefazione di Clemenceau, statistiche dei panni sporchi europei pubblicate in cinese dagli uffici di propaganda di Leningrado o di San Francisco di California...
L'Occidente raccoglie in Estremo Oriente ci che ha seminato. 1 gialli hanno imparato a conoscere gli inglesi attraverso la gelosia americana e gli americani attraverso la diffidenza britannica, i francesi attraverso gli strafn tedeschi ed i tedeschi attraverso i pamphlets pargini, e cos di seguito.
Bisognerebbe che i grandi mestatori della politica e dell'economia occidentale in Estremo Oriente bighellonassero in po' nei quartieri indigeni di Pnom-Pen, di Saigon di Scianghai, di Canton, ecc., e constatassero i risultati della loro incredibile propaganda xenofoba, la quale, dopo aver minato la figura morale dell'Occidente sta ora illustrando sadicamente ai gialli le deficienza organiche e le debolezze politiche di ciascuno dei grandi paesi occidentali!




Le bianche steppe

PIANORO del TAHOI steppa di SARAVAN, 14 luglio

Arrivati in scialuppa a Bassac, anzi a Ban-Muong di Bassac, localit solitaria posta ai piedi di una montagna di milleduecento metri, abbiamo lasciato i canali del Mekong ed abbiamo incominciato ieri l'altro il nostro raid automobilistico Bassac-Hu.
La distanza fra la frontiera del Camboge e la capitale dell'Annam non  grande, trecentocinquanta chilometri scarsi a volo di uccello ma... senza strade! A cavallo si farebbe forse pi presto che in automobile, ma bisognerebbe portarsi dietro l'acqua ed i foraggi oltre ad un certo numero di portatori. Ora gli indigeni non vogliono saperne di attraversare il paese degli uomini rossi, n i cambogesi, n i laoziani del fiume. Quanto agli uomini della montagna alta essi non servono mai un bianco.
Da Ban-Muong al Picco delle Tigri, v' una straderella militare mantenuta in esercizio per i rifornimenti di certi posti di polizia del Tahoi: dal Picco delle Tigri al fiume Se-La-Huong v' una distesa di steppe e di foreste dove, a detta dell'Amministrazione, le automobili possono passare purch sappiano imbroccare la giusta direzione: dopo il fiume incomincia la pianura di gesso del Nam-kok, per la quale la stessa Amministrazione declina ogni responsabilit. Briganti, terreni friabili, cobra, pitoni, leggende paurose e precedenti tragici costituiscono le attrattive della tappa. Una volta arrivati alle frontiere dell'Annam, l'Amministrazione imperiale riprende le automobili sotto la sua materna protezione ed offre loro per raggiungere Hu le vecchie strade "mandarine" della provincia di Thun-Then, sulle quali la trionfante civilt occidentale ha gettato qualche lastra d'asfalto.
Aggiungo che la traversata della "pianura di gesso" non  obbligatoria, anzi i convogli l'evitano regolarmente passando pi a mezzogiorno, fra il monte Saravan ed il monte Sutabali, o seguendo l'antica strada annamita che, con un lungo giro, sbocca ad Ai-Lao. Il nostro itinerario, oltre ad essere teoricamente pi breve, ha il vantaggio d'attraversare una regione pochissimo conosciuta, ricca di giacimenti minerari, specialmente di stagno, oro e piombo argentifero. Si tratta di ricchezze che pel momento non sono ancora sfruttate data la mancanza di strade e la difficolt quasi insormontabile di procurarsi la mano d'opera indigena.  inutile dire che senza la presenza di tali preziosi metalli e la diceria locale dell'esistenza di grandi miniere di zaffiri, noi non saremmo nel Tahoi. Coloro che finanziano il nostro viaggio avrebbero avuto scrupolo d'arrischiare per niente la nostra pelle e, soprattutto, le macchine, i copertoni, la benzina e la rilevante spesa di questo "raid" automobilistico di nuovo genere in un paese senza strade. L'idea degli zaffiri ha messo i banchieri in fregola di generosit.  previsto anche l'abbandono delle automobili in mezzo alla steppa qualora fosse impossibile andare avanti e tornare indietro secondo i prognostici pessimisti del capo posto di Bassac.
Definita cos la natura del "raid-lumaca" da Bassac ad Hu, per coloro che amano le cose precise, dico subito agli altri che siamo... in piena foresta vergine! Ma  questa veramente una foresta?
Una stradina sgattaiola in mezzo alla vegetazione tropicale, larga giusto tanto da permettere alle automobili di passare strofinando energicamente le foglie da una parte e dall'altra e stroncando senza piet i ramuncoli pi disinvolti. Guai ad incontrare un bufalo cocciuto che si piantasse in mezzo alla strada com' la buona abitudine dei bufali dell'Annam! Bisognerebbe aspettare che la smettesse o caricarlo a tutta velocit come una tank per rotolare insieme nella macchia.
Le tre automobili procedono a velocit ridottissima: primo, perch i bisavoli laoziani si divertivano a fabbricare le loro strade come serpentine, mandandole continuamente da destra a sinistra e viceversa, senza un motivo, per semplice gusto di mattacchioni che non avevano fretta ed amavano le circomvoluzioni; secondo, perch questa... autostrada invece che d'asfalto  tappezzata di uno strato di foglie marcie e d'un altro di foglie secche. Il tappeto marcio cede sotto le ruote dei veicoli, quello secco scricchiola e rimbalza. Si ha l'impressione simultanea di sprofondare e di saltellare. Il terreno scoppietta sotto i cerchioni come un fuoco di sarmenti. Si procede in mezzo ad un coro di starnuti e di proteste fra due pareti di foglie brontolanti. Certi proiettili vegetali, schiacciati dalle ruote anteriori trovano modo di rimbalzare contro ogni regola d'elasticit proprio sul nostro naso o si divertono a dare un energico buffetto ai lobi degli occhi. Ogni tanto una foglia pi vendicativa allunga uno schiaffo che lascia il segno od uno spuntone maligno appioppa una gomitata.  divertente, ma non troppo!
Vi sono alberi biliosi tutti spine e bitorzoli che obbligano le macchine potenti a diventare tartarughe per amore dei poveri parafanghi. Una specie di cactus selvaggio, non contento di tanti riguardi, ha aspettato proprio il passaggio delle automobili per lasciar cadere diversi suoi pomodori putrefatti, carichi di giallo d'uovo e di inchiostro indelebile.
Quando le liane pretendono sbarrarci il passo coi loro nodi sapienti, i radiatori che hanno cattivo carattere si ribellano e con una strattonata distruggono in un secondo il paziente lavoro di settimane e settimane. Una grossa famiglia di funghi ci ha riservato la delizia d'uno scivolone di venti metri, terminato con un urto secco contro la costola sporgente d'una roccia a fior di terra. Gli uomini hanno detto ahi! Ed i motori hanno fatto eco.....

Mentre il Laos superiore, interamente occupato dalle ramificazioni della catena annamita,  tutto un caos di montagne e di foreste vergini, con qua e l una piramide di roccia brulla che s'erge quasi verticalmente sull'anfiteatro, il Laos meridionale che stiamo attraversando  assai meno accidentato. Fra un rilievo e l'altro vi sono grandi spazi piani coltivati a risaie da agglomerazioni di trib o coperti di boschi selvaggi. Dove, come nel medio Tahoi, l'inclinazione del suolo  sfavorevole alla vegetazione, la foresta  continuamente interrotta da tristi steppe di rovi od addirittura da distese sassose e deserte. Fra il quattordicesimo ed il diciottesimo parallelo il Laos presenta l'aspetto caratteristico d'una scacchiera di selve e di deserti: foltissime le prime in tutta l'esuberanza della produzione tropicale, desolati i secondi come angoli del Sahara.
Durante l'intera mattinata avanziamo nella foresta in uno scenario da centro Africa: verso mezzogiorno ad un tratto la selva muore, come inaridita da un misterioso veleno del sottosuolo: gli alberi si raccorciano, i tronchi si contorcono fantasticamente in convulsioni d'agonia, le foglie s'accartocciano e ingialliscono, gli arbusti si coprono di spine e di spuntoni. Bacche lanose si sfioccano al vento in mille bruscoli pungenti. Gibbosit nude di sassi preannunziano la petraia. Grosse roccie scarne e ferrigne balzano su dal tumulto della terra a galoppare fra i rovi e gli sterpeti. Magri arbusti striminziti picchiettano l'uniformit improvvisa d'un deserto. Ogni tanto il paesaggio s'imbianca e le macchine affondano in un tappeto di gesso, mentre la terra dilaniata mostra il pallore cadaverico delle sue viscere d'argilla.
Mille metri pi lontano riappare la foresta, alta, fosca, formidabile. A volte dura per un'ora, a volte invece  una semplice cortina fra due roveti. Il viaggiatore non sa spiegarsi il bosco e non sa giustificare il deserto. Mentre l'occhio ammira la selvaggia bellezza di questi luoghi primitivi che non rassomigliano a nessun altro, lo spirito subisce quel vago timore che si sprigiona da tutte le manifestazioni troppo bizzarre della Natura.
Il nostro geologo ci spiega che questa zona per la natura del suo sottosuolo, dovrebbe essere interamente deserta, ma le grandi alluvioni del Mekong e dei suoi affluenti hanno sparpagliato qua e l nel corso dei millennii i limi fecondi della zona fluviale. Dove s' ammassata la terra fertilissima del Mekong il sole tropicale ha fatto sbocciare la foresta vergine che s' ingigantita nella quiete indisturbata dei secoli; dove invece la roccia  rimasta nuda, i calcari mostrano le loro scorze bucherellate dalla erosione centenaria delle acque piovane.
Il suolo, sconvolto in epoche lontanissime da un cataclisma tellurico che fece affiorare alla superficie le profondit della terra,  tutto tagliuzzato da crepacci lividi, da anfratti argentati, da spacchi che lasciano trasparire lucentezze metalliche. Il gesso tritato dai venti incipria i roveti e fa incanutire gli alberi delle forre. Le argille sbavate dalle pioggie chiazzano di latte le roccie ed il terriccio. Certe rupi fiammeggiano al sole come quarzi, altre d'un rosso ardente fanno pensare ai marmi opulenti delle cattedrali.
Ogni tanto un fiore meraviglioso sfoggia tutta la magnificenza del Tropico. Pare che i suoi petali siano verniciati con l'essenza dei metalli. Su lunghi steli duri e flessibili che tintinnano al vento come verghe di acciaio, il "fiore d'oro" erge fra le spine la sua inverosimile corolla di porpora.
In questo paesaggio da tregenda v' una strada, tracciata chiss quando e chiss da chi. Le trib della piana che se ne servono pei loro traffici la mantengono in esercizio, ma non  certo un'arteria automobilistica, ah, no! L'ingegnere Puricelli troverebbe qui il suo da fare. Un po' le nostre ruote slittano su velluti di foglie, un po' salticchiano su grattugie di sassi: si passa alternativamente dalla sensazione delle montagne russe a quella degli ski, del mal di mare e della "panne" irrimediabile: certi scossoni secchi fanno l'effetto di pugni nello stomaco; spesso bisogna scendere ed aiutare i veicoli a superare i mali passi. Il nostro "raid" si riduce in pratica ad un servizio di facchinaggio, con piccoli esperimenti di massaggio interno per ippopotami.
Durante lunghi tratti il suolo  tutto vertebrato come il dorso di un asino tubercoloso; in altri, invece, grandi lastroni levigati s'alternano a spiazzi farinosi, nei quali le ruote s'affondano ed i motori si dichiarano vinti. Sovente un cespugliaccio di spine sbarra la strada e bisogna raderlo con le accette per non chiedere a Pirelli un miracolo.
Non so se le macchine giungeranno a destinazione ed in che stato! Quanto alle nostre povere ossa esse si ricorderanno per almeno quindici giorni delle strade imperiali del Tahoi.

Si passa successivamente dall'ombra umida della foresta al bruciante ardore della petraia. L'ombra  cupa, intensa, quasi fredda, come se tutt'all'intorno, per chilometri e chilometri, si stendesse l'ombrello formidabile d'un bosco selvaggio. La petraia  ardente, aspra, implacabile, come se un immenso deserto s'allargasse all'infinito.
Qua il fogliame  spezzato bruscamente da un improvviso vomito di roccie, l una galoppata satanica di macigni  troncata da un ciuffo di alberi giganti. Si ha l'impressione d'un paese sconvolto poche ore prima da una catastrofe. Sono migliaia d'anni che  cos! Non un uccello nel cielo infiammato, non un animale nella macchia maledetta, ma una quantit incredibile di biscie, di ramarri, di lucertole, di enormi ragni pelosi, di rettili invisibili che fanno tremare misteriosamente gli arbusti. Fra sterpo e sterpo sono stese le tele interminabili dei ragni, alle quali la polvere di gesso d l'aspetto di panie insidiose messe l per invischiare i violatori del Tahoi.
Non v' differenza di temperatura fra la notte e il giorno: trentadue gradi al tocco, trenta alle ventiquattro. E siamo in luglio, cio in un buon mese. La stagione peggiore  da marzo a giugno, quando avere quarantacinque gradi all'ombra  la regola.

L'asprezza del suolo e la severit del clima spiegano la straordinaria rarit della popolazione del Laos: appena un milione di abitanti in trecentomila chilometri quadrati, la superficie cio dell'Italia. Le statistiche segnalano circa trenta gruppi etnici diversi, ma in pratica possono essere riuniti in due grandi famiglie: i Thai di razza mongola ed i Kas di razza autoctona.
Questi ultimi che offrono un interesse speciale per lo studio delle genti asiatiche, presentano misteriose affinit con gli aborigeni delle isole del Pacifico. Secondo la tradizione locale il Laos sarebbe la culla della razza autoctona del Pacifico ed il tipo vi sarebbe rimasto purissimo, esente da qualsiasi mescolanza. Ancora oggi basta una piccolissima fusione di sangue perch una intiera famiglia sia radiata dalle trib della montagna ed obbligata a scendere nelle valli. I Kas non hanno n il tipo mongolo n quello indocinese. La loro epidermide color mattone ricorda le pelli rosse del Nord America. Robusti, alti, feroci, bellicosissimi, sprovvisti di qualsiasi organizzazione amministrativa anche rudimentale, vivono patriarcalmente obbedendo al pi vecchio della trib. Le donne sterili diventano fattucchiere ed esercitano una specie di funzione direttiva sul resto degli abitanti.
La loro religione si riduce ad un vago culto dei Draghi e dei Geni, nei quali adorano rispettivamente le forze malefiche e benefiche della natura. Le loro capanne sono costruite su palafitte anche nei luoghi asciutti ed in montagna. Unico lavoro agricolo la coltivazione del riso. Certe trib vivono per esclusivamente di caccia e di razze. La trib dei Cedang, che abita l'altipiano di Sidone, non ha avuto finora nessun contatto n con gli europei n con i cinesi. I loro traffici sono sviluppati dai meticci di razza Kas ai quali  vietato come a qualunque altro di sorpassare certi limiti della montagna.
In questi giorni abbiamo incontrato solamente tre Kas meticci che raccoglievano in un valloncello la resina degli stik-lak selvaggi. Abbiamo offerto loro qualche dono per aggraziarceli, ma hanno rifiutato dichiarando che era proibito.
- Proibito da chi?
Hanno accennato vagamente con la mano qualcuno che abita sulle montagne.
- Perch? Noi siamo vostri amici...
- "Non mangiamo il vostro riso" -  stata la risposta enigmatica dei Kas.
Nudi, con solo una striscia di lanetta intorno alle reni ed una pezza sudicia al collo, il volto duro, ma non sgradevole, i denti limati a fior di gengiva e laccati di nero, ci guardavano con diffidenza socchiudendo continuamente un occhio. Quando hanno sentito lo scatto dell'obbiettivo che li ha fotografati, sono scappati a gambe levate e non li abbiamo rivisti pi.
Accampiamo per la notte in un pianoro di gesso. I fari delle automobili illuminano la steppa e tengono in rispetto i rettili del vicino roveto. Dopo un tramonto rapido ed incolore, seguito da un crepuscolo velocissimo, il cielo s' ricamato d'oro per la maga della notte tropicale. Frequenti lampi squarciano le profondit cariche di ardore.
Nell'ora stanca che chiude una giornata faticosa e precede il riposo d'una notte troppo calda, il mio spirito subisce il fascino bizzarro della steppa laozina. Il chiarore fa uscire dall'ombra i Draghi ed i Geni adorati dalle trib. Nel silenzio sovrano della notte sento il riso malvagio dei rovi che litigano con le spine. Il vento d al brivido dei cespugli il tintinno macabro degli scheletri appesi nelle sale anatomiche quando sono mossi da una gomitata.
I soffi dello spazio giocano con le arene bianche della pianura, le accarezzano, le sfarinano, le lasciano un istante immobili, poi ricominciano il loro lavoro eterno.
Verrebbe voglia di pensare al Sahara, al Sahara bianco delle saline di Tuadeni, ma l'atmosfera del deserto  secca, asciutta, purissima, mentre qui la vicinanza della foresta inumidisce l'afa della notte canicolare. Il respiro della pianura di Tahoi  cattivo. La putrescenza dei boschi circostanti satura l'aria di miasmi. Intorno ai fari accesi turbinano a migliaia le zanzare e le falene microscopiche della steppa.
La luce elettrica  stranamente verde su la sabbia bianca, stranamente violetta sulle roccie lucenti.
Le tre automobili storpiate dall'inclinazione del terreno sembrano piccole e ridicole in mezzo alla grandiosit dello scenario. Una carovana mista di cammelli e d'elefanti sarebbe pi intonata all'ambiente. Vi  un contrasto potente fra le torpedo che evocano i rettilinei d'un circuito di velocit e questo deserto di farina punteggiato di macchie e di macigni che fa istintivamente pensare alle epoche primitive del globo.
Le leggende dei Kas che popolano questi luoghi di Draghi e di spiriti mi sembrano meno inverosimili ora che la bianca pianura illividita dalla luna ed ingigantita dal silenzio mi si mostra in tutta la sua grandiosit.
Laggi, dove le montagne formano nella notte come una muraglia di pece, sono gli altipiani abitati dai Cedang, gli altipiani nei quali nessun bianco  ancora penetrato! Quelli che hanno osato sono morti! Le loro mani imbalsamate sono state misteriosamente restituite ai compagni. I comandanti dei posti militari le hanno trovate una mattina sulla loro scrivania.
Quando si nominano le Montagne Rosse dei Cedang i poveri Kas impallidiscono ed i loro occhi esprimono lo sgomento. Pare che ad ogni luna le donne sterili della trib dei Cedang, guidate dalle fattucchiere, si dirigano verso le montagne, sole, senza nessun uomo, dirette ad un tempio favoloso che sorge nelle alte valli. E nove mesi dopo il pellegrinaggio, salvo eccezioni rarissime, la nascita d'un figlio documenta la potenza delle divinit della montagna.
Le notizie che si hanno su questo tempio miracoloso sono quanto mai inverosimili, ma concordi. Le donne sterili sono chiuse ognuna in una cella in compagnia di una statua rossa. Un beveraggio le addormenta. La statua le feconda durante il sonno. Al mattino ripartono per la sede della trib e pian piano l'arrotondarsi del ventre attesta il miracolo.
Secondo i missionari del Laos gli Iddii Rossi del Cedang potrebbero essere una trib di uomini primitivi, muscolosi e potenti, rimasti allo stato selvaggio negli alti valloni della montagna. Una corporazione di fattucchiere li manterrebbe segregati dal resto degli uomini come una riserva di maschi divinizzati. Il loro sangue gagliardo feconderebbe periodicamente la razza Kas perpetuando il colore mattone-cupo della loro epidermide e mantenendola robusta a differenza di tutte le altre genti della Indocina che sono infrollite dall'oppio e dal clima. I Kas sono infatti alti, vigorosi, atletici, audaci e guerrieri.
Nell'incredibile leggenda vi deve essere un fondo di verit incontrollabile, qualche cosa che sfugge al nostro raziocinio di uomini moderni, ma che corrisponde alla stranezza di questo paesaggio notturno illividito dalla luna, in mezzo al quale i baobab giganti sussurrano le canzoni della foresta vergine ed i venti scrivono sulle sabbie bianche le canzoni dei deserti!
Certi meticci guadagnati al cattolicesimo hanno dichiarato ai missionari d'aver visto gli uomini rossi del Cedang. La loro carne sarebbe "come il fegato del montone appena macellato" ed i loro occhi ardenti come le pupille della tigre. Essi avrebbero il dorso, il petto e le gambe interamente coperti d'un pelame rossiccio e s'esprimerebbero solamente con lunghi gridi gutturali. I Cedang, nati nel mistero del Tempio Rosso sarebbero, in genere, pi forti degli altri uomini della trib, pi destri alla caccia e pi valorosi nella guerra. Per i missionari del Kam-Keut coi quali ho parlato mi hanno detto che la testimonianza dei meticci ha poco valore in quanto facilmente suggestionabili finiscono col credere fermamente d'aver visto o fatto ci che hanno solo sentito raccontare diverse volte nelle veglie delle capanne.
Solo la conquista completa del Laos potr permettere alla scienza di determinare la portata di questa credenza kas. Quando a Pnom-Pen un vecchio colono m'ha raccontato per la prima volta la storia del Tempio Rosso dei Cedang, sorseggiavo un eccellente "vermouth" italiano, ben ghiacciato, profumato da una strisciolina di buccia di limone. L'orchestrina del caff strimpellava: - Je cherche aprs Titine... Titine - e gli strilloni annunziavano la nomina di Caillaux a ministro delle Finanze. Io sorrisi agli effetti d'un "vermouth" ghiacciato su la feracit immaginativa d'un vecchio colono abbrutito dell'Indocina.
Pi tardi anche i racconti dei missionari del Kam-Keut mi lasciarono incredulo.
Stanotte, qui, in mezzo al silenzio sovrano della steppa di Tahoi che il riflesso lunare irrora d'una fantastica luminosit color malva, dinanzi a questo paradossale scenario di boschi e di deserti, di rupi in battaglia e di bianchi tappeti, la storia o leggenda degli uomini rossi mi sembra meno imbecille.
Forse non mi meraviglierei se sulla cresta aguzza degli schisti galoppanti nel roveto apparisse improvvisamente l'alta figura d'un uomo peloso, agile e quadrato, contemporaneo di Adamo, e gettasse nel silenzio il grido selvaggio del suo desiderio infantile per i tre giuocattoli di ferro e di tela incerata che noi chiamiamo "automobili!".




Il "signor Kop"

BOSCO DEL TAO-BI', 20 luglio.

Ci siamo accampati ieri sera in una radura ad un tiro di schioppo da un villaggetto kas: accampamento molto sommario: una tenda marinara gettata sul terreno, un'altra sospesa ai mantici delle nostre tre automobili.
Le macchine, disposte a triangolo coi fari accesi verso la foresta, hanno tenuto in rispetto durante la notte le bestie della boscaglia, ma hanno attirato tutte le zanzare ed i patataci dei dintorni. Verso le due, ridotti addirittura al parossismo dalle punzecchiature inesorabili dei microscopici visitatori, abbiamo spento i sei fari, ma... un fitto stropicciar di passi furtivi punteggiato di rabbiosi miagolii e di lunghi sibili inquietanti ci ha rapidamente persuasi a non scherzare con la foresta del Laos.
Certe selve dell'Africa che hanno cattiva nomina, indicate nelle carte con tanto di "hic sunt leones" ci riservarono nel 1923 un'accoglienza ospitalissima e le nottate si inanellavano una dietro l'altra senza un ruggito, tanto che bisognava lavorar di fantasia per animare di scodinzolamenti il respiro placido e solenne della foresta vergine. Anche l'anno dopo, nel malfamato Bengala, l'unica tigre che degn mostrarci la sua pelliccia regale, ebbe la gentilezza d'aspettare il mattino, dopo colazione, e scelse un picco bene in vista a distanza rassicurante, in modo che i miei compagni poterono ammazzarla come in un tiro a bersaglio.
Le foreste del Laos non hanno invece cattiva fama. Nessuno sentendo dir "Laos" pensa a tigri, pantere, serpenti e coccodrilli. A duecento chilometri dalla capitale del Camboge ed a centocinquanta dalla capitale dell'Annam, nel cuore di quell'Indocina che evoca solamente tetti sbilenchi di pagode e sorrisetti lascivi di "conghai", ho avuto una fra le pi emozionanti nottate del mio lungo vagabondaggio in deserti e foreste.
Tigri e pantere cacciate dall'avanzar trionfatore delle risaie si concentrano nelle macchie degli altipiani, in compagnia delle ultime torme d'elefanti selvatici destinati ormai a scomparire, di serpi d'ogni specie, di caimani, di grandi scimmie. Pi la risaia guadagna terreno nel Laos, nel Camboge e nell'Annam, pi si restringe il cerchio della libert selvaggia e la macchia si popola di biscie, di pachidermi e di felini in battaglia. Le belve tentano di salire la montagna, ma il clima le respinge nelle valli. La fame rende le tigri audaci fino ad entrare nei villaggi e ad attaccare l'uomo.
Durante tutta la notte la foresta ha cantato intorno alla radura la sua formidabile canzone di morte e d'amore.
Si pu essere coraggiosi o spensierati finch si vuole, il che all'atto pratico fa lo stesso, ma quando in piena campagna tropicale si sente il silenzio notturno animato da fruscii che non sono di vento, da rumori di foglie smosse, d'arbusti allargati con violenza rapida e cauta, quando si sa che chi fischietta non  un pastore innamorato, ma la terribile naja, che certi urli strozzati sono i rantoli delle scimmiette sorprese nel sonno dai pitoni, che una zuffa di bestie pu lanciare dalla vostra parte una torma di elefanti selvaggi, si sente proprio il bisogno fisico e nervoso d'un muro di cinta!
In fondo un muretto od uno steccato valgono poco contro le tigri ed i serpenti, ma tengono i nervi a posto e limitano la tensione all'attimo breve del pericolo. Che cos'era stanotte la nostra protezione? Un niente: la luce dei fari che disegnavano un triangolo bianco intorno alla tenda aperta da tutti i lati all'insidia. Tre fasci d'un nulla luminoso! Bastavano a salvare la pelle, ma non a vncere la paura. Le nostre armi erano inutili o quasi. Peggio che mai le automobili in mezzo a questi sassi, nel carcere della radura cintato dalla foresta! In caso che qualche animalaccio impazzito avesse osato violare con folle temerit la barriera di luce, solo le cornette delle automobili potevano costituire col loro chiasso stridulo ed insolito un'arma efficace di salvezza.
Pare vi siano delle tempre eccezionali che durante una nottata simile non risentirebbero maggiore emozione che se fossero in poltrona al cinematografo. Non discuto l'esistenza di tale razza d'eroi a prova di bomba, ma per me sono dei disgraziati. Un uomo che di notte, in piena macchia tropicale, sente gironzolare le tigri e sbadigliare le pantere senza che nulla gli solletichi la radice dei capelli, senza che nessun brividino freddo gli passeggi su e gi pel midollo della schiena, sar un eroe, ma per me  un eroe fatto di legno come Pinocchio.  inutile che vada a caccia di tigri.  un lusso sprecato. Ammazzi tordi in maremma, fa lo stesso!
Io ho l'orgoglio d'aver paura delle tigri, paura e schifo dei serpenti, paura, schifo e qualche cosa di pi dei coccodrilli e... mi diverto un mondo e mezzo a sentire il brivido della mia paura. Sar forse effetto di maggiore o minore potenza immaginativa, ma quando stanotte sentivo zufolare la naja, io la vedevo con gli occhi dello spirito, seguivo il lento ed onduloso serpeggio delle sue spirali in mezzo alle foglie, la vedevo agganciata ad un ramo far l'altalena nel vuoto, scivolar gi dai tronchi come un rivo d'acqua gommosa, strisciare verso di noi con gli occhietti di rubino che penetrano la notte, con la lingua sottile fuori dalle labbruzze d'agata, attratta dall'odore fresco della nostra carne, sedotta dal desiderio invincibile del nostro sangue. E girava, girava, intorno all'anello ingannatore della luce. E dietro le serpi sentivo le tigri, immaginavo la immonda attesa delle iene... Ogni tanto lo scricchiolo d'un ramo dava la sensazione d'un balzo ed il cuore aveva un tuffo...

Il sorger del sole ci ha sorpresi tutti butterati di punzecchiature e gonfi di sonno mal digerito, vere maschere di suppliziati. Intorno a noi la terribile foresta riprendeva il suo aspetto bonaccione del giorno. La macchia rada e gli alberelli bassi facevano pensare a lepri ed a conigli piuttosto che a tigri ed a cobra-capello. Mentre disfacevamo rapidamente il nostro accampamento automobilistico, abbiamo visto il villaggetto kas aprire le alte porte di bamb del suo steccato, ed un lungo corteo di uomini, di donne, di ragazzi, di cani e di maiali neri, dirigersi verso di noi.
Abbiamo avuto l'impressione d'un attacco in piena regola ed abbiamo messo in attivit tutti i motori e le trombette per imporci agli assalitori col rombo della civilt occidentale. Solo i maiali neri male impressionati hanno fatto macchina indietro. Il grosso del corteo, preceduto da un uomo quasi nudo, con un ombrello bianco, ha continuato ad avanzare.
Giunto ad un centinaio di metri dalla radura, l'uomo dall'ombrello lo ha fatto turbinare pi volte vertiginosamente sul suo capo, mentre la folla saltellava in una irrefrenabile crisi di riverenze ed i cani ebbri di gioia improvvisa, latravano a perdifiato. Non c'era da sbagliarsi. Il villaggio si presentava da amico, cosa strana, perch i Kas di questa zona, pur essendo meno selvatici dei Cedang dell'altipiano, abbandonano sistematicamente i villaggi all'avvicinarsi degli europei, nei quali non vedono, nella migliore delle ipotesi, che agenti delle imposte.
L'uomo dall'ombrello bianco ci ha rivolto un lungo discorso, chiss che squarcio di eloquenza elettorale, ma le nostre conoscenze di lingua kas essendo limitate al solo "buon giorno", non abbiamo potuto apprezzare i meriti dell'oratore. Alla fine egli ha ceduto la tribuna ad una bisavola di pergamena che parla il "Kas-b", dialetto laoziano, nel quale il nostro interprete pretende di essere un professore.
Mentre i due confabulavano, la folla kas continuava a saltellare gridando in coro: - Kop! Kop!
"Kop"  la tigre. Poco dopo eravamo al corrente della situazione. Da quindici giorni il signor "Kop" bazzica nei dintorni del villaggio prelevando ora un porcello nero, ora un montone bianco. I Kas che temono di peggio, sapendo che gli uomini bianchi posseggono "l'amuleto della foresta" e la "folgore che uccide Kop" sono venuti a domandarci il favore di sbarazzarli dell'importuno.
Grazie al "signor Kop" le nostre macchine hanno fatto un ingresso solenne nel villaggio ed hanno trovato una specie di "garage" sotto le palafitte della capanna del Capo. E noi abbiamo avuto la fortuna di poter vedere da vicino questi Kas-b che sono ancora poco noti. I Kas-b non sono "puri sangue". La particella "b" accusa la mescolanza di sangue thais di fonte mongola. Siccome abbiamo deciso di fermarci una settimana fra i Kas col b, avr tempo di parlarvi lungamente del villaggio. Per oggi abbiamo dovuto occuparci del "signor Kop", anche per giustificare agli occhi della trib la loro insolita ospitalit.

La tigre  per le genti del Laos un animale quasi divino. Gli indigeni non lo nominano mai col solo appellativo di Kop, ma di "signor Kop" e pi frequentemente evitano di chiamarlo per nome, perch pare possegga un udito soprannaturale e risponda ad appelli lontanissimi. In genere lo definiscono "il re della montagna" o "il signore della foresta" o "il grande mandarino della notte", oppure semplicemente Nagai, che  sinonimo di "Sua Eccellenza il Monsignore"!
Se la tigre ruba i porcellini neri e qualche volta fa colazione con la carne gialla d'un Kas,  per anche l'implacabile giustiziera di tutte le altre bestiacce della foresta ed  temuta dai Ma-Qu, cio dagli spiriti cattivi dell'aria. Perci i Kas adorano nella tigre una manifestazione della divinit. La sua immagine  tracciata grossolanamente sulle pareti esterne delle capanne, sulle culle dei neonati, intorno ai rozzi altari della foresta. In origine il culto della tigre doveva essere comune a tutte le genti dell'Indocina. Infatti la figura della tigre  uno dei motivi ornamentali delle architetture cambogese, "kmr" ed annamita. Ancora oggi nell'Annam i generali fortunati in guerra sono chiamati Ho-Tung, che significa letteralmente "generali-tigre". Antiche credenze attribuiscono al grande felino il merito d'aver inventato la strategia e d'averla insegnata agli uomini.
Il timore religioso che ispira la belva rende impari la lotta, per cui i Kas sogliono abbandonare un villaggio quando le tigri eleggono dimora nelle sue vicinanze. Se un povero diavolo finisce negli artigli del felino, tutti i membri della famiglia cambiano immediatamente di nome per far perdere alla tigre le loro tracce. Fra le innumerevoli leggende popolari, la pi diffusa  quella della "trasformazione", secondo cui una belva che abbia sbranato cinquantacinque uomini, acquisterebbe il potere favoloso d'assumere a volont la forma umana, di penetrare cos indisturbata nei villaggi, d'assistere alle riunioni degli uomini e di sorprendere i loro segreti, dei quali si serve per aspettare al varco le sue vittime. Nelle assemblee dei villaggi, quando si tratta di indicare il luogo dove debbono recarsi i maschi per un taglio di bosco o per un altro motivo qualsiasi di caccia, pesca o razza, il nome della localit  pronunziato a bassa voce di orecchio in orecchio, perch "Kop" non senta!
Qualche volta per "Kop" sente lo stesso, anche perch i metodi di caccia dei Kas sono d'efficacia piuttosto problematica. Essi consistono in certi fascetti d'erba fatata che le fattucchiere sparpagliano nei luoghi dai quali si vuol tenere lontana la belva, in formule incantatrici che sono pronunziate al tramonto con la fronte rivolta al sole morente, in piccoli doni lasciati nella foresta pel "signor Kop" accanto a pietre votive, in tre sassi rossi e tre sassi neri disposti curiosamente a croce nei luoghi battuti dal carnivoro...
Solo raramente, quando proprio "Kop" esagera, i Kas pigliano il coraggio a due mani e ricorrono alle cattive maniere, che consistono di solito nello scavare in foresta grosse buche profonde, mascherate da graticci di fogliame, in fondo alle quali  abbandonato un disgraziato porcello che coi suoi grugniti attira la tigre nella tagliuola. Sopra un albero accanto alla fossa, resta di guardia un guerriero, scelto fra i pi intrepidi della trib ed immunizzato contro le insidie della foresta da uno speciale amuleto. Compito del guerriero  d'assistere alla mala ventura della tigre e correre all'alba ad informarne il villaggio. Le pi belle ragazze della trib sono felici di deporre l'omaggio del loro amore ai piedi di colui che "ha assistito senza morire alle collere terribili di "Kop".
Si noti che in fondo i Kas non hanno paura della tigre come tigre, in quanto sono addirittura temerari nelle cacce alla pantera, ai cobra, ai coccodrilli, ma hanno un sacro terrore delle virt soprannaturali che la tradizione attribuisce al "signore della montagna". In genere, quando vedono la belva, si buttano a terra con la fronte nella polvere ed aspettano che essa... si degni far colazione. Qualche volta capita che la tigre disgustata da tanta remissivit disdegni la preda ed in tal caso il merito spetta agli amuleti.
Date queste disposizioni di spirito abbiamo preso senz'altro la direzione della battaglia per infliggere al "Kop" una punizione esemplare da lasciare nel villaggio una traccia storica del nostro passaggio. Tutt'intorno al paese abbiamo fatto scavare una trentina di fosse, vi abbiamo calato gi il porcellino d'ordinanza, ed abbiamo appostato nei paraggi sopra un albero il relativo guerriero.
Accanto alla porta del villaggio abbiamo fatto costruire una specie di pulpito, sul quale prenderemo posto stanotte con le nostre "folgori". Abbiamo inoltre deciso con grande spavento degli abitanti, che la porta del paese rimarr aperta per solleticare la curiosit dei felini, ma abbiamo imbottigliato l'unica strada con le nostre tre automobili ed i rispettivi fari che, accesi di scatto al momento culminante, dovranno acciecare le belve ed offrirle bene in luce alle nostre carabine. Gli abitanti hanno ricevuto l'ordine di tapparsi nelle capanne e di non uscirne per qualsiasi motivo. Siamo arcisicuri d'essere obbediti. Le donne sono incaricate d'invocare la protezione dei Genii con le preghiere abituali.
All'ultimo momento la fattucchiera ci ha scongiurato per amore di tutti gli Iddii che le permettessimo di versare sulla soglia del paese un liquido miracoloso nel quale  stato tritato nientemeno che... un baffo di tigre. L'abbiamo contentata anche perch con le... streghe  sempre meglio accomodarsi! Dal respirone di sollievo che hanno tirato i maggiorenti abbiamo compreso come il villaggio faccia pi assegnamento sull'intruglio della megera che su tutto il nostro arsenale di folgori, di lampi e di tuoni.
Sul calar del sole le capanne hanno chiuso le loro porte. Ogni tonfo degli usci gravava il peso della nostra responsabilit... Quando potemmo dire... Finalmente soli!..., andammo a cena.
Ora che avete pi o meno innanzi agli occhi non solo la scena ed i suoi personaggi, ma anche un po' l'atmosfera psicologica, eccovi a grandi pennellate la cronaca della caccia.
Tramonto violento, ma veloce. Breve crepuscolo incalzante e, dopo, la notte fonda della zona torrida. Silenzio vasto e solenne. Il villaggio sembra sepolto nel sonno. Non un lume n una luce. Solo nel cielo ardono a milioni i globi fiammeggianti del Tropico.
Dietro i monti di Cedanga s'alza la luna, livida ed un po' beffarda. Il brivido immane della foresta  come l'ansito d'un oceano battuto dai soffi del largo.
Chiss come tremano gli intrepidi guerrieri di guardia alle fosse!
Il grugnito dei porcellini addormentati  il pianto della notte taciturna. Passano i quarti, le mezz'ore e le ore. Le tigri non hanno fretta. Il nostro pulpito di assi scricchiola ad ogni movimento ed il maggiore Smith sacramenta ad ogni cigolo, quasi si trattasse d'uno schianto capace di rivoluzionare tutte le belve dell'universo.
La foresta arriva fino al villaggio e le prime foglie quasi toccano lo steccato di bamb. Ad un tratto qualche cosa si muove nel cupo ammasso del fogliame, qualche cosa o qualcuno che s'apre cautamente il varco allargando gli arbusti. Si sente il fruscio impercettibile delle foglie calpestate e dei rami smossi. Non c' caso di sbagliarsi. Le belve si avvicinano.
Ci sentiamo straordinariamente nervosi. Le dita tormentano i cani delle carabine. Il rumore cessa, ricomincia pi vicino, si ferma, riprincipia. La chioma d'un frangipane nasconde la nostra presenza. Una lunga pausa acuisce lo spasimo dell'attesa.
Una nuvolaccia di pece passa dinanzi al disco della luna. Sbito la foresta si fa fosca e la notte diventa pi cupa. Pare che un soffio misterioso abbia spento di colpo nell'aria mille e mille candele...
E quasi che le tigri abbiano aspettato la complicit della luna per decidersi, i cespugli s'aprono dinanzi all'ingresso del villaggio. Tre forme indistinte attraversano rapide il brevissimo spazio vuoto.
- Luce! - ordina il maggiore.
Al comando secco e concitato i due meccanici che sono appostati accanto alle automobili aprono di scatto i fari. Sei raggi di sole violentano la notte. Le carabine gi alla guancia stanno per lanciare la loro raffica di mitraglia...
- Fuo.. no, stop!
Un colpo solo parte di striscio.
Le... tigri, che secondo la leggenda kas hanno assunto la forma umana, fuggono velocemente a rimpiattarsi nella macchia; non tutte, che uno degli uomini-tigre colpito al piede resta inchiodato al terreno.
 un thais di razza mongola! Evidentemente il disgraziato  sorpreso quanto noi di quello che accade. I suoi occhietti obliqui si spalancano comicamente nello sforzo di capire. Perch questa luce? E che cosa fanno questi uomini bianchi?
Fortunatamente il villaggio che ha la consegna di russare, allarmato dal colpo di fucile s' rintanato pi che mai nelle capanne. Non pu accorgersi che questa volta il terribile "Kop", divoratore di uomini e di porcelli,  semplicemente un ladruncolo mongolo bene al corrente delle leggende kas...
Ed in fondo anche noi non abbiamo interesse a svalutare l'importanza della nostra presenza!




La tragedia d'una razza

ALTIPIANO DI TAHOI, 2 agosto.

Il piccolo villaggio kas, di solito cos tranquillo,  oggi in subbuglio per uno dei pi grossi avvenimenti dell'annata: la partenza degli uomini per la caccia degli elefanti selvaggi. Appena i primi chiarori dell'alba hanno incominciato a sbiancare l'altipiano, le porte delle capanne che di solito s'attardano a sbadigliare al sole secondo i capricci del vento, sono state spalancate dalle femmine mattiniere, immobilizzate con un grosso sasso, ed  incominciato l'andirivieni su e gi per le scalette di bamb.
I ragazzi in festa si lasciano ruzzolare gi dalle palafitte dietro le donne che portano chiassosamente al centro del paese i bagagli dei guerrieri. Un "gong" primitivo rimbomba in permanenza. Sulla soglia degli usci i cacciatori, alti, nudi, scultorei, superbamente dorati dal sole nascente, lustrano con ostentazione le loro armi rudimentali, gli archi, le balestre mois, i coltellacci annamiti, le larghe daghe cambogesi; ammucchiano le foglie di betel nei corni di cervo che portano appesi al collo, arrotolano le rozze corde vegetali, controllano i cappi e i nodi scorsoi, assicurano alle funi i ramponi fatti ad ancora che avviticchiandosi ai tronchi ed agli arbusti freneranno la corsa dei pachidermi catturati impedendo che sfuggano al lasso inesorabile dei cacciatori.
Gi nella piazzetta sono riuniti gli elefanti domestici, la pi grande ricchezza del villaggio: i maschi carichi di cesti e di fagotti, le femmine invece senza basto e leggermente inebbriate di sugo di menta. Compito di queste ultime  d'attirare coi loro barriti d'amore i maschi selvaggi nei tranelli tesi dai cacciatori.
Dai truogoli situati sotto le palafitte di ogni capanna i maiali neri escono per il bighellonaggio quotidiano attraverso i viottoli del paese insieme con i cani magri e spelati ai quali contendono rabbiosamente i miserabili rifiuti delle stamberghe.
Donne quarantenni che sembrano bisavole centenarie, s'affannano a tritare nei mortai di pietra i chicchi di riso ed i semi di sesamo coi quali gli uomini confezioneranno nella foresta i loro pasti frugali.
Accanto agli elefanti tengono crocchio i vecchi della trib che confabulano gravemente passandosi l'un l'altro la pipa di canapa e di betel. A guardarli vengono in mente i racconti di Emilio Salgari e di Ugo Mioni letti nell'infanzia, le assemblee degli indiani del Far West intorno al calumeto prima dell'attacco ai volti pallidi. Solo la presenza dei pachidermi nuoce alla verosimiglianza del quadro.
Grossi quarti di selvaggina s'arrosolano su allegri focherelli di spine, infilati come su uno spiedo nelle daghe dall'elsa pretenziosa. Ogni tanto un vecchio si alza a girare un cosciotto che minaccia d'abbrustolirsi troppo od a versare sugli arrosti una salsetta giallognola nella quale nuotano erbe mediche e peperoncini della foresta. Un buon odore di cucina paesana si spande pel villaggetto. I cani ed i maiali sorvegliano con famelica ingordigia i preparativi del banchetto.
La Cina millenaria e l'Indocina raffinata sono lontane assai. Nulla parla in quest'angolo del Laos di civilt antiche, di arti minuziose, di filosofie trascendentali. Ogni cosa  semplice, primitiva, schiettamente barbarica. Ci si crederebbe in un isolotto del Pacifico, fuori delle rotte delle navi in mezzo ai cannibali della Micronesia. Siamo invece a cento chilometri appena dalle pagode meravigliose di Hu e dai letterati-filosofi dell'Annam!
Le capanne di bamb, in bilico sulle palafitte, rappresentano una delle prime forme d'abitazione umana: quattro pareti di paglia, un tetto obliquo, una scaletta rudimentale. Sulla residenza del Capo un covone di fieno vorrebbe essere una cupola. Nudi i ragazzi, senza neppure la tradizionale cordicella del centro Africa, quasi nude le donne con una pezzuola stinta intorno alle reni, corte di gambe, sviluppate di petto e di bacino, goffe nell'andare ed un po' bestiali. I seni curiosamente triangolari delle ragazze fanno parere pi cascanti le bombole delle donne maritate terminate da un capezzolo nero, allungato come un fischietto. Ben fatti gli uomini, alti d'inguine, sodi e muscolosi, senza nulla della gracilit un po' effeminata dei gialli, sveltiti dall'esercizio continuo all'aria aperta, dal taglio degli alberi, dalla lotta con le fiere. I denti laccati di nero e limati danno ai volti una intonazione crudele. Il colore cupo delle gengive indurite dalla masticazione ricorda il rosso delle branchie dei pesci poche ore dopo la morte.
Scarsi peli incorniciano il mento dei pi vecchi; rari i baffi e ritorti all'ingi come nelle vecchie stampe di Cina; piatti i capelli, castani, lucidi, abbassati sulla fronte fino a toccare le sopracciglia, tagliati su la collottola, o lasciati crescere a treccia ed arrotolati all'annamita con un pettine di legno.
Le suppellettili delle case si riducono a qualche pentola, a poche stoviglie di coccio, ad un cassone di legno bianco che serve da tavolo e da armadio. Una stuoia  il letto, uno sgabello il cuscino. Solo due o tre capanne posseggono una lampada ad olio che  adoperata dall'intero villaggio nei casi di morte e nelle veglie di malattia. L'illuminazione  un lusso inutile per i Kas. La trib chiude col calar del sole la sua giornata.

I Kas di questo villaggio hanno nelle loro vene una particella di sangue mongolo che basta a farli considerare come meticci, cio come esseri infetti, dalle trib pure dell'altipiano. Questa gente che noi consideriamo selvaggia, uno degli ultimi gradini dell'umanit, tiene gelosamente a non avere contatti con le genti civili. Il pi lieve scarto di colore d'un neonato  sufficiente per bandire l'intera famiglia dalla trib. Solo un leggero appiattimento del naso tradisce negli abitanti del villaggio un lontano innesto mongolo. In tutto il resto sono somigliantissimi anche fisicamente ai Kas puri, dei quali condividono le vaghe credenze religiose e le forme assolutamente primitive d'esistenza.
Ultimi rappresentanti delle antiche popolazioni del Laos, ridotte nel corso dei secoli sugli altipiani dalle invasioni annamite, cambogesi e siamesi, i Kas del Laos sono in fondo la medesima razza dei Mais dell'Annam, dei Penang del Camboge e degli indigeni delle isole del Pacifico. La tinta rosso-mattone della loro epidermide li distingue nettamente dalle altre popolazioni dell'Estremo Oriente. Nelle pianure del centro i Kas si sono fusi cogli invasori cinesi e indocinesi, creando quelle popolazioni laoziane conosciute sotto il nome di So, Sok, Son e Seks. Nella zona montuosa invece sono rimasti puri o quasi puri. Vivono in agglomerazioni di trib che prendono varii nomi dalle denominazioni delle foreste, per esempio Kas Bolovni, Kas Niauni, Kas Alks, Kas Bros, as Punong, as Cednghi. Il villaggetto dal quale scrivo  abitato da Kas B, meticci dei Kas Bros. Ogni trib parla un dialetto differente e le varie trib non si capiscono fra loro. Credono la terra piatta, abitata da uomini bianchi, rossi e gialli. Non posseggono scrittura, contano su nodi delle funi, riconoscono al pi vecchio della trib il diritto di comando. Di temperamento bellicoso, amanti della guerra e della caccia, audacissimi nei corpo a corpo con le fiere, esclusa la tigre della quale hanno un sacro terrore, di natura religiosa, i Kas potrebbero dare del filo da torcere ai francesi se non fossero armati in modo primitivo di lancie, di sciabole e di archi quasi inoffensivi.
Il resto della popolazone del Laos  costituito da genti pi evolute di razza mongola, i Thais, i quali praticano una vaga forma di buddismo, e da correnti d'immigrazione pi recente venute dalla Cina, i Maos e gli Yaos, i quali costruiscono le loro case senza palafitte, coltivano e fumano l'oppio, esercitano i traffici e la piccola artigianeria. Maos ed Yaos possono essere considerati una specie di avanguardia dell'immancabile avanzata cinese verso le risaie della Cocincina e del Camboge.
Come i Pelli-Rosse dell'America i Kas sono fatalmente condannati a scomparire, distrutti dall'inesorabile civilt moderna la quale non riconosce alle genti il diritto di attardarsi di troppi secoli. Finch padroni del Laos erano gli annamiti ed i siamesi, i poveri Kas se l'erano cavata riparando sugli altipiani dove l'asprezza del clima e la magrezza delle alte risaie non seducevano i gialli. Si  cos potuto verificare il fenomeno interessantissimo di vere "oasi umane" le quali hanno continuato a vegetare in condizioni di vita tipicamente primitive durante secoli e secoli mentre intorno ad esse si avvicendavano senza neppure lambirle, le grandi civilt raffinatissime dell'Estremo Oriente, la cinese, la "kmr", la siamese, l'annamita. Nascevano e morivano immensi imperi, sorgevano e scomparivano sfarzose capitali, l'arte arrivava a produrre le meraviglie di Angkor e di Hu ed a raggiungere con i capolavori dei Song'le pi alte vette della perfezione, il Buddismo ed il Confucianismo s'innalzavano a vertiginose altezze metafisiche, il Taoismo tentava perfino di signoreggiare il massimo mistero dell'universo, le forme esteriori della vita giungevano a peccare per eccesso di raffinatezza e le leggi a diventare quasi inutili per l'armonia degli organismi sociali, poeti e letterati lambiccavano lo stile e lo piegavano alle esigenze di una fantasia forse senza confronti! E... cento chilometri pi lontano, agglomerazioni di centinaia di migliaia d'individui hanno continuato a vivere pressapoco nelle condizioni di Adamo e di Eva senza neppure accorgersi di quanto intorno accadeva, a vivere ignudi, a battere la pietra focaia, ad ignorare le pi elementari conquiste dell'umanit, senza storia, senza scrittura, senza un rudimento d'organizzazione, nulla, nemmeno quella prima forma d'elevazione dello spirito che  una religione! Le credenze dei Kas si riducono ad un vago timore delle "forze" ed a pochi riti infantili per placarle!
Ci nella vecchia Asia millenaria, culla di tutte le civilt e di tutte le religioni, nell'Asia dei grandi imperi, delle audaci filosofie, dei monumenti formidabili, dell'inesausto tormento spirituale, dei templi fantastici, dei Saggi, dei Maestri, dei Legislatori, degli artisti incontentabili... Sembra quasi impossibile!
Quando i francesi si sono impadroniti dell'Indocina le cose hanno continuato a procedere come nel passato, salvo la conquista di qualche trib meticcia. Le autorit militari dopo ripetuti tentativi, tanto cruenti quanto sterili di risultati pratici, si sono contentate di una sottomissione apparente, basata pi che altro sull'inesistenza di contatti con le popolazioni indomite degli altipiani. I missionari non pi fortunati dei soldati, si sono appagati di piantare la Croce sulle pendici del bastione selvaggio, di raccogliere i deformi abbandonati nella foresta, le donne fuggiasche, i meticci scacciati dalle trib, i poveri diavoli messi al bando dai villaggi per un presagio sfavorevole. Ancora oggi un Cedang di Sidone pu dire fieramente ad un Mois: - Nessun bianco  penetrato nelle terre che il Grande Padre ha affidato agli uomini rossi della Montagna.
Senonch in questi ultimi tempi, dopo la cessione fatta dal Siam alla Francia dell'intero Laos, la finanza internazionale si  improvvisamente interessata degli altipiani laoziani per la ricchezza delle loro foreste e per le promesse del sottosuolo.  incominciata la conquista. L dove hanno fallito l'ardimento delle truppe coloniali e la tenacia dei missionarii, stanno riuscendo le Compagnie internazionali di commercio le quali hanno dichiarato guerra ad oltranza ai Mois dell'Annam ed ai Kas del Laos, adoperando piccoli manipoli di avventurieri avidi di guadagno e senza scrupoli.
Gli uomini d'affari che acquistano per pochi soldi dal governo dell'Indocina le "concessioni" dell'alto Laos - in genere buoni ebrei olandesi naturalizzati francesi per l'occasione - hanno organizzato un piano strategico tanto semplice quanto inesorabile: distruggono la foresta! Messo fuori dalla foresta un Kas cessa per necessit di cose di essere un Kas, diventa un laoziano qualsiasi negli artigli della civilt, obbligato per mangiare a fare il facchino, il servo o lo sterratore, ad abitare le case di pietra, a coprire la sua nudit, ad obbedire ai nuovi padroni, a perdere la sua personalit di selvaggio tetragono ed inafferrabile. Il salto in avanti che la civilt fa fare istantaneamente ad un Kas lo uccide o lo imbecillisce, ma gli uomini di affari contano i tronchi d'ebano e di tele, non i capi di bestiame umano contenuti nella concessione.
Le "concessioni" sono scelte lungo i corsi d'acqua e procedono gradualmente verso l'interno. La foresta  rasa al suolo ed il suo legname prezioso  sufficiente a coprire le spese dell'impresa. Poi arrivano gli annamiti a creare l'alta risaia, protetti da dieci soldati e da una bandiera tricolore. Il governo della colonia cancella quella porzione di territorio dalla zona indicata nelle carte geografiche con la qualifica di plateaux sauvages e l'assegna al distretto pi vicino. Immediatamente entrano in funzione le leggi ed i tribunali. I Kas o fuggono abbandonando i loro villaggi o sono catturati dalla civilt. Le terre che da secoli sono loro propriet diventano il possesso legittimo dei nuovi venuti. La schiavit inesistente in teoria  in pratica la crudele realt. Unico scampo per i disgraziati  la citt dove le apparenze sono salve e dove les droits de l'homme permettono al povero Kas di lasciarsi morire di fame o di procurarsi da mangiare diventando servo.
Il ventesimo secolo affronta brutalmente questi uomini primitivi e li mette di fronte alle sue forme millenarie di organizzazione e di vita. I Kas debbono percorrere in poche settimane il cammino che i nostri antenati hanno fatto durante diecine di secoli, pena la morte o la pazzia; abituarsi alla legge, al vivere cittadino, ai regolamenti di polizia, ai contratti di lavoro, all'automobile, alla luce elettrica, ai telai meccanici, ai motori a scoppio, alle macchine agricole, ai forni ed alle pulegge dei cantieri. La civilt acciuffa un Kas nella foresta vergine, lo scaraventa nell'inferno di Haifong o di Along e gli dice: - Sbrogliati o muori! Se rubi od ammazzi sarai giudicato secondo il codice di Napoleone. Se vuoi divertirti scegli fra il rugby od il cinematografo. Vestiti o ti metto in prigione. Lavora o ti ficco in carcere. Vuoi un Dio? Ecco Buddha, Cristo e Confucio... ma abbine uno! Crepa magari ma... diventa un uomo civile!
Il povero Kas in genere si rituffa nella foresta o muore sopraffatto dall'immensit del salto che gli fanno fare. Molte donne finiscono nei lupanari dei borghi, molti uomini intontiti dalla catastrofe che capita loro si riducono ad essere le povere bestie da soma d'uno sfruttatore qualsiasi e cercano nell'alcool, ingozzato con volutt infantile il riposo di cui la loro miserabile anima selvaggia sente bisogno.
Il dramma terribile di tutta una razza passa inosservato in mezzo alla ciclopica battaglia delle valorizzazioni coloniali. Le statistiche indicano l'aumento degli ettari di risaia, non la diminuzione spaventosa degli abitanti indigeni. Nell'Annam meridionale, dove esiste un embrione di censimento, il numero dei Mois risulta diminuito del cinquanta per cento in dieci anni! Ma il destino dei Kas del Laos  ancora peggiore.
Gar, Mong, Kas Rad, Kas Braos, sono unificati dinanzi alla legge ed alla pubblica opinione con l'indicazione eloquente di "selvaggi". Les sauvages des hauts plateaux! I pellirosse del Far West!
Quando saranno ridotti a poche migliaia sorgeranno anche per loro le... Societ protettrici della razza autoctona, e forse una deputazione sar ricevuta solennemente a Parigi dal Presidente della Repubblica nello storico castello di Rambouillet.
Intanto, la civilt  in marcia.

Uomini, donne, ragazzi, cani e maiali hanno fatto onore durante tutta la giornata al banchetto pantagruelico della caccia. Gli elefanti sono pronti. Fra poco sorger la luna, protettrice dei cacciatori. Resta da compiere il sacrifizio propiziatorio. Poi il pi vecchio della trib dar il segnale di mettersi in cammino.
Il sole morente avvolge il villaggio nel suo grande fascio d'oro trasformando le capanne di bamb e le palafitte miserabili in una fantastica abbazia di quarzo sospesa su un colonname di metalli lucenti. La cupola di paglia dell'abitazione del Capo, investita in pieno dalle porpore solari, assume la paradossale parvenza d'un cono fatto di polvere d'oro e sembra che il vento soffiandovi su sollevi una ocra meravigliosa che si volatizza nell'aria ad incipriare l'atmosfera e le cose. Nella magia dell'ora la foresta vergine sfoggia tutta la sua maestosa bellezza. Il riflesso delle basse risaie si unisce a quello delle alte petraie per incorniciare questo bastione selvaggio in un castone di lucentezze. E fantasticamente d'oro sembrano i corpi nudi che fanno cerchio intorno agli elefanti, corpi di mattone cupo metallizzati dai baleni del tramonto.
Sono nudi e pezzenti i selvaggi ma sono liberi! Non subiscono neppure il dominio di Dio perch la loro anima primitiva appena ne concepisce l'esistenza. Nella loro suprema ignoranza sono quasi felici. Nulla sanno del mondo e dei suoi desiderii. Altro non desiderano pel momento che un presagio favorevole per la caccia! Il faccione burattino della luna sorride alla loro puerilit.
Si fanno innanzi le vecchie senza figliolanza che conoscono gli incantamenti e che costituiscono nella trib una specie di casta privilegiata. Urlano alla luna che s'alza pallida sulle creste dei monti, poi principiano la loro danza, frenesia barbarica che sembra una crisi epilettica. E gli elefanti con la proboscide contro terra osservano gravemente le contorsioni delle femmine. E tutto il villaggio, le donne, i vecchi, i ragazzi, colti da un improvviso attacco di pazzia, si danno ad inseguire nell'aria un nemico invisibile, a battere le porte, a tempestare di nerbate le capanne e gli alberi, a fracassare quanto capita loro sotto mano, gridando, muggendo, sozzi di sudore e di bava. Mentre i corpi vanno di qua e di l sballottati come sacchi da un misterioso convulso, le gambe e le braccia battagliano vertiginosamente contro gli spiriti del male per scacciarli dalla piazzetta nella quale deve aver luogo il presagio. Cani e maiali eccitati dalla furia dei padroni, s'azzuffano rabbiosamente fra loro, si rotolano nella polvere, si mordono a sangue. Alla fine gli elefanti stessi vinti dal clamore della pazza battaglia si rizzano goffamente sulle zampaccie posteriori e turbinando le proboscidi barriscono alla disperata.
L'intervento degli elefanti segna il momento decisivo della cerimonia. Il capo si affretta ad accendere una candela di sego giallo su un rozzo masso che  l'altare primitivo di questa gente. Accanto alla candela, vi  una ciotola di riso. Ogni cacciatore ne prende un pugnetto e lo lascia cadere chicco a chicco sulla fiamma. Pi chicchi s'invischiano intorno al lucignolo pi elefanti saranno catturati durante la battuta.
Esaurito il presagio il villaggio si calma. Gli elefanti sono allineati su una fila dinanzi all'altare ed il capo della trib pronunzia davanti ad ogni bestione la formula di un contratto misterioso concluso dagli antenati col dio Ngua-Ngualil degli elefanti, in forza del quale Ngua-Ngualil permette ai Kas di catturare tutti gli elefanti di cui hanno bisogno, a condizione che non ne uccidano mai nessuno. Infatti i Kas preferiscono tornare a mani vuote dalla foresta piuttosto che ferire malamente un pachiderma. V' forse nella leggenda un vago accenno all'alleanza conclusa dall'uomo primitivo col bonario gigante degli animali.
Ogni elefante ha inoltre diritto prima della caccia ad un secchio di sangue annacquato di pecora, dolcificato con miele vergine e con sugo di menta. I pachidermi aspirano con volutt il beveraggio aromatico schioccando golosamente la linguaccia fra le risate generali. Lo spettacolo di tutte queste proboscidi che sgocciolano sangue farebbe immaginare ad un osservatore casuale chiss quale truce rito babilonico di mammuth divoratori di fanciulli... Non v' invece nulla di feroce nelle cerimonie e nelle abitudini di questa povera gente. Sono dei grandi ragazzoni che giuocano dalla mattina alla sera e che la notte rabbrividiscono di paura quando il vento scuote con troppa violenza le capanne.
Finalmente i cacciatori prendono posto in groppa agli animali. Ormai il sole  sparito nella foresta incendiandola. La luna incomincia a colorare di madre-perla luminosa la sua smorta bianchezza. Il capo della trib d il segnale della partenza.
- Andate, e l'Ombra sia con voi!
- L'Ombra protegga i vecchi e le donne! - risponde ogni cacciatore, passando.
E la carovana selvaggia si mette in moto, come or son mille anni, mentre la folla miserabile delle donne e dei vecchi si prosterna, adorando negli uomini che partono pel mistero della foresta la maschia poesia del pericolo....




Nel decrepito Annam

HUE', 10 agosto.

Appena usciti fuori dalle foreste e dalle petraie del Tahoi, il paesaggio riprende di colpo l'aspetto lindo e ridente che aveva nel Camboge, come se il deserto bianco, i Kas, la foresta paurosa, fossero solo una breve parentesi selvaggia. Ricompaiono le scacchiere colorate dei campi coltivati a cereali e lo scintillo infinito delle risaie. Si rivedono i villaggetti civettuoli dell'Indocina con la pagoda sbilenca dal tetto di porcellana rossa e gli archi di legno, gialli o violetti. La razza umana si rimpicciolisce e si ingiallisce, ha l'aria d'accartocciarsi improvvisamente e d'invecchiare, in poche ore, di molti secoli. Nelle nicchie di maiolica ricominciano a sorridere i Buddha placidi della Cina.
Le strade, bordate di canali, s'allargano. Le nostre automobili, ridotte male in arnese dalle boscaglie e dagli sterpeti del Tahoi, riprendono lena sui tappeti di polvere dello "stradone mandarino" che dalle frontiere del Laos conduce alla capitale dell'Annam.
Quando dall'altipiano laoziano, vergine e selvaggio, abitato dagli uomini nudi che adorano la tigre e cacciano l'elefante, s'arriva in due ore in vista dei merli centenarii di Hu e si passa sotto la porta imperiale del Wragone, dinanzi alla quale un graduato francese chiede ai viaggiatori se hanno dazio da dichiarare, si ha l'impressione di fare un salto di almeno trenta secoli, di balzare fantasticamente dal centro del Congo alle porte d'una metropoli moderna! Solamente cento chilometri separano la capitale spirituale e raffinata dell'Annam dal bastione selvaggio del Tahoi, cento chilometri che le macchine divorano in un baleno, per cui dall'ultimo uomo nudo che abita la capanna di bamb si passa senza intermezzi al letterato-mandarino vestito di seta che medita sulla filosofia di Lao-Tz; dall'umanit ancora infantile a quella decrepita, dai ragazzoni selvaggi che giuocano a palla coi frutti della foresta vergine, ai vecchi infrolliti dall'oppio che si dilettano di avorii cesellati e di meditazioni ancestrali: un abisso sul quale le automobili gettano strombettando la loro velocit.
E si rimane male! Quando dai villaggi cafri si arriva per esempio ai primi avamposti della colonizzazione boera, gli uomini bianchi coi quali ci si imbatte hanno un non so che di selvatico nella loro maschia esuberanza: cafri e coloni sono sempre gli uomini della foresta vergine, i soldati della grande battaglia contro la Natura primitiva. Se i primi sono infallibili nello scoccare la freccia, i secondi sono maestri nel colpire un bersaglio con la carabina: gli uni e gli altri sanno dormire sulla terra nuda ed affrontare le fiere, abbattono gli alberi, sfidano col petto forte, cotto dal sole, i venti e le pioggie, spaccano coi muscoli potenti l'ebano e la roccia, dominano su un fragile schifo di betulla le correnti gorgoglianti del grande fiume popolato di coccodrilli.
Fra i Kas del Laos e le marionette sorridenti dell'Annam non v' nulla invece che rappresenti un tratto qualsiasi d'unione: gli uni sono all'antitesi degli altri, troppo giovani i primi, irrimediabilmente vecchi i secondi. Il salto  brusco, violento, paradossale. Si ha quasi l'impressione che l'orizzonte si restringa, che fantastiche quinte si precipitino a limitare le lontananze, che l'aria sia meno pura ed i polmoni meno liberi, che...
Un "sergent de ville" che ci aveva fatto segno con la mazza di diminuire la velocit fischia e rifischia furiosamente, richiamandoci al rispetto della legge. Lo spettro della multa sovrasta le torri imperiali. Dimenticavamo che l'altipiano selvaggio di Tahoi  lontano assai, che ormai siamo prigionieri della civilt millenaria dell'Estremo Oriente, aggravata dalla civilt poliziesca dell'Estremo Occidente...
E per un momento abbiamo la sensazione che anche la vita selvaggia degli uomini nudi ha i suoi lati simpatici!

Un ponte unisce il quartiere europeo di Hu alla citt indigena, un ponte di ferro stile "Torre Eiffel", rigido, barbarico, senza neppure una coppia di dragoni o di elefanti che allaccino comunque architettonicamente i due mondi, la citt imperiale delle pagode con la borgata delle Socits de Commerce e dei Commissariats de Polce.
L'acqua dell'Huong-giang, nella quale i palazzi meravigliosi degli imperatori dell'Annam specchiano le loro facciate contorte e le loro cupole bizzarre, acqua regale cantata da tanti poeti, riprodotta sulle lacche e sulle giade da tanti artisti in un brivido indefinibile di trasparenze,  chiazzata d'olio, bruttata d'immondizie galleggianti, profanata dagli spurghi dei barconi e dai rifiuti dei cantieri che ergono sul "fiume filosofico" le loro attrezzature di acciaio ed i comignoli fumosi di cemento.
Sembra che i ricostruttori del quartiere europeo abbiano fatto apposta a far brutto; hanno allineato proprio in faccia al blocco degli edifizi imperiali una serie di "hangars" coi tetti di ardesia a punta gotica, sui quali s'erge trionfante la tettoia vetrata del Mercato, hanno messo bene in vista un piccolo tempietto di zinco destinato alle minute occorrenze della povera umanit di passaggio, hanno approfittato del dorso piatto d'una casaccia per tingerlo d'un terribile bleu-roi e spennellarci su in giallo-uovo la pubblicit di una fabbrica di saponi.
L'albergo del "Cavallo bianco", col candido corsiero dipinto fra le due finestre di centro, commovente omaggio d'un espatriato alle vecchie locande di Tolosa e di Carcassonne, ci accoglie sotto la pensilina provinciale di vetro smerigliato. Il padrone marsigliese, ci riceve con dignit spagnolesca ed una specie di "groom" si precipita ad aprire le nostre portiere scardinate dai viottoli rupestri del Tahoi.
Ormai siamo ritornati nel mondo civile!

Hu, la vecchia capitale del Sud-Pacifico,  rimasta sdegnosamente appartata dalla capitale moderna del Protettorato. Al di l del ponte barbarico un arco annamita di legno con le grandi corna inverosimili dipinte d'azzurro segna il limite oltre il quale  proibito costruire senza un permesso speciale dell'imperatore che non ne accorda mai nessuno.
Una chiusa filtra l'acqua dell'Huong-giang che, tornata chiara oltre il ponte, riprende l'antico nome di "Fiume dei Profumi". Appena il viaggiatore s'inoltra nelle stradine quiete e pittoresche della citt,  sedotto dal fscino sottile che si sprigiona dalle pagode, dai giardini, dalle vecchie case, dagli archi e dalle balaustre di legno dipinto, dai ballatoi di porcellana, dai gruppi colorati della gente che cammina con lentezza o si attarda a recitare un bruscolo di preghiera dinanzi alle nicchie.
Hu non fu costruita per sbalordire con templi monumentali e con palazzi chiassosi, ma per esprimere nella pietra una astrazione filosofica, per assicurare agli imperatori ed ai dirigenti un "ritiro" favorevole alle lunghe meditazioni ed alle sagge assemblee.
Lilla e girasoli orlano le sponde tranquille del fiume. L'acqua s'insinua quietamente fra i giardini, lambe le vecchie muraglie merlate di draghi e tappezzate di muschi, fruscia lungo le scalinate delle pagode sulle quali montano la guardia elefanti di granito e tigri di porfido, circonda i chioschi lillipuziani costruiti sugli scoglietti, riflette nei suoi infiniti specchi fuggenti la grazia degli archi che sembrano fragili e dei padiglioni che paiono ombrelli di carta, ma che stanno l da parecchi secoli. Piccoli canali serpeggiano entro parchi misteriosi a bagnare tombe e mausolei od a formare microscopici laghetti vegliati da un Genio che sorride sotto un pino nano del Giappone.
Ogni tanto un seggio di granito invita il passante a sedersi ed a meditare.
A differenza di tutte le altre capitali, la localit fu scelta dai fondatori di Hu non per considerazioni di ordine politico, strategico od economico, ma per ragioni di carattere magico, come punto di concentramento delle influenze ancestrali dell'Annam. E quest'origine diremo cos spiritica della citt  impressa nella fisonomia dei suoi quartieri ombrosi e tranquilli, nel raccoglimento dei palazzi che hanno l'aria di sdegnare la strada, che si riparano dal sole con molteplici ordini di tettoie e dalla curiosit dei passanti con muretti e paraventi di legno, nella pace degli annosi giardini dai viali invisibili, nello spesseggiar dei boschetti, nell'abbondanza delle pagode, degli altari, delle statue, delle pietre votive, nell'andare placido e cogitabondo degli abitanti che paiono costantemente assorti in gravi meditazioni, nel numero incredibile di tabernacoli dinanzi ai quali i fiori sempre rinnovati dalla piet dei fedeli non hanno il tempo d'appassire.
L'abbigliamento uniforme della gente minuta  come il saio di una regola, mentre i paludamenti sfarzosi dei mandarini, dei funzionari, dei soldati imperiali, degli scriba di Palazzo, dei mercanti facoltosi, si intonano squisitamente a questo scenario di abbazia asiatica. L'atmosfera  satura d'incenso. Il linguaggio cantato degli abitanti fa pensare ad un continuo recitar di salmi per un ufficio perenne che dura quanto l'esistenza della razza; l'inchino facile e riverente ricorda l'abitudine dei chierici a genuflettersi dinanzi a tutte le nicchie ed a tutte le immagini; l'untuosa cerimoniosit dei pubblici ufficiali e dei mercanti ha un non so che di ecclesiastico che evoca l'atmosfera degli ambienti romani di Curia. Il complimento  a fior di labbra ed uno strano sorriso stira gli angoli di tutte le bocche anche quando i volti vorrebbero essere serii.
Uomini e donne vestono quasi identicamente d'un pantalone e d'una tunica che scende fino ai ginocchi. I capelli lunghi sono rialzati a treccia sulla nuca e fermati da un pettine. Solo la forma del copricapo differenzia i due sessi, a paralume quello degli uomini, a pentola quello delle donne. Freddi, sottili, ironici, naturalmente alieni dalla violenza e dal chiasso, apparentemente docili, gli annamiti si lasciano governare senza difficolt, ma il loro perenne sorriso  spesso un feroce sarcasmo di fronte al quale l'osservatore rimane sconcertato.
In seguito al colpo di Stato del 1916 che culmin nel burlesco tentativo pangermanico di rivolta dell'imperatore sedicenne Si-Fung, il trono dell'Annam  attualmente occupato dal principe Fung-Hoa, il quale, secondo la consuetudine annamita, ha assunto il titolo di Kai-Din che significa "Era di progresso". Ammaestrato dall'esperienza del re Sisovat del Camboge, mi sono ben guardato dal chiedere al monarca dell'Annam una di quelle insipide udienze private che questi sovrani asiatici sogliono accordare ai giornalisti di passaggio, sotto il controllo di un ufficiale superiore della Residenza, banalissimi minuti di conversazione durante i quali non si sa chi sia pi imbarazzato, se il grazioso sovrano od il povero giornalista che non sanno cosa dirsi e finiscono per parlare del cattivo tempo o di un monumento qualsiasi dei dintorni. Ho invece domandato di assistere a qualche cerimonia di Palazzo e spero di essere accontentato.
Nonostante l'onnipotenza della nazione protettrice, la quale non mette i guanti per esercitare il potere, il monarca  idolatrato dai suoi sudditi che vedono nella persona dell'imperatore il rappresentante del vecchio Annam, il discendente dei grandi antenati che fecero prospero e glorioso l'impero. L'imperatore  il simbolo della razza. Il culto dei morti, fondamento della religione annamita, unifica il rispetto pel sovrano regnante con la venerazione dei monarchi divinizzati del passato.
L'autorit imperiale non  limitata nell'Annam da nessuna legge scritta, ma l'assolutismo dell'autocrate  temperato in pratica dai doveri della dottrina confucista. I testi sacri ed i precetti dei filosofi hanno forza di legge anche pel sovrano, anzi egli deve dare l'esempio della loro scrupolosa osservanza, altrimenti il popolo ha diritto di ribellarsi contro colui che, trasgredendo ai riti, venne meno alla missione affidatagli dagli antenati! Quattro ministri e due "letterati", che hanno il titolo di "colonne dell'impero", condividono col monarca le cure dello Stato. Nove classi di mandarini formano l'impalcatura burocratica e militare del regime. Le loro funzioni non sono ereditarie, giacch l'Annam non ha come il Giappone una aristocrazia privilegiata. I titoli nobiliari si esauriscono alla terza discendenza se le persone che ne sono insignite non eccellono per meriti politici, militari o letterari. Qualunque figlio di villaggio pu aspirare alla carica di "colonna dell'impero" e raggiungerla gerarchicamente, anzi, in pratica, il successo di una persona intelligente  pi facile nell'Annam che nelle societ occidentali, perch assai minore  il numero delle circostanze occasionali che influiscono sulla riuscita di un individuo.
La civilt annamita ha raggiunto un equilibrio sociale che le comunit d'Occidente sono ben lungi dal possedere. Base di essa  che ognuno  contento della propria situazione, egli stesso ed i suoi antenati essendone i soli responsabili! La propaganda bolscevica che riesce a turbare superficialmente anche la millenaria societ cinese, non ha presa sullo spirito annamita. Il rispetto della legge  profondamente radicato nella coscienza del popolo e si confonde con quello dell'autorit imperiale e della divinit. L'uomo colto - il letterato -  circondato dalla stima e dalla venerazione generale anche se povero od umile. Il padre  il capo naturale della famiglia e l'avo esercita un'autorit indiscussa sull'insiemi delle famiglie discendenti. L'imperatore essendo per diritto divino il capo di tutte le famiglie  naturalmente il capo del paese.
Le forme esteriori dell'autorit si confondono con l'autorit medesima. La presenza di un mandarino non  necessaria in una cerimonia, bastano il suo parasole ed il suo palanchino per presenziarla. L'imperatore  presente ovunque sventola il labaro col Dragone. L'amministrazione imparziale della giustizia, secondo i precetti dei saggi e gli ammaestramenti dei filosofi,  assicurata automaticamente dal controllo del pubblico. Dieci reggimenti sarebbero insufficienti a far rispettare un magistrato che avesse perso la considerazione dei suoi amministrati. Suprema ambizione del re  di essere chiamato "saggio" dai suoi sudditi. La saggezza  per gli annamiti il culmine della perfezione umana.
Si capisce quindi come i rapporti fra il Residente francese ed il Sovrano non siano cos facili come nel Camboge, data la necessit di conciliare le esigenze di una amministrazione coloniale europea con l'osservanza scrupolosa dei riti e delle consuetudini secolari che fanno parte del patrimonio spirituale del popolo e costituiscono la sua Morale. Ogni qualvolta la Potenza occupante ha cercato di forzare la mano all'autorit imperiale  stata paralizzata da una tacita resistenza che si irrigidiva spontaneamente dal Trono alle pi lontane risaie.
A Corte il cerimoniale  complicato e severissimo. L'entit di una scorta od il numero di parasoli che deve accompagnare un dignitario assumono l'importanza di un fatto politico, in quanto hanno agli occhi della folla un significato tradizionale che non consente novit. Quando nelle grandi ricorrenze l'imperatore del Sud-Pacifico si presenta in pubblico dinanzi ai suoi sudditi con tutti gli attributi della sovranit, la venerazione popolare assume una potenza impressionante. Il primo ministro  parificato dinanzi all'imperatore all'ultimo facchino. La personalit del monarca sparisce nello splendore del Trono. In esso il popolo non vede n un uomo n una dinastia, ma la Legge, cio l'essenza dei secoli che furono e che hanno lasciato ai discendenti il retaggio della loro saggezza.

Il sole volge al tramonto quando salgo i sette piani dorati della Pagoda di Confucio, su per una scaletta che sembra un merletto di legno che scricchiola dolcemente ad ogni gradino. La balaustra  levigata dal passaggio dei secoli. Il sudore di sei generazioni ha penetrato il legname, trasformandolo in una materia indefinibile che ha il colore della tartaruga. Ogni tanto un'apertura permette di gettare uno sguardo all'interno, nella penombra mistica del grande tempio pavesato di vecchi stendardi. Una umanit piccina  accoccolata dinanzi agli altari ed agli incensi.
A mano a mano che si sale, Hu scopre le sue bellezze ingemmate dal sole morente. Vista di lontano anche la ridicola Officina delle Acque, costruita da un architetto del ventesimo secolo in stile "vecchio Annam" col comignolo mascherato in torre cinese, sembra una vera pagoda. L'occhio spazia sui giardini geometrici fioriti di frangipani, in mezzo ai quali i tetti di porcellana gialla od azzurra, disegnano macchie violenti, segue il serpeggiamento dei merli e delle torri attraverso l'ammasso del fogliame, l'intreccio dei canali, la successione dei ponti; si sofferma sulle rotonde di maiolica lucente sormontate da un parasole di seta sotto il quale un Buddha  accovacciato nella posa uniforme millenaria; viola i misteriosi cortili delle dimore principesche, gl'interni laccati delle verande mandarine, abbraccia i cento archi che spezzano con la loro tinta gialla il verde dei prati, i chioschi, i padiglioni, i laghetti, le vasche di porcellana, le fontane, le aiuole splendenti di fiori tropicali, tutto lo scenario fantastico di Hu fino alla cintura degli stagni che chiudono la citt morta in una cornice di putredine.
Nascosto da una cortina di boschetti, il quartiere europeo non riesce a turbare la poesia del quadro, uno fra i pi suggestivi dell'Estremo Oriente. La collina del "Vento prezioso" sfumata dall'evaporazione delle paludi, erge sulla pianura pazzamente verde del Ngui-Bi la sua sagoma buffa a pan di zucchero, guarnita sul cocuzzolo da un ciuffo di pini. Ho dinanzi agli occhi in tutta la sua formidabile stranezza uno di quei paesaggi inverosimili che ornano i vassoi di lacca ed i paraventi di seta. L'atmosfera stessa  incerta, velata, acquosa, come negli smalti e nelle giade....
Un corteo di elefanti esce dalla porta della "Verit Splendente" e si snoda sul nastro verde del "Ponte del Cielo". L'acqua del "Fiume dei Profumi" travolge sotto gli archi del ponte la gioielleria del tramonto. Una barca risale la corrente. I "gong" delle pagode conversano nel silenzio, musica di rombi ovattati, sotterranei, lontani, dialogo ancestrale dei secoli, sempre eguale dal primo all'ultimo re della dinastia...
Il vento agita i ventagli delle palme d'acqua che listano il fiume ed i canali fino al mare. L'oceano occupa le lontananze col suo infinito smeraldo.
Il nuovo Annam si sviluppa nei borghi del litorale e nei quartieri industriosi di Turana, dove pullulano i cinesi e dove gli annamiti incominciano a perdere col rispetto pel padre anche la morale profonda della razza, ma Hu conserva ancora inalterata la sua bellezza antica. Forse quando la linea ferroviaria attualmente in costruzione, avr allacciato la capitale ad Hanoi ed a Saigon, al Tonkino progressista ed alla Cocincina industriale, forse allora anche Hu morir! Gli "alberghi-palace" ergeranno sul "Fiume Filosofico" le loro facciate pretenziose di cemento e di stucco! Un volgare tram trasciner il suo stridore di ferraglia in mezzo al silenzio dei giardini! Forse! Chi pu assicurarlo?
Il vecchio Annam possiede una straordinaria forza di resistenza. La sua stessa gente gracile e giallognola par fatta di sopravvissuti, razza che ormai non pu pi morire perch  gi morta da molti secoli. La civilt moderna scivola sullo spirito tradizionalista degli annamiti come la mano su una superficie di avorio. Dotati di meravigliose capacit imitative gli indigeni ci copiano, ma restano "vecchio Annam". Mercanti della costa che paiono arrabbiati busines-men occidentali chiudono un giorno improvvisamente bottega e si ritirano a coltivare risaie. Funzionari educati nelle scuole francesi che paiono penetrati fin nelle midolla dallo spirito d'Occidente, giunto il momento della pensione riprendono la tunica dei padri.
Il futuro imperatore dell'Annam sta compiendo la sua educazione a Parigi e la completer a suo tempo nelle boites de Montmartre e al pesage di Deauville. Il est tout  fait parisien, assicurano i giornali di Francia. S, parigino, ma con gli occhi obliqui e con le guancie di porcellana. Ne ho conosciuti altri, a Biarritz, a Dinard, chez Maxim della Rue Royale, gialli europeizzati che sembravano definitivamente abituati ai costumi d'Occidente: li ho ritrovati in Cocincina, nel Camboge, nel basso Laos, in fondo ad un vecchio palazzo, vestiti di seta e calzati di raso, irriconoscibili, "gialli" pi che mai, intenti a scrivere col pennello sui lenzuoli di seta i precetti di Confucio e le poesie leggendarie degli Yang! Anche al principe imperiale accadr qualche cosa di simile quando la morte del padre lo richiamer ad Hu per cingervi la corona del Grande Dragone dai cinque artigli.
I francesi hanno creduto di rimediare alla loro mancanza di uomini con la cos detta politique coloniale de collaboration. Non so quali risultati finali dar nell'Africa settentrionale ed occidentale, ma sono assolutamente pessimista. Quanto all'Indocina, si pu dire fin d'ora che la dominazione francese non lascier nessuna orma profonda del suo passaggio. Ancora oggi la Francia non ha compreso l'Indocina. Se domandate ad un annamita la sua opinione, ad un letterato o ad un mercante di terrecotte, riceverete invariabilmente per risposta un sorriso, un terribile sorriso dell'Annam.
- Voi rappresentate un grande pensiero di attivit e di creazione: noi siamo un grande pensiero di meditazione che si compiace nel raccoglimento delle cose morte. - Queste parole pronunziate dall'imperatore Kat-Din a Parigi durante un ricevimento del Presidente della Repubblica mi vengono spontanee alla mente, mentre dall'alto del settimo tetto della Pagoda di Confucio contemplo la citt imperiale pavesata delle porpore del tramonto.
Le linee dei palazzi e le ombre dei giardini si stemperano nella gloria del sole. Qua e l una cupola di porcellana fiammeggia ed un arco bizzarro dipinto coi colori dell'arcobaleno incornicia lo smalto di un albero troppo verde.
La pianura dei morti domina colla moltitudine sterminata delle sue tombe anonime, il crepuscolo di Hu...




La pianura dei morti

HUE', 26 agosto.

Talvolta il viaggiatore si trova di fronte a formidabili visioni della Natura o dell'umanit che s'impongono da sole al suo spirito per la loro stessa potenza intrinseca, senza bisogno di alcuna preparazione. Lo spettacolo soggioga chi guarda e lo suggestiona. Altre volte, invece, la visione ha linee meno grandiose o meno appariscenti: allora sfugge all'osservatore frettoloso e distratto; riserva il suo fascino al viandante che si attarda a contemplarla, che  in grado di sentirne la poesia, che sa apprezzarne il significato storico od il valore umano, che riesce per un momento ad immedesimarsi coi luoghi, coi tempi, con la coscienza oscura delle moltitudini.
La pianura dei Morti e degli Imperatori - immenso ossario di molteplici generazioni e supremo altare di tutta una razza - pu lasciare indifferente o commuovere.
L'occhio non basta, bisogna che anche l'anima veda! Chi non scorge che un macabro cimitero di plebi miserabili ed anonime, passi oltre: la pianura dei Morti di Hu non  fatta per lui. Segua il consiglio delle Guide: si limiti a visitare in automobile le tombe di Gia-Long e di Ming-Mang che dormono il sonno eterno in un bosco secolare, in mezzo ad un triplice cerchio di elefanti, di cavalli e di mandarini di pietra. Accanto al mausoleo di Gia-Long un vecchio Annamita di cartapecora che parla francese gli offrir un sasso-ricordo ed un tazza di "scium-scium".
La sua coscienza di viaggiatore sar cos a posto! Tornato in patria potr dire di aver visitato le tombe reali dell'Annam e di aver assaggiato il beveraggio delle Ombre.

Viste alla svelta, nel breve tempo che concede l'autocarro del servizio turistico, le tombe degli imperatori del Sud-Pacifico mi avevano fatto una prima volta poca impressione. Il chiacchiero frizzante di una "parisienne en voyage d'agreement" fugava inesorabilmente le ombre che sono i lari misteriosi di certi luoghi. Il cimitero m'era sembrato troppo vasto e troppo brullo, i mausolei troppo civettuoli e pettegoli, l'erba troppo pettinata e troppo verde...
Abituato ai sepolcreti giganteschi dell'India, scolpiti superbamente nelle montagne di granito, quasi per obbligare la natura medesima ad eternare col suo petrame immutabile la fragilit dei grandi della terra che scompaiono nella polvere, le tombe graziose dei monarchi dell'Annam m'avevano lasciato freddo. Pi che altro m'era parsa originale l'idea di quegli antichi sovrani d'arredare l'interno dei loro sepolcri coi mobili che avevano adoperato in vita e di far riprodurre in pietra intorno alle tombe la scorta di elefanti, di cavalli e di mandarini, alla quale ha diritto l'imperatore per non rimanere dopo morte troppo solo in mezzo agli alberi secolari ed agli stagni putrescenti.
Ma tre settimane di soggiorno nell'Annam m'hanno fatto comprendere il posto enorme che occupano i morti nell'esistenza dei vivi di questo paese la reale immortalit dei monarchi che continuano a regnare nel cuore dei sudditi diversi secoli dopo la loro ultima partenza dal Palazzo. E la Pianura dei Morti e degli Imperatori ha cessato di essere per me il bizzarro cimitero di un popolo che scherza con la morte:  diventata il pi grande tempio dell'Annam, un tempio che ha per cupola l'immensit del firmamento e per cripta la cenere di dieci generazioni, illuminato dal sole e dalle stelle, riscaldato dalla fede perenne di tutto un popolo.
Bench il Buddismo sia la religione ufficiale dell'Annam e le classi superiori ostentino di seguire i precetti di Confucio, l'unica vera religione degli annamiti  il culto degli antenati, l'adorazione dei morti, nei quali si perpetua di generazione in generazione la personalit della razza. Tutto il resto  semplicemente "rito", cerimoniale o costume, senza corrispondenza sentimentale nell'anima delle folle. I riti si confondono anzi con le Leggi e con gli ordinamenti sociali in modo che non si sa dove finisca la credenza e dove incominci la morale ed il regime politico. Solo il culto dei trapassati  realmente radicato nella coscienza del popolo e su di esso legislatori e filosofi hanno costruito i loro sistemi che reggono da secoli la vita pubblica e privata dell'Annam.
I Morti sono il passato, sono il presente e l'avvenire. Essi continuano a far parte della nazione, "esistono", vagano in mezzo alle loro gioie ed ai loro dolori, aspettano di riprendere forma terrena in una esistenza animale od umana secondo il capriccio del Caso oppure d'immedesimarsi in un oggetto fino a costituirne l'elemento essenziale, fino cio a diventare quella misteriosa e meravigliosa "anima" degli alberi, dell'acqua, delle pietre, delle tegole, del vento, della luce, che fa del mondo, per gli annamiti, un unico immenso Essere di natura spirituale.
E la Pianura dei Morti nella quale noi non vediamo che tombe e mausolei pi o meno indovinati ed artistici  per le genti dell'Annam un fantastico Pantheon. Non solamente vi sono raccolti tutti gli spiriti della razza, ma hanno una personalit ancestrale i medesimi alberi, le erbe, le pietre, la luce e l'atmosfera, perch alberi ed erbe sono alimentati dai succhi delle generazioni, perch l'aria stessa e la luce sono soffi e luminosit usciti dagli occhi e dalle labbra dei trapassati. Quando un annamita dice di andare nella pianura per respirare i morti noi non possiamo capirlo. Perci non possiamo comprendere la sua Pianura. Essa non fa parte dei clichs degli scrittori che s'occupano dell'Indocina, ma tutto l'Annam  in quella sterminata distesa di tumuli sulla quale i sepolcri degli imperatori ergono i loro bizzarri ombrelli di porcellana lucente.

Entrate in una casa annamita, sia essa ricca o povera, sia il palazzo dell'imperatore o la capanna dell'avventizio di risaia, sia l'abitazione di un indigeno che ha adottate le forme di vita europee o di un altro che  rimasto fedele alla tunica dei padri, sempre la camera pi bella o l'angolo migliore dell'unica stanza sono riservati agli antenati, all'altare dei morti, dinanzi al quale le ingenue offerte di fiori, di cibi, di tabacco, di giornali, attestano la fede dei vivi ed il rispetto dei discendenti.
"Finch il padre vive, egli dirige la casa: dopo la sua morte i figli debbono seguire scrupolosamente il suo modo di vivere ed astenersi almeno per tre anni dal modificare anche le pi insignificanti abitudini domestiche".
In questo precetto di Confucio  tutta la psicologia dell'Annam. Esso fa della famiglia annamita una fortezza che il tempo non smantella, che anzi i secoli rafforzano; fa della societ annamita una pi grande famiglia che ha per capo l'imperatore, nella quale l'ordine  facile perch  naturalmente insito nella coscienza dei suoi componenti.
 inutile tentare di comprendere questo vecchio popolo, la sua arte, il suo regime politico, i suoi istituti sociali, la sua stessa evoluzione moderna, se non si tiene costantemente presente che agli occhi del paese non i giovani, ma i vecchi rappresentano la spina dorsale della razza. Lo spirito delle moltitudini  ritorto verso il pi lontano passato nel quale  concentrata la saggezza dei secoli. Perch un annamita accetti in pieno la vita moderna, non solamente nelle forme esteriori, ma nella sua civilt essenziale, deve rompere violentemente con la famiglia e con la razza. Non lo fa. Coloro che in buona fede cercano laboriosamente di mettere d'accordo le esigenze della evoluzione con le intransigenze della tradizione, finiscono coll'essere inesorabilmente sopraffatti dall'impossibilit di conciliare due modi nettamente antitetici di concepire la vita e l'umanit.
L'annamita che  dotato di straordinaria capacit di adattamento pu imitare le forme della nostra esistenza, ma nel suo intimo resta "figlio dell'Annam". I secoli lo tengono stretto nella loro morsa. Pu adoperare una macchina agricola, un motore a scoppio, un telefono come noi, ma il suo spirito non riesce a considerare questi ordegni come semplici strumenti meccanici. Essi hanno per lui un'anima, una loro misteriosa personalit trascendentale che fa parte dell'arcano del mondo. Nella loro efficacia egli non vede la potenza del cervello umano che piega al suo volere le forze della Natura, ma adora un riflesso dell'anima del mondo, del suo mondo annamita. Mentre le gru sollevano dalle banchine i metalli e le granaglie, e le calano nei boccaporti delle navi, il bonzo annamita s'inchina al "Genio misterioso" della macchina. Il guidatore indigeno adora lo "spirito" della sua locomotiva o della sua automobile e di fronte a un guasto il primo moto istintivo  una preghiera. Prima di mettersi al lavoro le operaie di un laboratorio bruciano una cartina d'incenso davanti alle macchine da cucire od ai telai meccanici.
Quando un annamita rompe i ponti e salta risolutamente dall'altra parte, perde contemporaneamente la sua morale e la sua personalit etnica. Scompare il figlio dell'Annam; resta un "giallo", miscredente e scaltro, senza la morale dei padri e senza la coscienza degli occidentali, un essere ambiguo che i vizi assorbono rapidamente nel loro risucchio, svalutandolo, o che la propaganda rivoluzionaria trasforma in un pericoloso ribelle.
La superficialit e la caducit della dominazione francese dipendono precisamente dal fatto che il "partito annamita moderato" e la "politica coloniale di associazione" non hanno fondamento nella coscienza del paese. I francesi si rendono perfettamente conto di questo stato di cose che d un carattere di fatalit alla perdita della bella colonia. L'opinione pubblica  famigliarizzata con l'idea che "tt ou tard il faudra quitter l'Indochine"! La politica di associazione iniziata da Francis Garnier per sopperire alla mancanza di coloni metropolitani ed intensificata in questi ultimi tempi da Albert Sarraut - l'ex ministro delle colonie, oggi ambasciatore e candidato alla successione di Lyautey - lascia completamente indifferente la coscienza annamita. In genere gli indigeni che s'arricchiscono nei commerci, nell'agricoltura o nell'industria, si dicono per opportunismo partigiani della "politique d'association", ma quando a fortuna fatta si ritirano dagli affari, ritornano "vecchio Annam". Coloro che non tornano pi indietro entrano nella "avanguardia costituzionale", pattuglione rivoluzionario che gi chiede puramente e semplicemente l'indipendenza politica dell'Annam.
Quel grande problema della collaborazione fra Occidente ed Oriente che giustamente appassiona la societ moderna pel tragico contrasto fra il pensiero occidentale e le millenarie coscienze asiatiche, problema che in India, in Cina e nel Giappone, si presenta confusamente per la stessa vastit di quei paesi e per le innumerevoli inframmettenze politico-religiose che intorbidano la visione centrale, si mostra nello stesso Annam terribilmente chiaro nella sua semplicit.
L'Annam fa capire il Gandhi delle Indie! Qualunque osservatore pu constatare ad Hu l'abisso che separa le due mentalit e misurare l'immensit del ponte che bisognerebbe gettare da una parte e dall'altra per permettere alle genti d'Oriente e d'Occidente d'incontrarsi. Quando Gandhi nella sua intransigenza di Apostolo nega alla civilt occidentale il primato spirituale e ci contesta di rappresentare il progresso dell'umanit, la sua parola  compresa non solo dagli indiani, ma anche dai persiani, dagli afgani, dai turkestani, dai cinesi, dagli annamiti, dai giapponesi, dagli indocinesi, da tutte le genti del vasto continente, senza differenza di religione o di razza, dal Mediterraneo al Mar Giallo, dalle coste del Dekkan a quelle della Corea... Ed in questa universalit dell'apostolato di Gandhi stanno la grandezza filosofica e la forza storica della sua predicazione che si vagliano meglio a mano a mano che ci si allontana dalla sua piccola casa di Calcutta!
La nostra civilt proiettata nell'avvenire, sforzo perenne e quasi affannoso che tende a perfezionare le forme esteriori dell'esistenza, a valorizzare la potenzialit economica del globo, a generalizzare il benessere materiale, ad imprigionare le forze della Natura e sviluppare la capacit di dominio dell'uomo, civilt tipicamente conquistatrice e fatalmente incontentabile, basata sull'emulazione dei singoli e delle razze, sulla bellezza della lotta e sulla volutt della vittoria, fatta di velocit e di ardimento, di superbia e di desiderii costantemente inappagati, operosa, tumultuante, temeraria, sembra addirittura una crisi di epilessia barbarica alle genti asiatiche per le quali ogni battaglia  uno sterile sforzo ed ogni conquista un ridicolo buco nell'acqua, giacch la vita umana non solamente non  un fine, ma una semplice vicenda accidentale di quello "spirito del mondo", il "Tao" di Lao-Tz, che  nell'uomo come nell'acqua, nell'erba come nel fuoco, nei rifiuti come nella quintessenza di Dio!
Come possono questi popoli concepire allo stesso modo di noi la vita degli individui e delle nazioni, se sono profondamente convinti che le civilt umane sono nate perfette essendo di natura divina ed hanno avuto nel ciclo gi passato il loro periodo migliore? Noi diciamo: avanti, sempre pi avanti; in alto, sempre pi in alto! Essi dicono: indietro, sempre pi indietro! Per essi ogni nuova generazione rappresenta un fatale regresso e tutti gli sforzi debbono tendere all'immobilit per ritardare l'ineluttabile.
I morti sono tutto. Il passato  divinizzato fino al punto di confondersi con Dio e spesso di superarlo. L'umanit avviata verso la decadenza e la perdizione  trattenuta sulla voragine dalla catena dei morti che hanno piet dei discendenti.
Persuaso di questo l'annamita non ha paura della morte, anzi, si preoccupa in vita del suo sepolcro e degli onori postumi che gli tributer la famiglia. Sovente il feretro  gi in casa, dono gradito che i figli fanno al padre, l'amico all'amico intimo, la donna amata all'idolo del suo cuore. La morte, semplice cambiamento di condizione, non spaventa. L'anima continuer pi spedita il suo cammino verso le serenit supreme, aiutata dalle preghiere e dalle cure di coloro che rimangono. I funerali sono senza tristezza, tranquilli cortei che accompagnano un partente alla stazione. Il dolore trova immediato conforto nel culto. La morte non toglie all'amore che una forma. La morte non distrugge! La morte non  nulla...
Ed ecco che la civilt annamita mostra la sua reale immagine, di fronte alla quale il nostro spirito rimane perplesso...
Posto un limite all'incontentabile desiderio umano che  la fonte di tutte le infelicit, la saggezza annamita aveva fabbricato la felicit relativa. L'individuo deve contentarsi in vita della sua sorte, anche se meschina, perch unici responsabili ne sono i suoi diretti ascendenti, cio egli stesso! Quanto ai soli irrimediabili dolori della vita, cio agli strappi causati dalla morte nella famiglia e negli affetti, essi sono senza asprezza per la profonda persuasione che i defunti continuano a vivere invisibili dentro le pareti domestiche in mezzo ai superstiti.
Cos si avvicendavano le generazioni e scorrevano i secoli...
Il sorriso si stereotipava sulle labbra dei Buddha e delle genti.
Oggi la civilt occidentale  venuta a turbare coi suoi terribili interrogativi e coi suoi pungenti bisogni la pace secolare di una razza che aveva risolto con un compromesso la tragedia dell'esistenza.

Quando un viaggiatore  arrivato ad avere la sensazione di ci che  la morte per un annamita e di ci che i morti rappresentano per lui, allora pu visitare la Pianura dei Morti e degli Imperatori. Comprender.
Vada solo, senza guide, senza compagni. Scelga l'agonia del giorno, meglio ancora l'avanzato crepuscolo quando arrivano d'ogni parte le ombre. Cammini a caso attraverso l'immensa pianura seminata di tombe tutte eguali ed anonime, in mezzo ai viottoli che hanno per bordatura i secoli scomparsi. Il mausoleo dell'imperatore Tu-Duc che domina la necropoli lo inviter a riposarsi su una panca, ad accendere una sigaretta, ad ascoltare il sussurro dei venti dell'Annam che giuocano coi salici e coi frangipane in fiore...
Le nostre cappelle mortuarie, austere, fredde, marmoree, cogli emblemi visibili dell'annientamento e dello strazio, colla brutale documentazione della fralezza umana, non hanno nulla a che vedere con questi recinti graziosi che sono solamente l'ultima abitazione di un monarca. La spoglia mortale non  chiusa come da noi in un sarcofago che diventa col tempo la macabra prigione di poche ossa miserabili, ma  sepolta senza feretro e senza sudario a contatto della terra, in un punto qualsiasi che non  indicato da nessun segno particolare e che finisce per essere dimenticato anche dagli intimi. Chi ha amato una forma non pu evocare un pugno d'ossame. La forma amata si diluisce nel verde delle erbe e nelle tinte dei fiori.
Che cos' in fondo il mausoleo di Tu-Duc? Un giardino fiorito, due rivi d'acqua corrente che si scapricciano in fontanine e cascatelle, un grande stagno addormentato ricamato dai fiori di loto ed ombreggiato dai salici, tre chioschi di mattoae, tre tetti lucenti di porcellana, qualche arco di legno dipinto, qualche panca, molta ombra, pace e frescura.
In uno dei chioschi  il letto imperiale di sandalo rosso, il suo, nel quale egli dorm. C' la stuoia di cui si serviva e vi sono le pantofole messe di sghembo, pronte per essere calzate. Ogni mattina una mano pia rinnova sul tavolo di lacca il t, il riso, la bevanda profumata di "scium-scium" la pipa, il tabacco, le foglie di betel. All'intorno sono raccolti gli oggetti che egli adoper e predilesse in vita, i suoi abiti, i suoi gioielli, le sue armi, i suoi scrigni, i suoi libri: in un angolo i parasoli, in un altro i ventagli: su un vassoio le collane d'ambra e le coroncine di giada che egli maneggiava, in un cofano il pennello per scrivere, i vasetti degli inchiostri, un rotolo di carta di riso con le sue ultime righe interrotte dalla morte.
Tutto fu costruito mentre egli era vivo e sovente il monarca veniva a leggere, fumare od amare, dove avrebbe "vissuto" dopo morto pei secoli ed i millennii.  lui che ha fatto erigere qua e l nel giardino questi archi di legno dipinto ornati di porcellane che non hanno ragione di esistere. Egli li volle allora per incorniciare un ciuffo di alberi che gli piacevano, per isolare un roseto che prediligeva. Ora gli alberi sono cresciuti, il roseto  scomparso, ma gli archi restano. Ogni tanto il vento ne butta gi qualcuno e la mano pia d'un discendente lo rialza. Restano da secoli e resteranno per altri secoli, finch durer la fede, come tante altre cose inutili dell'Annam. Cos era, cos deve essere!
I tre chioschi hanno un nome: la casa dei Genii, la casa dei Ricordi, la casa dell'Anima. In quest'ultima  l'altare supremo sul quale  conservato in uno scrigno prezioso il fazzoletto di seta che un dignitario pos al momento della morte sulle labbra imperiali raccogliendone l'ultimo soffio, la vita che se n'andava.
Nel grande cortile prospiciente ai tre templi la scorta  pronta: aspetta:  di granito, coi mandarini, i parasoli, gli elefanti ed i cavalli, in regola col rito e col cerimoniale. Gli uomini sono rivolti verso il chiosco dove egli dorme e donde pu uscire, gli animali verso il Palazzo donde venne l'ultima volta e dove potrebbe tornare. Gli spiriti degli esseri rappresentati abitano le forme di sasso.
Ci che si dice per l'imperatore vale per tutti i milioni e milioni di morti sepolti nella pianura. La grandezza e la bellezza del recinto variano secondo il rango e la condizione sociale, ma tutti hanno il t, il riso, le foglie di betel, gli oggetti che ebbero cari, i segni d'una piet che non si spegne perch  il fuoco stesso della razza.
Allorch il sole morente ha ritirato dalla pianura il suo grande bacio d'oro, e le ombre escono dagli stagni lungo il filo delle canne tremanti a velare la moltitudine dei sepolcri, il grande altare dell'Annam si popola di lampioni camminanti. I vivi vengono a trovare i morti.
Due sposini annamiti entrano tenendosi per mano nel recinto di Tu-Duc, s'inchinano dinanzi alla Casa dell'Anima, sfogliano un mazzetto di fiori sulla soglia, poi si seggono su un banco a sorridersi ed a baciarsi.
Altri gruppi di amanti, di famiglie a passeggio, di amici usciti per prendere una boccata d'aria, si sparpagliano attraverso la pianura delle tombe e dei mausolei, lungo i viottoli innumerevoli che indicano l'avvicendarsi delle generazioni. Nessuno fa caso ai cortei funebri che vanno per le loro strade ad aggiungere un'altra piccola cosa senza vita alle infinite altre.
Gli alberi, i fiori, le aiuole, i cespugli si empiono di fuochi fatui e di fiammelle follette. Le lucciole dell'Estremo Oriente aggiungono i loro guizzi. I lampioni di carta e di seta che ardono accanto ai tumuli dondolano al vento. Nessuno prega ma una immensa preghiera sale dalla terra verso l'Infinito.
E con la tacita preghiera salgono i vapori degli stagni, simili ad un leggerissimo incenso. Empiono la pianura, confondono i sepolcri imperiali col tritume delle generazioni, attenuano le luci, sfumano i contorni, nascondono la citt ed i suoi palazzi, il fiume ed i suoi ponti, il cimitero e le sue genti.
La visione si spegne in un grande velario. E si sentono le Ombre.




Grandezza e miseria di un Imperatore d'Asia

HUE', 3 settembre.

L'imperatore del Sud Pacifico  uscito in gran pompa dal Palazzo degli antenati per recarsi alla Pagoda di Confucio.
I cannoni francesi hanno annunziato con ventun salve equidistanti la partenza del corteo. Il lampeggiamento dei colpi si  perso nell'abbagliante luminosit del mattino.
Ora i "gong" delle pagode che rombano con vellutata dolcezza, comunicano alla moltitudine che comprende il loro recondito linguaggio le fasi della cerimonia.
- Sono uscite le Colonne del Trono!
- Il primo mandarino  passato sotto l'arco della Vittoria Splendente!
- Il Figlio del Cielo  salito sull'elefante bianco dell'Annam.
La folla sa, la folla capisce. Noi vediamo solo una moltitudine che aspetta e quando vedremo spuntare l'avanguardia del corteo diremo semplicemente:
- L'imperatore  qui!
La folla accompagna invece con lo spirito l'itinerario della processione imperiale: sa quanti minuti intercorrono fra un arco ed un altro, fra il ponte e la piazza, fra la pagoda del grande Buddha ed il tempio dei Genii: quanti inchini spettano a questa nicchia ed a quella statua, quante volte l'elefante bianco deve fermarsi prima di giungere dinanzi alla Pagoda delle Pagode. Tutto  regolato nei pi minuti particolari da un rito preciso. E la folla  al corrente del cerimoniale quanto i pi esperti maggiordomi del Palazzo. Forse lo spettatore annamita non sa leggere, forse non saprebbe dire con precisione la sua et, ma sa che il giorno del Dragone l'imperatore ha diritto a duecento sessanta parasoli e venti elefanti, che tredici baldacchini debbono seguire la lettiga imperiale, che nel terzo carro le ballerine sono dodici e nel quinto il Grande Bonzo  circondato da sedici accoliti coi turiboli, che il manto del re  quello dell'imperatore guerriero Gi-Long mentre la mitra  quella dell'imperatore letterato Mihn-Mang.
Quando il sovrano vuol comunicar qualche cosa al suo popolo - un ordine, un avviso, un incoraggiamento - non ha bisogno di chiedere il permesso al rappresentante della Francia. Basta che durante il corteo sia omessa una fermata o che siano raddoppiate le riverenze dinanzi ad un determinato simulacro perch la moltitudine intenda. Il linguaggio segreto dei secoli fra sudditi e re sfugge alla pi ferrea censura. Allorch nel 1916 Duy-Tan entr nella famosa congiura tedesca che doveva scacciare i francesi dall'Indocina, gli abitanti di Hu furono informati della decisione imperiale da un semplice rito apparentemente innocuo che il sovrano celebr dinanzi alla tomba dell'imperatore Tu-Duc. Se un ufficiale meticcio non avesse tradito i congiurati la Residenza sarebbe stata sorpresa dalla rivolta.
Vecchi di cartapecora con un piede gi nella tomba e piccole donne di porcellana sfiancate innanzi tempo dalla quotidiana fatica, hanno trascorso la notte in strada per assicurarsi un posto avanti, dietro la linea immobile dei soldati scalzi. Sono qui da ore ed ore. Aspettano: per vedere il corteo sfavillante di ori e di stendardi nel quale ogni anno rivive il vecchio Annam leggendario dei tempi eroici, per contemplare un momento in tutto lo splendore della sovranit divinizzata il Figlio del Cielo con la corona del Dragone dai cinque artigli.
Gli immensi cappelli di paglia dei soldati, larghi come un ombrello, decorano fantasticamente di chioschi lillipuziani le strade e le piazze. Certi alberi sembra si siano aperti la notte ad una straordinaria fioritura umana tanto sono zeppi di bimbe agghindate come bocciuoli e di ragazzetti in fronzoli. Le campagne e la costa hanno mandato le loro genti coi caratteristici costumi del litorale e delle provincie. Fino i pi lontani distretti hanno un mandarino ed un seguito che li rappresenta. Le corporazioni artigiane sono riunite intorno all'emblema del mestiere: una scarpa, un pesce, un mobile, una forbice, tutto di proporzioni enormi e di cartapesta dorata. Le deputazioni dei villaggi Kas e quelle dei Mois semi - selvaggi dell'altipiano, raccolte all'imboccatura del Ponte dei Profumi, spiccano pel contrasto fra i ricchissimi abbigliamenti dei mandarini in mitra e pastorale e la fiera nudit muscolosa dei capi Mois armati di treccie e di faretra.
I parasoli policromi dei bonzi e quelli bianchi dei letterati, danno alle strade la bizzarra parvenza d'un pittoresco accampamento. Qua e l un baldacchino a tre od a sei ombrelli soprapposti indica la presenza di un alto dignitario. Vestiti e parasoli hanno colori crudi che colpiscono l'occhio. Bandiere gialle, verdi, violette, soprattutto gialle, sventolano a tutte le finestre. Grandi draghi di cartapesta ghignano ai balconi o danzano in mezzo alla folla in cima ad una pertica con buffi contorcimenti dei lunghi corpi di seta. Festoni d'erba e di carta colorata sono tesi fra casa e casa. Stoffe sgargianti pendono dalle finestre. Migliaia di lampioni e di palloncini danno un festoso aspetto di carnevale alla capitale di solito addormentata ed austera. Il vento  blando, quasi abbia rispetto per le pezze e la carta straccia dell'impero.
Nel giorno del Dragone Hu chiama a raccolta tutti i suoi figli e le sue bandiere. Vi sono vessilli nuovi fiammanti che incominciano appena oggi la loro modesta carriera, altri invece sono vecchi, laceri, stinti dai secoli, tolti per l'occasione dalla prua d'un "sampan" decrepito, dall'albero di una giunca centenaria, dalla nicchia di una lontana pagoda dimenticata in fondo ad un villaggio.
Questo straccio rosicchiato ha sventolato in testa agli eserciti invincibili dell'imperatore Jaja Harivar quando l'Annam dominava il Camboge, il Tonkino ed il Laos; questo sbrendolo giallo fu issato sulle mura di Hanoi dai cavalieri violetti di Gia-Long; v' un drappo azzurro con un elefante d'oro che era l'insegna del re del Siam e sventolava in cima alla grande torre d'Angkor-Vat...
Cos assicurano almeno gli annamiti che mi sono d'intorno e che mi usano riguardo perch saluto i loro cenci colorati!
E l'imperatore  passato. Non in mezzo ad una scorta di guerrieri come i despoti delle Indie, non al galoppo di un brioso cavallo fra scintillar di lancie e sciabole, ma lentamente, a passo d'uomo, portato a spalla dentro un palanchino di lacca azzurra dai ministri e dai marescialli:  passato in mezzo ad un visibilio di parasoli e di ventagli, di turiboli e di orifiamme, alto sulle genti genuflesse e la loro fede, come trasportato dal rombo dei "gong" e dal tambureggiamento dei tam-tam in una atmosfera di sogno, il sogno d'un popolo...
Ha lasciato una sca d'incenso e di salmi, una gran folla in ginocchio, un tappeto di fiori...
Dinanzi alla lettiga imperiale incedeva placido e solenne l'elefante bianco del Siam, simbolo di antiche glorie. Seguiva il baldacchino a nove parasoli d'oro terminato con la freccia di Angkor che rammenta altre vittorie dell'Annam sul Camboge, sulla Cina, sui birmani. V'erano i palanchini vuoti dei monarchi assoggettati durante i secoli dagli imperatori del Sud Pacifico. L'impero che pi non esiste ma che teoricamente  ancora in piedi, era rappresentato nel corteo dagli emblemi dei regni non pi vassalli e degli Stati che sono scomparsi.
Il re dell'Annam che si e no comanda nel recinto del suo palazzo appariva, attraverso la coreografia del corteo, imperatore di tutta l'Indocina, signore del Siam, del Laos, dell'Yunam, del Camboge, del Mekong e del Fiume Rosso, fastoso e potente autocrate d'Asia!
Ed il popolo lo adorava come tale, e si curvava al suo passaggio come un campo di biade piegato dal vento.
S'inchinavano i draghi, gli ombrelli e le bandiere. Suprema ironia, s'abbassavano anche i tricolori di Francia!
I palloncini liberati s'innalzavano a riempire il cielo di fiocchi colorati in mezzo ai quali due aeroplani francesi infiammati dal sole disegnavano guizzi di fuoco e d'argento.
Tra l'elefante bianco ed il palanchino azzurro, un bonzo recava le insegne dell'autorit sovrana, diverse da quelle di tutte le altre dinastie del mondo: un libro ed una pipa: lo studio e la meditazione.

- Avete visto l'imperatore? mi ha chiesto un'ora dopo un vecchio colono che da trent'anni abita l'Annam.
- S, sembrava veramente una divinit...
- Sono tutti cos. Noi crediamo di tenere in pugno il monarca ed i sudditi, d'avere nel primo un fedele funzionario ben pagato e nei secondi una docile folla di soggetti. Basta per che i bonzi tirino fuori dai ripostigli delle pagode i loro cenci gialli ed i loro draghi di cartapesta perch ci accorgiamo di avere in mano un bel niente. Il vero Annam  questo d'oggi, l'altro quello dei giornali collaborazionisti e del "loyalisme annamite" serve agli indigeni per arricchirsi ed ai funzionarii bianchi per far carriera. "N'en parlon pas"! L'attuale imperatore  stato scelto a casaccio dal Governo francese nel 1917 in mezzo ad una pleiade di principotti dopo la rivolta dell'imperatore Duy-Tan. Duy-Tan fu scelto anche lui a casaccio dopo la deposizione dell'imperatore Tan-Tai. Fabbrichiamo come vedete fantocci imperiali a serie. Adesso ne abbiamo uno a balia a Parigi. Sapete come fu eletto Duy-Tan?  storia abbastanza fresca ed  di attualit nel giorno del Dragone. Ventun colpi hanno tirato stamane i cannoni del forte Garnier e ventun volte ho visto il mio boy aprire le sue labbra sottili di giallo ad un formidabile sorriso. - Allora Duy-Tan?
- Ero capitano medico in quel tempo, oggi fabbrico saponi. L'imperatore Tan-Tai che non voleva pi saperne di restare a Palazzo ad obbedire al Residente ne faceva di tutti i colori per farsi cacciar via: andava al mercato vestito da facchino, rubava galline nei pollai, si tuffava nudo sotto il Ponte dei Profumi, obbligava i ministri a cantargli le canzonette di Montmartre. Il Governo francese lasciava correre per non turbare la linea di successione ed i sudditi dicevano: l'imperatore sa quel che fa! Alla fine Tan-Tai si finse pazzo, affetto dalla mana di fare il chirurgo ed apr il ventre a due o tre ballerine. Allora Parigi ordin telegraficamente l'abdicazione. Quella sera stavo facendo una partita alla "pelotte" col mio maggiore quando il telefono ci chiam alla Residenza per un affare urgente. Dalla Residenza s'and a Palazzo dove il governatore aveva riunito in una stanza tutti i figli dell'imperatore, i legittimi e gli illegittimi, una vera conigliera, e ci disse con solennit: "choisissez moi le nouveau empereur de l'Annam! Dans une heure je dois cabler  Paris le nom du successeur!".
Due guardie acciuffavano i principotti, ne spogliavano uno per volta e ce lo tenevano dinanzi. La maggior parte urlava come dannati. Il maggiore li squadrava, li palpava e me li passava con le sue osservazioni: dentatura guasta, scartato; grandi orecchie e sguardo sfuggente, tipo degenerato, scartato; tutto il ritratto di suo padre, scartato; tubercoloso, scartato; varicocele, scartato; cretino assoluto, scartato. Messi fuori concorso i sette figli legittimi si pass agli illegittimi, una trentina. E fra questi fu scelto l'imperatore Duy-Tan che aveva otto anni, dentatura sana, polmoni in buon stato e poca rassomiglianza col suo augusto genitore.
L'incoronazione ebbe luogo tre giorni dopo. Vi andammo col maggiore per curiosit. E sapete cosa vedemmo?
- Cosa?
- Vedemmo entrare in un palanchino azzurro in mezzo ai parasoli ed agli incensi la medesima divinit che voi avete visto oggi, una specie di idolo carico d'oro, quasi schiacciato sotto il peso dell'enorme corona scintillante di smeraldi; un idolo alto si e no un metro, che guardava sdegnosamente la folla con due occhi di smalto, straordinariamente profondi e straordinariamente imperiali. Una forza istintiva ed inesplicabile ci fece inchinare dinanzi a Colui che avevamo scelto tre giorni prima tastandolo come un montone al mercato. Trentasei ore erano bastate per trasformare quel moccioso in una di quelle simboliche immagini d'Estremo Oriente di fronte alle quali il nostro spirito occidentale resta perplesso tanto sono cariche di maest e di mistero!
Nel 1917 Duy-Tan fu deposto a sua volta per un tentativo di ribellione contro l'occupazione francese. Un colonnello medico ha scelto tra i nostri rifiuti del 1905 l'attuale imperatore.

Il discorsetto dell'ex capitano che ora fabbrica saponi tipo Marsiglia e tipo Maiorca non era certo una buona preparazione per chi doveva come me recarsi nel Tai-O-Din a contemplare l'autoclave dell'Annam in tutto lo splendore della porpora.
Nella grande piazza prospiciente al Palazzo ritrovo la medesima folla del mattino, gli stessi soldati scalzi col cappello a tetto, gli stessi ufficiali calzati, col berretto a campanile, i pantaloncini, gli stracci, le bandiere, i draghi di cartapesta, i cantastorie, le trattorie ambulanti, i giuocatori di bussolotti, i mangiatori di fuoco, l'odore formidabile dell'Asia gialla.
Ogni cinque minuti un tizio colto da improvviso furore dinastico monta sulle spalle dei vicini per annunziare che alle sei in punto l'imperatore dell'Annam - genuflessione generale - dopo avere invocato sul popolo la benedizione del Dragone dai cinque artigli - altra genuflessione - ricever l'omaggio annuale delle nove classi di mandarini. Ogni discorso  punteggiato da cinque minuti di balletto che mette in rivoluzione tutti i parasoli del pubblico ed i cappelli a chiosco dell'esercito. E sempre i "gong" rombano con vellutata e snervante dolcezza, ora con colpi sordi e lunghi, ora con un martellamento cupo ed ovattato, eco dei secoli morti, misterioso linguaggio dei Buddha decrepiti e delle pagode millenarie.
Alla folla non importa che i soldati che sbarrano l'accesso al Palazzo siano stranieri, che i cannoni che tuonano di quando in quando a salve occupino i punti strategici della capitale, che accanto al trono imperiale s'erga la tribuna del Governatore francese... Per la saggezza annamita queste sono inezie, cose che passano e finiscono. Quel che importa  che l'imperatore sia l! Che il rito si compia secondo i precetti dei millennii! Che vi siano i draghi e le bandiere, i letterati ed i mandarini! Che gli antenati abbiano l'incenso e le offerte! Che l'imperatore abbia il numero di parasoli e di ventagli ai quali ha diritto il figlio del Cielo!
La folla si  aperta con rispetto al passaggio dei letterati che rappresentano il pensiero indistruttibile della razza e delle classi dei mandarini che sono l'impalcatura sociale e politica dell'Annam: aristocrazia democratica senza privilegi nobiliari od ereditarli, aperta da secoli ai figli del popolo in seguito ad una rivoluzione pacifica che ha preceduto di dieci generazioni quelle di Robespierre e di Lenine.
Ecco la famosa sala dei Tai-O-Din, tutta rosso ed oro, rosso violento ed oro carico, una sala che quando  vuota fa male allo sguardo tanto sono forti le due tinte. Gli artisti annamiti che l'hanno costruita non si sono preoccupati della critica, ma dell'uso al quale era destinata, cio delle grandi cerimonie che vi si dovevano svolgere. Quando le pareti scarlatte scompaiono dietro i parasoli e gli stendardi, quando le nove classi di mandarini la rigano d'azzurro, di bianco, di giallo e di violetto, quando intorno al trono ardono le luci dei doppieri e tutto l'ambiente  invaso dal fumo argentato degli incensi, il rosso acceso e l'oro ardente impallidiscono dolcemente e tuttavia dominano con i due colori fondamentali della dinastia la straordinaria tavolozza dell'assemblea.
Tutto  fine e meditato nel vecchio Annam delle giade e delle lacche.
Ecco il trono d'agata negli artigli d'oro del Dragone; ecco l'alto seggio imperiale simile ad un altare, un po' infossato tra due colonne d'alabastro per meglio isolare il Divino dal resto dei mortali!
L'imperatore  l!
Veste la tunica di seta gialla tempestata di rubini che ha ereditato dai suoi padri, calza gli stivali mandarini che i suoi antenati conquistatori portarono dalle profondit della Cina. La Cina  presente in ogni ornamento della sala ed in ogni ricamo delle vesti, la grande madre Cina dal cui grembo uscirono tutte le genti gialle del continente, nel cui grembo forse un d torneranno per formare il pi vasto impero del mondo. - La tiara imperiale  un sol brivido di diamanti. Ogni movimento del monarca si traduce in una fosforescenza. In mezzo a tante lucentezze bianche la lucentezza nera dei suoi occhi d'onice - impassibili e quasi vitrei - sono la grande sfinge del Tai-O-Din!
Solo lo scettro  rozzo, aspro e senza ornamenti, simile al bastone originario dei caprai del Tibet che fu il primo scettro della dinastia nelle lontananze dei tempi.
La figura stilizzata e quasi esangue del monarca non par di carne, d'avorio piuttosto, di cera, d'uno smalto freddo ed opaco. Il volto  assente, lontano, rapito in una estasi. Le lunghe mani affilate sembrano morte sull'orlo della tunica.
Tra lui ed il Governatore generale francese non c' caso di sbagliarsi. L'imperatore  bene il giallo! Non so se l'Inghilterra lo faccia apposta, ma i suoi rappresentanti hanno quasi sempre fisicamente una certa prestanza altera che sostiene il raffronto coi principi asiatici. La Repubblica di Doumergue ha invece la specialit dei cranii calvi e delle pancette sporgenti.
Nella sala sono riuniti tutti i mandarini dell'Annam, le nove classi gerarchiche che costituiscono la forza intellettuale e morale del paese: i mandarini civili di primo rango (prefetti e governatori) in tunica giallo carico, i mandarini militari in tunica giallo pallido, i Tong Doc in tunica violetta, filosofi in tunica ciclamino, gli amministratori in tunica azzurra, i letterati in tunica bianca, i giuristi in tunica verde... Ognuno ha un parasole della stessa tinta dell'abbigliamento. Ogni tanto tutti gli ombrelli si aprono o si chiudono secondo le prescrizioni del cerimoniale. E quando s'aprono par che la sala sia invasa da uno stormo di gigantesche, sorprendenti farfalle.
Su certi manti "mandarini" artefici pazienti hanno ricamato interi episodi di storia annamita: tutto trattato con estrema minuzia, con cento sete diverse, con fili d'oro e d'argento d'innumerevoli gradazioni, con pietruzze lucenti, con scagliette d'avorio e di madreperla, fino ai dischetti di corallo che figurano l'incarnato dei pomelli sulle guancie dei microscopici personaggi. Su certi ombrelli verde-mare guizzano i pesci ed i mostri degli abissi, su altri un fantastico pavone spiega le sue ali spettacolose, su altri ancora l'artista ha in parte ricamato, in parte dipinto il sorriso dolcissimo d'un mattino o la frenesia di un tramonto o la fosca maest d'uno stellato senza luna.
E gli ombrelli s'aprono, si chiudono... i ventagli sprizzano scintille... Il fruscio delle sete preziose accompagna le riverenze con uno stormir flebile di vento.
La ricchezza degli abiti, la magnificenza degli oggetti, lo splendore delle mitre, l'opulenza delle else e delle dragone, lo sfarzo dei labari e degli stendardi, formano un insieme di fasto e di grandezza di fronte al quale le nostre pi lussuose cerimonie sono una povera cosa ed impallidiscono le stesse imponenti celebrazioni romane del Cattolicesimo.
Quando il principe ereditario ha inchinato i suoi sei parasoli d'argento dinanzi ai nove parasoli d'oro dell'imperatore regnante, il sovrano rivolge poche frasi di ringraziamento ai mandarini, frasi banali che sono passate rigorosamente attraverso i molteplici setacci della Residenza.
Ma il monarca le dice senza un gesto, immobile, statuario, velato dagli incensi, con una voce cantata che par venire di lontano assai, dalla profondit stessa delle tombe divinizzate, da quel passato che non  morto perch rivive eternamente nel rito immutabile, mentre le mitre dei trecento mandarini dell'Annam piegate fino a terra formano intorno al trono un fantastico tappeto di testuggini d'oro.
E rombano i "gong".
E la storia dell'ex capitano medico non riesce a sminuire la maest del momento!




Da Haifong ad Hanoi

HANOI, 16 settembre.

Avremmo dovuto recarci in automobile da Hu a Vinh e da questa localit raggiungere il Tonkino attraverso le vecchie strade mandarine, ma le pioggie dirotte di quest'ultima settimana hanno ridotto in cos cattive condizioni le carrozzabili dell'alto Annara e del basso Tonkino che, arrivati alla frontiera, ci poteva capitare la brutta sorpresa di dover tornare a Vinh o, peggio ancora, d'essere bloccati in aperta campagna dallo straripamento dei fiumi.
Abbiamo perci approfittato della coincidenza di un piroscafo che partiva per Haifong e siamo arrivati stamane all'alba alla imboccatura del Fiume Rosso dopo due giorni di tranquilla navigazione.
Or aspettiamo che la marea, la quale  pigra in questi paraggi, abbia sommerso il banco di sabbia che sbarra la foce per risalire il corso del Song-Koi, giacch Haifong, come quasi tutti i porti della Cina e dell'Indocina,  situato sul fiume a venti chilometri dalla costa.
Abbiamo lasciato l'Annam in pieno bagliore tropicale, bruciato da un sole tutto fiamme. Troviamo il Tonkino bigio, sotto un cielo ammusonito, con un ventaccio umido da mar del Nord.
Il mare  mosso, terreo, insudiciato da fanghi rossicci che il Song-Koi, il Song-Thai, il Song King-mon, il Song Da-bach riversano incessantemente nel golfo. Sono fiumi capricciosi, d'origine incerta e di corso irregolare, che scorrazzano attraverso i monti e le pianure tonkinesi, a volte imponenti e gonfi d'acqua procellosa, a volte ridotti dalla magra un semplice colaticcio di fango fetente, terribilmente rosso, cos rosso da sembrare lo spurgo d'un fantastico macello.
Tra gli altri il Song-Thai ha la specialit di perdersi attraverso le risaie e di sparire. Dov' il Song-Thai? Non c' pi! Gli agricoltori, ingannati dall'uniformit della campagna allagata, seminano il riso nel letto del fiume, i giunchi, sempre pronti ad approfittare d'ogni palmo di fango, allungano le loro cannuccie verdoline. Poi un giorno improvvisamente, dopo mezza giornata di pioggia in alta montagna, ecco il Song-Thai che ricompare incollerito, si caccia gi nell'alveo con l'impeto d'una cateratta, sbaglia strada, spezza le dighe, inonda campi e villaggi, travolge pagode, ponti e linee ferrate. L'idraulica cinese, che ha creato in Estremo Oriente tante meraviglie, si  arresa di fronte all'incoercibile indocilit del Song-Thai. L'amministrazione francese ha rinunziato ormai a riedificare i ponti asportati dal Fiume Pazzo e li ha sostituiti con zatteroni che effettuano il trasbordo degli uomini e delle merci e che quando il fiume  in crisi s'arenano in una risaia o finiscono nella piazza d'un villaggio.
La pazienza e la leggerezza, che sono i tratti fondamentali del carattere tonkinese, rispondono perfettamente alle condizioni speciali di questa vecchia terra asiatica spazzata dai cicloni e tormentata dagli straripamenti, nella quale i fiumi non hanno un letto stabile e si sbizzarriscono per le campagne, l'inverno  rigido, l'estate ardente, certe volte piove due mesi di seguito o passano cinque mesi senza una goccia d'acqua. I monsoni di nord-vest e di sud-est che negli altri paraggi hanno un corso regolare, s'azzuffano disordinatamente nel golfo del Tonkino, determinando terribili burrasche di vento che infilano a tromba la terraferma e devastano il paese. Frequenti sono sul litorale i cicloni ed i tifoni, ma fortunatamente i servizi metereologi sono in grado di prevederli per la loro speciale formazione e di mettere in guardia i naviganti. Nei villaggi e nelle risaie i "gong" delle pagode annunziano il cataclisma. Bisogna aver sentito l'ululo dei "gong" propagato di villaggio in villaggio attraverso l'atmosfera plumbea del Delta per comprendere la dolorosa poesia di questa terra di fango e di pena.
Le regioni settentrionali sono infinitamente migliori, ma l'indigeno del Delta resta avviticchiato come un lombrico alla sua risaia secolare che  per lui consacrata dal sudore degli antenati e dalla presenza dei morti. Quando le pagode rombano a tempesta, gli abitanti si tappano nelle case ed accendono tutte le luci intorno all'altare degli "spiriti domestici". Mentre il tifone squassa la miserabile capanna, gli incensi salgono verso i Buddha sorridenti e le Tavolette misteriose degli Ascendenti. Nella solitudine dei campi i bamb battagliano coi venti e coll'acqua. Sovente tutti i filari di giunco che definivano lo spezzettamento delle propriet scompaiono durante la burrasca: resta una distesa d'acqua: ma codici millenarii tramandati di padre in figlio stabiliscono la nuova suddivisione senza bisogno di tribunali. Supremo giudice  la pubblica opinione. E basta questo piccolo esempio, formidabile nella sua semplicit, a dimostrare quale alto grado d'armonia sociale abbiano raggiunto nei secoli queste genti!
Abituati ai cattivi scherzi della Natura, i tonkinesi, quando  finito il cataclisma, rimettono tranquillamente a posto le cose, le risaie ed i fiumi, rifabbricano i villaggi o le dighe, riseminano i raccolti, ricominciano la loro modesta esistenza. Il loro fatalismo  pi potente ancora di quello mussulmano.  inutile lottare!  inutile abbandonare il Delta per cercare una terra pi benigna sugli altipiani! I genii dei cicloni che si divertono col terrore dell'umanit seguirebbero indiscutibilmente le genti!
Corazzato da questo fatalismo atavico che fa ormai parte del suo temperamento, il popolo tonkinese sorride sempre. S'immaginerebbe una umanit triste, tragica, sopraffatta dall'inesorabilit del Destino: si ha invece dinanzi agli occhi una razza giocherellona che sorride perennemente e che trova in ogni cosa un lato comico. In mezzo alle collere del cielo e del sole, in mezzo alle catastrofiche alluvioni dei fiumi senza letto che coprono di fango intere provincie ed alle furie dei cicloni che precipitano dal mistero delle lontananze ad acciuffare i villaggi, il tonkinese ha constatato durante i secoli che il sorriso dei suoi Buddha di legno e di porcellana era l'unica cosa che sopravviveva sistematicamente a tutte le rovine, sempre, anche quando la pagoda era infranta, anche quando la statua era mutilata. La sua piccola anima ha visto in quel sorriso invincibile un riflesso della divinit e lo ha copiato. Forse nessuna razza  cos profondamente compenetrata dell'essenza filosofica del buddismo quanto la tonkinese nella sua incoscienza. Il contrasto stridente fra il broncio della Natura e il beato sorriso delle genti costituisce il fascino di questa bizzarra terra d'oltre mare, fascino sottile che prima si avverte solo vagamente poi finisce per avvincere.
I francesi rimproverano agli indigeni di non pensare al domani, di non aver nessuna nozione del risparmio. Il tonkinese del Delta pensa in cuor suo che al Genio della Tempesta pu saltare il ghiribizzo di scaraventare a mare anche le... Casse di Risparmio, e quando ha quattro rupie le spende allegramente a mangiare, bere e far festa. Se gliene avanza, compra tuniche di seta, fa collezione di pipe e di gioielli, s'offre per esempio il lusso d'un bastone d'avorio o di una tazza di giada, tira insomma a campare giorno per giorno nel modo pi beato possibile.
Sovente l'europeo rimane sorpreso nel vedere in mano ad un povero boy pezzente come Giobbe una pipa d'ambra e di giada d'alto valore artistico ed intrinseco, oppure nel trovare in una miserabile "paillotte" di contadini un mobilino prezioso di lacca o di madreperla. Il tonkinese s' procurato l'oggetto in questione all'indomani d'un insolito guadagno o di un buon affare e l'ha pagato senza guardare al prezzo pel desiderio di possedere una cosa bella. La razza ha l'istinto del lusso e del godimento, specialmente di quello tattile. Un tonkinese della plebe gode realmente nel carezzare una stoffa di seta o nel maneggiare un oggetto di avorio. Nelle case dei ricchi le cose pi volgari, per esempio la scopa o la sventola della cucina, sono d'elegante fattura, coi manici di legno fino scolpito.
Le case industriali e le aziende agricole europee debbono assicurarsi un numero di lavoratori indigeni doppio del necessario, perch ogni mattina su cento operai ve ne sono una quarantina che non si presentano al lavoro. Per un motivo loro personale hanno deciso di far festa. E sovente il motivo  semplicissimo: hanno il riso ed il tabacco per la giornata!
Del resto essi hanno a portata di mano il loro paradiso nella pipa d'oppio. Non v' casolare senza miele nero. Dopo la distribuzione del raccolto e la rovina della risaia il tonkinese chiede alla droga potente la parentesi necessaria alla rassegnazione.

Quando il piccolo semaforo innalza bandiera azzurra il piroscafo imbocca la foce. Risaliamo il fiume per venti chilometri a velocit ridottissima fra due striscie basse di terra gremite di bamb ed orlate di fango rosso.
L'acqua  piena di terriccio e di detriti. A poppa sembra che l'elica sguazzi in una fogna. Tutto il Delta  una colossale risaia che i fiumi hanno conquistato durante i secoli al mare, che gli uomini contendono quotidianamente ai fiumi, terra di sacrificio e di travaglio, triste scenario senza contorno, reso ancora pi melanconico dal cielo piagnucoloso.
Piove, cio non piove, cade il "crascian"! Non sapete cos' il "crascian" del Tonkino? Immaginate una cosa che non  pioggia e non  nebbia, ma che  le due disgrazie messe insieme: una acqueruggiola fina fina e fitta fitta che casca e non casca, che sta sospesa nell'aria, che vi inumidisce ma non vi bagna, che spinge ad aprire l'ombrello e dopo un minuto a richiuderlo; una specie di bagnato tiepido che dura due o tre settimane, che si caccia in gola e negli occhi, che entra nelle ossa e nei polmoni, che trasforma le strade in una poltiglia, le campagne in una putredine, il colletto in un cencio, il cappello di paglia in una cuffia, gli uomini e le donne europee in una popolazione di nevrastenici.
Il "crascian"  una specialit del basso Tonkino. Nessun altro paese al mondo  deliziato da questa doccia pulviscolare. L'indigeno non vi fa caso, tanto vive gi tutto l'anno nell'acqua delle risaie! Un po' di bagnato di pi o di meno non conta. Gli europei invece sopportano male il "crascian". Fortunatamente l'unico centro importante del Delta  Haifong. Hanoi, dove i bianchi sono pi numerosi, ha raramente il "crascian", anzi il clima vi  relativamente temperato ed una breve stagione invernale permette agli organismi di tollerare la lunga canicola estiva. Haifong sta press'a poco ad Hanoi come la nostra Massaua all'Asinara.
Fra le due citt esiste una vecchia rivalit che risale ai primi tempi della conquista coloniale. Gli abitanti di Hanoi chiamano Haifong "un pozzo di fango abitato dalle teste scariche della colonia", anzi il termine fango  sostituito da una espressione verista, tipicamente francese! I cittadini di Haifong hanno battezzato quelli di Hanoi "lumache" e rimproverano loro di essere tutti parassiti e funzionari che vivono alle spalle del bilancio coloniale. Se Hanoi apre un caff, Haifong si fa un dovere di inaugurarne uno pi sontuoso; se Haifong s'offre il lusso d'un campo di foot-ball, Hanoi butta gi mezzo parco municipale per averne uno pi grande.
La rivalit ha dato luce a due Palazzi del Governo che sono uno pi brutto dell'altro ed a due mastodontici teatri, assolutamente sproporzionati ai bisogni della colonia, nei quali furoreggiano fra grandi applausi le compagnie francesi di quart'ordine che varcano i mari allettate dall'alto cambio della rupia indo-cinese.
Un vecchio indiano che avevo conosciuto ad Haifong dieci anni fa mi assicura che le cose sono poco cambiate da allora. La colonia soffre soprattutto la mancanza di coloni francesi. L'ottanta per cento dei residenti sono funzionari o militari che aspettano la pensione per ritornare in Francia. La diffidenza dei padroni aggravata dalle disposizioni legislative impedisce l'acclimatarsi di coloni stranieri. Tre quarti delle risorse del paese non sono sfruttate ed i traffici pi importanti sono monopolizzati dai cinesi. La politica di collaborazione con gli indigeni adottata su larga scala dal governo coloniale non trova corrispondenza negli abitanti. Al di l della sfera naturale d'irradiazione di Haifong e di Hanoi l'influenza francese  pi che altro nominale. Per l'immediata vicinanza dell'Yu-nam  invece assai forte l'influenza della Cina e gli ultimi avvenimenti cinesi hanno intorbidato l'atmosfera politica. Il reddito della colonia  superato dalle spese militari ed il Tonkino grava sul bilancio della metropoli neutralizzando in gran parte gli utili dati dalla Cocincina.
Gli orli sanguigni delle rive ridotti da quattro giorni di "crascian" in un impiastro molliccio si stemperano nel fiume colorandolo sempre pi di rosso. I giunchi che a perdita d'occhio annaspano con le lunghe foglie nel vento sembra che chiedano per piet un bruscolo di sole, di quel sole implacabile che li uccide durante l'estate. Il verde violento dei banani  pi lucido e porcellanato che mai. Le risaie si succedono senza fine, grigie, piatte, uniformi.
L'umidit profonda della terra, delle piante e dell'aria si traduce in una specie di sudore freddo e viscido diffuso nell'atmosfera che ci trapassa da parte a parte, ci d un senso fisico di disagio e di appiccicaticcio, ci empie l'anima di una grande tristezza e di una ansiet senza motivo. Si desidera il sole e le tempeste, la canicola ed i temporali, magari lo schianto d'un tuono e lo scroscio vicino d'un fulmine, qualche cosa che sferzi i nervi e scuota lo spirito.
Niente, invece! Il "crascian" avvolge il corpo in un involucro di chiaro d'uovo e l'anima in un velo di torpore. Le membra fiacche, la testa pesante, l'umore nero, gli abiti incollati, il respiro penoso, la pelle piena di prurigini determinano uno stato paradossale di eccitazione e di sonnolenza.
Si guarda piovere! Attraverso il velario opaco del "crascian" la campagna sembra vaga, senza fisonomia e senza, contorni. Gli alberi sono tristi, le case miserabili. Tutto  sozzo, umido, marcio, slabbrato, corroso dall'umido, disfatto dal fango. La ciclopica putrefazione del Delta finisce per avvinghiare l'anima ed intristirla.
Incontriamo ogni tanto un "sampan" annamita carico di bamb che si lascia portare dalla corrente. Gli uomini di bordo, sdraiati sulle canne, paiono morti. Non fanno un gesto, non hanno un grido... Vanno... Si ha la impressione che la loro rotta conduca l'imbarcazione verso una solitudine di melma che l'inghiottir nel suo silenzio!
Sulle sponde i villaggetti indigeni con le capanne circolari annidate in mezzo ai bamb hanno l'aria di dissolversi sotto l'acqua. I tetti bislacchi delle pagode stillano pioggia e melanconia. Quando la nave bordeggia si vedono fuori degli usci, sotto le tettoie di giunco, gruppetti di gente immobile e dinoccolata come marionette di gesso dipinto messe l a sgocciolare.
I campi allagati sono punteggiati di enormi funghi giallognoli. A guardar bene ci s'accorge che non sono funghi, ma esseri umani affondati nel fango fino alla coscia, il capo coperto da un grande cappello di paglia largo come un ombrello, che lavorano la risaia: uomini, donne, ragazzi, tutta una povera umanit che guazza nel limo d'uno stagno perenne. Ogni cosa ha il colore rosso-nocciuola della mota del Song-Koi. Abiti, case, pagode, steccati, tutto  tinto in rosso-nocciuola da un estratto vegetale del paese che d allo scenario una colorazione uniforme e ne aumenta la tristezza.
E ad una svolta del fiume, Haifong prospetta la sua mole pretenziosa di villaggio-capitale. Manca il grande decoratore dell'Estremo Oriente, il sole. Una sfilata di caserme costituisce il frontone dell'emporio tonkinese. Il porto  fantasticamente dominato da un grosso veliero colle vele cadenti ed il sartiame sgocciolante che erge in mezzo a tanta morte le tre Croci dei suoi alberi. Grosse nubi galoppano verso nord. Sui pennoni degli edifizi doganali le bandiere della Repubblica, macerate dal "crascian" penzolano dolorosamente.
Poca gente aspetta il piroscafo.

Il trenino Haifong-Hanoi sbofonchia sotto il "crascian" attraverso le risaie ed i bamb.
Ogni tanto una pagoda innalza sul grigio dell'acqua un tetto beffardo di porcellana rossa ed un campanile squilibrato. Reggimenti e reggimenti di giunchi segnano il passo lungo i canali e le dighe, alti, magri, scompigliati dal vento.
Pian piano dal paesaggio d'acqua e di mota si sprigiona un fascino sottile e doloroso. Le palme arec, smilze e contorte, aprono le loro magre braccia dinoccolate in mezzo alla solitudine. Stormi di uccelli bianchi roteano perdutamente sui pantani. Certi alberelli gobbi e deformi, appena forniti d'un piumetto di foglie, lottano comicamente contro il vento.
A contemplare il cielo di pece che piange senza requie le lagrime ipocrite del "crascian" ed i giunchi che ripetutamente rabbrividiscono, lo spirito ha quasi la rivelazione di quelle "forze malefiche" che costituiscono il fondo metafisico della religione tonkinese. Quasi si direbbe che esse sono presenti, intente alla loro opera di malefizio! Certe nubi basse e bizzarre, evocano la figura dei draghi che digrignano sui frontispizi delle pagode e sui labari gialli del Tonkino, altre riproducono la forma stramba dei torcieri e dei mobili annamiti. I bamb che starnazzano in mezzo al vento fanno pensare ai personaggi interroriti delle lacche nazionali ed alle smorfie dei ninnoli tonkinesi. V' uno straordinario rapporto fra l'aspetto della Natura e le forme dell'arte indigena.
Se uno si lascia dominare dalla seduzione del paesaggio, finisce per comprendere anche le pagode inverosimilmente sbilenche, le porte che smorfieggiano, le finestre sbilanciate, le tettoie accartocciate, gli archi contorti, i frontoni messi di traverso, i tetti che fanno le corna allo spazio, i campanili a lisca di pesce che pigliano a gabbo l'infinito, tutte le incongruenze architettoniche e le stravaganze artistiche del Delta tonkinese. Sono la riproduzione nel legno e nella pietra del sorriso nazionale, il riflesso di quella sottile ironia filosofica con cui l'anima indigena accoglie le collere degli elementi, gli scherzi della storia ed i programmi della colonizzazione europea.
Quando in mezzo allo sconquasso di un ciclone, il piccolo uomo giallo del Tonkino abbandona la casa e la risaia tenendo stretta in pugno la sua pipa d'oro e di giada che vale quanto tutta la casa, egli sorride, perch sa che i venti e le nubi sono impotenti contro l'eternit della risaia, perch sa che se salva la vita salva anche la pipa, sua principale ricchezza, e... prende in giro il Destino.
Il broncio della terra ed il sorriso delle genti si fondono in una grande smorfia, ambigua ed indefinibile, che imprime il suo suggello a questa contrada d'oltre mare; alle sue pagode ed alle sue donne, ai suoi ninnoli ed ai suoi ordinamenti politici; smorfia che finisce per illuminare di una stramba bellezza anche il tramonto livido di un giorno di "crascian", anche il profilo bislacco d'una pupattola di Hanoi.
Fra uno stagno ed una palude il trenino si avvicina alla capitale dell'impero francese d'Estremo Oriente. La locomotiva fischia ad una pagoda rossa e grottesca che inarca sui giunchi la sua sagoma tentacolare d'aragosta bizzosa. Pi lontano un mulino a vento zeppo di draghi fa roteare il suo fantastico disco di mostri e di pagliacci. E sfioriamo le staccionate dell'ippodromo di Hanoi.




Nella baia d'Along

HONGHAI, 19 settembre.

Nella baia d'Along vi sono le miniere di carbone di Honghai e v' un servizio di battelli-mosca ad uso dei "coloniali" che vogliono far merenda la domenica su uno scoglio!
V' anche un progetto dell'Ammiragliato francese di trasformare la baia in una grande base navale, la pi grande dell'Estremo Oriente, progetto di cui si sono spesso occupati con minuziosa competenza i tecnici dell'... Ammiragliato russo e gli esperti dell'Ammiragliato giapponese!
Vi sono diverse altre cose moderne nella baia d'Along ed un giornalista di buona volont potrebbe scovare facilmente in una delle tante case indigene del "villaggio dei pescatori" uno di quegli annamiti che parlano correntemente francese e che conoscono tutte le sfumature della politica coloniale di associazione, il radicale franco-annamita Ban-Son, per esempio, ed il radico-socialista Hoi-Gan....
Ma checch ne pensino certi critici che hanno la mania del positivo e che storcono il naso dinanzi ad ogni evocazione di pagode e di parasoli, uno scrittore non va nella baia d'Along per misurare la profondit delle miniere n per sentire l'elogio del deputato Varenne, ma per... cercare il Dragone; sicuro signori, per scovare nelle nubi e nelle caverne, fra gli scogli e gli isolotti, magari nei riflessi dell'atmosfera e nei riverberi dell'acqua la coda od un'ala del Dragone; del Dragone della Cina e dell'Indocina che digrigna i denti sulle prue di tutte le giunche e si contorce sui frontoni di tutte le pagode, che schizza fiamme d'oro sulle tuniche ricamate dei mandarini e bava d'argento sui parasoli dipinti dei Tong-doc, che nelle commedie cinesi sostituisce il Caso od il Destino, che nella commedia quotidiana della vita gialla rappresenta tutte le cause di forza maggiore di fronte alle quali gli uomini debbono inchinarsi con umilt e rassegnazione.
Molti hanno cercato ad Along il Dragone, qualcuno come Loti ha avuto anche la fortuna di vederlo! Altri invece, poveretti, sono passati per la baia senza vedere neppure un bargiglio del suo ceffo furioso n un guizzo della sua coda di fuoco ed hanno concluso che il... Dragone non c'. Eppure i libri dei filosofi annamiti e dei saggi cinesi assicurano in versi ed in prosa con l'attestazione concorde d'oltre due millenni che il Dragone ha la sua tana nella baia d'Along!

Nella necessit di divinizzare in qualche modo il fattore climatico che ha esercitato tanta influenza sulla formazione della razza e sullo svolgimento della sua storia, l'Asia continentale gialla ha ideato il Dragone, essere favoloso che non esiste in nessun'altra mitologia. Non  il semplice drago dei celti e dei germanici, mostro secondario incaricato nelle fiabe e nelle leggende di difendere per conto d'un mago o d'una fata l'ingresso d'una caverna od il possesso d'un tesoro, ma  la divinit suprema della collera, il simbolo delle furie ancestrali che determinano i cataclismi, l'esponente delle forze cieche della Natura che sconquassano la terra e si ridono delle opere difensive degli uomini, il Dio pazzo e burlone dei tifoni e delle tempeste, dei cicloni e dei terremoti, delle inondazioni e delle epidemie.
Se il Dragone dei cinesi e degli indo-cinesi  mai esistito, la baia d'Along doveva essere senza dubbio la sua fantastica reggia. Il luogo  degno del mostro nel quale le genti del Fiume Rosso, del Fiume Nero e del Fiume Giallo adorano le stravaganze della Natura, l'esuberanza dei loro fiumi che straripano periodicamente con impeto torrenziale coprendo di fango intere Provincie, la furia dei cicloni che sbalestrano i villaggi, la violenza delle epidemie che spazzano gli uomini a centinaia di migliaia, i flagelli delle guerre civili che insanguinano il paese durante l'esistenza d'una intera generazione, tutto ci che in queste terre v' di eccessivo e di smisurato nelle rabbie degli elementi e negli odii degli uomini.
Il formidabile contrasto esistente fra le crisi della Natura e l'imperturbabile serenit delle genti spiega il ghigno beffardo del Dragone, ghigno di cattiveria, ma anche un po' di dispetto, perch, nonostante i tiri birboni giuocati alla razza, essa continua a lavorare pacificamente la terra ed a moltiplicarsi. Uno stesso contrasto costituisce il fascino della baia d'Along.
Immaginate un'immensa baia tutta seni e promontorii che in certi punti  cos chiara da sembrare un lago, capace di contenere nel suo specchio d'acqua tutte le flotte mercantili e tutte le squadre del mondo: un'acqua tranquilla e piatta che nelle insenature pi riparate diventa quasi oleosa. Nessuna tempesta riesce mai ad increspare questi fantastici laghi marini preclusi a tutti i venti, protetti contro i cicloni dal cerchio spesso delle loro montagne, oasi di perpetua bonaccia, create dalla Natura nella zona frenetica delle burrasche e dei monsoni, dei tifoni e delle trombe marine.
Una straordinaria pace dovrebbe sprigionarsi dalla conca immobile che da tempo immemorabile riflette nel suo cristallo lucente il sorriso delle albe e la gioia dei tramonti, ma vi ha abitato il Dragone beffardo il quale, tanto per fare qualche cosa, si  divertito a squassare le montagne, a fracassare i picchi, a sfondare i fianchi dei monti, a prendere in fondo alle loro viscere rupi e macigni e buttarli a manciate nella baia. L'acqua  seminata di migliaia e migliaia di scogli aguzzi e tormentati che conservano le traccie d'una fantastica battaglia; scogli che una volont ironica ed onnipotente immobilizz mentre s'azzuffavano nello spasimo d'un cataclisma; che sono rimasti come si trovavano in quell'attimo tragico, tutti contorti e procellosi, neri e sinistri, sminuzzati e convulsi; alcuni ancora allacciati nell'amplesso titanico della pietra che si dilaniava; altri in bilico sull'acqua, sollevati paradossalmente da un sostegno invisibile, fermati nell'istante dello schizzo e dello sbaraglio.
Dovevano essere in quel momento di parossismo allo stato di fuoco e l'acqua doveva trapassarli col suo impeto perch sono tutti traforati, alcuni vuotati del loro contenuto come un osso senza midollo, altri ridotti una semplice arca a cavaliere del mare, od un groviglio di cordame pietrificato senza forma e senza senso.
Il Dragone si  divertito a dare a molti scogli e macigni la forma degli uomini e delle loro cose, tanto dell'Oriente che dell'Occidente, quasi a significare che se volesse potrebbe ballare la furlana sulla torre Eiffel e sulla colonna di Nelson, sui grattaceli d'America e sulle Piramidi d'Egitto. E non c' bisogno, come in altri luoghi, che la guida vi suggestioni a forza mostrandovi uno scoglio colla testa di leone od in feluca di ammiraglio. Qui la scultura ancestrale  d'una rassomiglianza lampante. Non si tratta di vaghe affinit, ma di disegni precisi. Ecco la giunca con le vele, la quale non pu essere che una giunca con le vele! Ecco i draghi, la tigre, il gorilla pensoso, le pagode, gli archi trionfali, la cattedrale gotica, gli elefanti al galoppo, il mandarino col parasole, l'anfiteatro romano, le piramidi di Saccarah, il Tempio della Luna di Bangok...
Anche i pi difficili debbono riconoscere nella baia d'Along una delle meraviglie della terra. Le mirabili descrizioni che ne hanno fatto tanti poeti dell'oltre mare in innumerevoli letterature non tolgono nulla alla magnificenza dello scenario. Ogni ora del giorno ha una sua luce e quindi un suo fascino. La baia d'Along pu sembrare infinitamente triste come pazzamente allegra. Basta un riflesso di sole per cambiare lo sfondo del quadro.

A me  capitata una giornata coperta, non troppo, appena velata da nubi bianchiccie ed altissime. Il sole  intercettato dalle nuvole, ma la sua luminosit irrompe con violenza attraverso il velario. Nessun raggio riesce ad aprirsi un varco fino alla baia, ma tutti i raggi vi proiettano la loro luce resa opaca dallo schermo.
L'acqua calmissima sembra un'immensa lastra di zinco sulla quale un pittore si sia divertito a spennellare tutta la gamma dei bigi, dei grigi e degli acciai, dai pi chiari ai pi cupi, dai pi accesi ai pi smorti. Grandi dischi d'argento sfolgorante chiazzano qua e l la baia. Si ha piuttosto l'impressione d'un plenilunio, ma d'un plenilunio sconosciuto al nostro globo, riservato ad altri pianeti che sono pi vicini ai soli ed alle stelle.
La nostra scialuppa s'insinua fra porto Baiardo ed isola della Sorpresa nel canale dei Pirati. Per circa due ore vaghiamo fra scogli straordinariamente neri o straordinariamente bianchi, penetriamo dentro misteriosi anfiteatri che ci accolgono nella loro ombra tragica, rasentiamo una coorte di mostri marini che sporgono fuori dall'acqua i musi affilati e bavosi, siamo per un momento prigionieri d'una pazza sarabanda d'animali preistorici, poi lo scenario aumenta di solennit e si viaggia fra cattedrali in rovina e castelli diroccati per finire in mezzo ad un consiglio ecumenico d'archimandriti mitrati.
Quando ci avviciniamo alla terra ferma vediamo le fiancate di calcare che precipitano a strapiombo a mare, tutte scavate di grotte e di caverne che furono per secoli e secoli i covi invulnerabili di molteplici generazioni di pirati, terrore dei mari di Cina e dei fiumi di Indocina. All'ingresso degli orifizi l'acqua ha il lampeggiamento cupo del bronzo. Certe volte s'entra in un cunicolo fra due scogliere credendo di passare dall'altra parte: il cunicolo diventa invece una galleria coperta che sfocia in un laghetto misterioso, il quale, con un cielo sereno, deve eclissare lo splendore di tutti gli smeraldi, ma col cielo smorto di oggi ha la pesantezza opaca d'un catino pieno di mercurio.
Vi sono scogli appena a fior d'acqua e scogli che s'innalzano fino a duecento metri. Qua ammassi di rupi cilindriche fanno pensare alle torri d'una metropoli sepolta, pi in l una fila di roccie stranamente scavate dalle onde sembra una serie di archi trionfali adornanti una strada sommersa; a destra un Napoleone in feluca e panciotto bianco domina la frenesia d'una furibonda battaglia navale, a sinistra un tempio indiano zeppo d'idoli e d'elefanti invita le genti a cercare la statua di Siva.
Certo se uno si limita alla passeggiatina in formato ridottissimo delle scolte del "Servizio Turistico", pigiato la domenica in mezzo ad una folla di coloniali a diporto e di famiglie con la merenda, la visione di Along perde tre quarti della sua magnificenza. Ci spiega forse come qualche viaggiatore si sia sentito recentemente in dovere di gettare un po' di sarcasmo parigino sugli entusiasmi tradizionali suscitati dalla baia del Dragone. Per certi scrittori e giornalisti del tipo alla moda, l'arte consiste nel fugare con quattro banalit i fantasmi secolari d'un luogo. Nel caso di Along basta evocare con facili spiritosaggini le quotazioni in Borsa delle miniere di carbone di Honghai o descrivere la tolda del vaporino domenicale gremito di funzionarii con la lenza e di balie coi marmocchi per raggiungere l'effetto. Padronissimi del resto! Finch mondo sar mondo di fronte a qualsiasi spettacolo della Natura vi saranno sempre due categorie di spettatori, quelli che s'entusiasmano e quelli che sbadigliano, Io ringrazio Iddio d'appartenere ai primi e provo una infinita piet pei secondi.
Un, vecchio marinaio annamita, giallo e taciturno, guida la mia scialuppa ed ogni tanto spegne il motorino pettegolo per non disturbare i fantasmi che escono dalle caverne e si staccano dalle roccie...
 questo un grande scenario romantico per leggende di terrore e per fiabe di spavento, popolato dagli spettri dell'Annam decrepito e della Cina quadri-millenaria. Ognuna di queste caverne ha una sua misteriosa storia che nessuno conosce, storia di corsari, d'assalti, di prigionie, di torture e di gozzoviglie. Tutti i poemi dell'Annam cantano le glorie e le infamie della baia d'Along. Principi imperiali e potenti mandarini hanno finito i loro giorni in mezzo a questi scogli servendo da sgabello ai filibustieri del Fiume Rosso. Nessuna traccia indica l'esistenza di abitazioni umane. La Natura forniva prodigalmente agli avventurosi abitanti della baia reggie e prigioni, circhi e piscine.
Se io fossi un miliardario americano, uno di quei fortunati mortali d'oltre Atlantico che hanno le loro ricchezze magicamente quadruplicate perch altri popoli si trovano in gloriose ristrettezze, vorrei che nascosta dietro le rupi una formidabile orchestra suonasse per me le pi indiavolate orchestrazioni del gigante Wagner e le pi travolgenti sinfonie del gigante Verdi! I mille echi delle roccie e delle caverne vi aggiungerebbero il loro rombo ancestrale, quasi che in fondo agli abissi il Dragone mugghiasse d'ebbrezza e le sue ali battessero il tempo delle danze vertiginose dei serpenti marini!
Tutte le roccie sono nude. Solo qua e l s'erge - fosco e solitario - un cipresso di Cina od un ananas selvaggio apre a mezzo d'una rupe il ciuffo contorto ed ischeletrito dei suoi rami spinosi.
La scialuppa entra per un portale gotico nell'interno d'una cattedrale evangelica, infila un canale freddo fra due pareti di roccie che sembrano galleggianti, fa provvista d'aria e di luce nella corte allagata di un castello medioevale poi penetra nelle viscere stesse della montagna dentro un budello di tenebra in fondo al quale un disco di platino s'ingradisce e s'ingrandisce... e ci troviamo in un tempio d'India! Fatto dagli uomini o dalla natura? Chi pu dirlo? V' nella roccia l'abbozzo ciclopico d'una testa di Brahma, vi sono cento simulacri d'idoli incolleriti, le gradinate monumentali dei Gath di Calcutta e di Benares, in fondo una spiaggetta inverosimile, formata dai millennii nell'interno d'un grande scoglio, striscia d'ocra argentata dai frantumi microscopici delle conchiglie. Dall'alto il cielo lattiginoso versa nell'imbuto fantastico il pianto della sua luminosit livida ed opaca.
Il silenzio  assoluto. Nessun brivido d'aria e nessun fremito di acqua turbano la pace dei nascondiglio.
Quanto tempo restiamo qui? Non so, molto certo, perch io scrivo interamente questa mia sotto lo sguardo impassibile dell'annamita che fuma con sbuffi lenti e regolari la sua pipa d'aree. Chiss che cosa pensa il giallo nella sua profonda saggezza vedendomi riempire nervosamente di sgorbi fogli e fogli di carta? Avrei forse fatto meglio a sdraiarmi anch'io come lui sulla spiaggetta d'ocra e d'argento e sorseggiare la volutt di una solitudine cos infinita. Non siamo solamente lontani dal tumulto della vita ma totalmente isolati dalla vita stessa nell'interno d'uno scoglio che  sospeso sul mistero degli abissi.  questa una vasca scavata nella roccia oppure l'acqua arriva fino alle profondit della baia? Siamo forse dentro un bizzarro anello di sasso, in bilico fra mare e cielo! Che cosa lo sostiene? Tutta l'immensit del mare  ridotta per noi ad un laghetto di trenta metri, tutta l'immensit del cielo ad un disco lontanissimo di bambagia.
- Dove siamo? - chiedo al giallo.
- Nella casa del Dragone, - mi risponde.
Poi, dopo una lunga pausa aggiunge: - Qui lo aspettavano le donne rubate dai tifoni e dai maremoti nei villaggi...

Pian piano rifacciamo in senso inverso la strada d'ombra fino alla corte allagata del castello medioevale, rientriamo nel canale delle roccie galleggianti, ripassiamo sotto le navate della cattedrale nordica fino al portale gotico.
Riecco la baia d'Along!
Ma l'ora  cambiata. Un tramonto formidabile empie del suo fuoco la reggia del Dragone. Prima di morire il sole  riuscito a spezzare l'involucro delle nubi ed ora si vendica della prigionia del giorno mitragliando furiosamente il cielo ed il golfo. Le nubi sgominate ed incalzate da venti improvvisi fuggono in disordine verso le lontananze. Altre nubi in fuga sopraggiungono dal fondo dei monti passando veloci sulla baia. Non tutte scappano per, che due o tre nuvoloni pi bassi affrontano le collere del vento ed il bombardamento del sole, enormi masse d'acciaio listate d'oro turgido e solcate di lampi violacei.
Il giallo ed il rosso sono i colori dominanti dello scenario in fiamme, un giallo zafferano ed un rosso lacca, entrambi prepotentemente cinesi che fanno s che questo cielo non somigli a nessun altro.
Ora la scialuppa fila veloce fra gli scogli per guadagnare l'uscita della baia prima del crepuscolo. Ogni tanto l'annamita interroga il cielo coi suoi occhietti di smalto. Una lunga ruga gli taglia in due la fronte sporgente. Forse ha veramente paura del Dragone o non vuole farsi sorprendere dalle tenebre nella baia?
Dalla parte dove sono situate le miniere di carbone di Honghai le montagne e gli scogli sono neri, orlati dal sole morente di gialli cupi e malvagi che evocano la peste e la quarantena. Dalla parte opposta invece le scarpate di calcare che franano a mare hanno la lucentezza bianca del marmo e gli scogli ardono come roghi. Su una rupe a forma di piramide che arde pazzamente in direzione del sole s'erge nero e sinistro un alto cipresso.
Un gran tappeto di topazi e di rubini ascende lentamente dalle profondit della baia fino a livello dell'acqua...
Faglioni alti duecento metri chiazzano la rada di macchie verdi. E le loro ombre camminano sul mare come fantasmi di citt sepolte. La scialuppa scivola su misteriosi riflessi di cupole, di campanili e di guglie. Le vele della "Giunca" trapassate dalle freccie d'oro hanno la grazia fragile delle stuoie di bamb adoperate dai "sampan". Napoleone lascia la giacca d'Austerlitz ed il panciotto di Marengo per indossare un abito imperiale di velluto scarlatto; la roccia della Cattedrale e lo scoglio delle Colonne accendono tutti i loro ceri pel Vespro solenne. Sembra che sugli orifizi delle grotte dei pirati mani magiche stiano intassando i tesori delle razzie e delle catture.
La Grotta delle Meraviglie ha voluttuosi sbadigli d'oro. Mille bengala bruciano nella Grotta delle Perle. Dietro le piramidi di Saccarah balenano gli steli fragili della moschea di Mohammed Aly.
E s'aspetta il Dragone.
Dove il sole affonda una nube fantastica che ha la colorazione sinistra del cannello ossidrico, muta vertiginosamente forma ad ogni istante. Pare che il vento voglia portarla via e che il sole la trattenga. Ora la nuvola s'allunga ora si raggomitola, si sfilaccia e si ricompone, evapora e si riforma, salta, guizza, serpenteggia. Due occhi verdi folgorano in mezzo alla battaglia. L'orizzonte  dominato dalle sue contorsioni diaboliche. Tutta la baia cambia fulmineamente di tinta a seconda che la nuvola si scosta dal sole morente o si rannicchia contro l'astro.
La scialuppa fugge sull'acqua solitaria verso l'uscita della rada.
Poi il sole, ridotto uno spicchio di brace, abbandona al vento la sua preda che esplode in una grande vampa di razzi gialli e violetti. Si ha quasi meraviglia di non sentire il rombo immane dello scoppio. Resta un fumo luminoso striato di piccoli lampi...
Anche nelle foreste annamite i dragoni di seta e di carta scoppiano improvvisamente in una fiammata quando pi ardente  l'entusiasmo della folla e pi frenetiche impazzano le danze.




Discendenti di pirati

CAT-BA', 27 settembre

La tempesta che da due giorni batteva il mare s' rabbonita durante la notte. Il "crascian" ha smesso di piangere verso le dieci e subito un sole pallido  uscito dagli strappi delle nubi a spennellare di riflessi gialli il Delta ed il golfo. Il vaporetto che unisce quotidianamente l'isola di Cat-b alla costa tonkinese  uscito ballonzolando da Honghai ed ora s'avvicina all'isola in mezzo agli innumerevoli scogli che punteggiano le onde limacciose ancora gonfie di vento. A sud la baia d'Along spalanca la sua fantastica bocca irta di roccheforti e di castellacci.
L'isola rocciosa dominata da un picco ardito drizza sul mare le sue alte mura a strapiombo, mura di granito rossiccio, scanellate da lunghi crepacci, traforate di grotte e di caverne dentro le quali le onde precipitano con ululi rabbiosi.
Per lunghi secoli l'isola di Cat-b  stata la sentinella avanzata degli invincibili pirati del golfo. Da Cat-b partivano le flottiglie per le scorrerie notturne sul litorale, per le crociere intorno all'isola di Hai Nan o per le grandi spedizioni nei mari dell'Annam e della Cina. A Cat-b si rifugiavano le giunche corsare inseguite dalle flotte imperiali dei figli del Cielo e sovente attiravano il nemico nelle trappole di Kebak o di Gow-Tow. Tutta la baia d'Along e tutte le cento isole grandi e piccole della costa erano covi di pirati ma Cat-b era la chiave strategica dell'intero arcipelago e v'erano, annidate le ciurme pi audaci e pi agguerrite. I poemi dell'Annam e della Cina cantano le gesta dei corsari che risalivano i fiumi ed i canali fino alle grandi citt del Sud Pacifico e dell'impero del Mezzo seminando la morte e lo sgomento, catturando i Tong-doc ed i mandarini, saccheggiando le pagode, rubando i Buddha di avorio e di giada. Le pi belle ragazze dei villaggi erano rapite nottetempo nelle case e non si aveva pi notizia della loro sorte. Le leggende attribuivano ai pirati un capo favoloso, il Dragone, e formibali alleati nei Genii delle caverne e nei serpenti marini...
Ora i pirati sono scomparsi dal golfo del Tonkino, sopraffatti dalla celere navigazione a vapore e dai cannoni delle flotte europee. Le isole pi piccole sono disabitate, la baia d'AIong  diventata un luogo di gite e di merende. Gli abitanti delle isole maggiori hanno cambiato mestiere, lavorano nelle risaie del Delta o fanno i minatori nelle cave di carbone di Honghai. Solo  rimasto a Cat-b uno strano villaggio di pescatori cinesi, gente rude e selvaggia che ha nelle vene il vecchio sangue corsaro e vive appartata sullo scoglio degli antenati.
Tutti i tentativi fatti dalla direzione delle miniere di Honghai o dai padroni delle fabbriche di Haifong per reclutare mano d'opera a Cat-b sono sempre falliti. Anche nella stagione cattiva, quando i monsoni cacciano i pesci dal golfo del Tonckino a cercare i fondali pi tranquilli nel golfo del Siam, nessun uomo di Cat-b lascia l'isola. Qualunque lavoro  considerato dai discendenti dei pirati una fatica d'ergastolani. Solo il mare soddisfa i loro istinti ereditarii di libert e di rischio. Ed il mare  cattivo nel golfo! Per quattro mesi all'anno i monsoni lo squassano rabbiosamente obbligando le giunche a star rannicchiate nel piccolo porto e le barche a ripararsi dai marosi sotto le palafitte del villaggio. Nel resto dell'annata le tempeste sconvolgono con frequenza l'arcipelago. Tifoni, cicloni e maremoti devastano le isole. A volte bastano poche ore per trasformare una bonaccia in una furibonda tempesta. Le trombe marine si formano con straordinaria facilit in mezzo agli stretti e si spezzano con veemenza di cataclismi contro le alte scogliere. Ma gli uomini di Cat-b restano avviticchiati all'isola delle caverne.
Se domani per un sovvolgimento politico fosse nuovamente possibile la vita corsara, i pescatori di Cat-b ricomincerebbero senza dubbio l'esistenza di guerra e d'avventura dei loro padri. Rare sono le zuffe nel paese, ma quando due uomini s'accapigliano  a morte. Il coltello balena in tutte le cintole. Una "legge d'onore" regola i litigi, legge sconosciuta in tutto il resto della Cina e dell'Indocina, codice di briganti e di filibustieri pei quali la forza e la destrezza hanno l'ultima parola.
Quando si sbarca nell'isola si  sorpresi dall'aspetto fiero degli abitanti che non hanno nulla di comune coi tonkinesi gracili e burattini della terra ferma e neppure coi tondi e panciuti cinesi di Haifong.  gente alta, magra, muscolosa, che vi passa vicino senza degnarvi di uno sguardo. I bimbi non stendono la mano a chiedere l'elemosina, ma guardano con cipiglio lo straniero e si ribellano alla carezza. La mescolanza delle razze ha creato un tipo a s che non  cinese, non  indo-cinese e non  indiano. Certi nasi piatti fanno pensare ai mongoli delle steppe settentrionali, certi visi bruni e regolari ricordano invece i portoghesi di Macao, Ogni tanto una testa bionda evoca i misteri delle alcove pirate nelle quali la ripartizione del bottino mescolava i continenti.
Il villaggio  costruito in una piccola insenatura, dietro una fantastica accozzaglia di roccie su una stretta striscia di terra fra il mare e le rupi. Sono forse trecento casupole appoggiate una all'altra con dinanzi agli usci tre metri scarsi di strada. Subito dopo incomincia il mare.
Le case miserabili, rabberciate con sughero e latte arrugginite, stanno in bilico su un complicato sistema di palafitte perch d'inverno le onde arrivano fino alla roccia ed invadono il paese. Un masso ciclopico domina il luogo e pare debba franare da un momento all'altro. Una pagoda sordida e sbilenca, messa di traverso fra due macigni, erge il ciarpame della sua feluca sul groviglio fetido delle bicocche. Sotto le palafitte la ragazzaglia del paese sguazza nel putridume di un fango nerastro insieme con i maiali neri che v'hanno il loro truogolo ed ai cani muti che v'hanno la loro tana. Per le finestre sono piene di gerani e di fiori secondo l'usanza cinese e fuori degli usci penzolano quei lampioni di carta e di seta che danno un'aria di festa a tutte le topaie della Cina.
Il villaggio ha una sola strada, selciata alla meglio coi sassi tondi della spiaggia. Qua e l affiora una roccia od il mare s'intrufola fra le case. Assi gettate di traverso aiutano a superare i mali passi. I muri corrosi dall'umidit e dalla salsedine sono tappezzati di muffa verdognola, talvolta addirittura di quella vegetazione marina che copre gli scogli.
Nel minuscolo porto stanno appiattate le grandi giunche legate con canapi alle roccie. Hanno la prora alta e lunga come i nostri vecchi galeazzi, la chiglia sottile, la poppa larga e bassa. Sulla prua un drago spalanca le ali e sporge il testone dorato, contorto in una smorfia. Un altro drago digrigna i denti in cima all'albero maestro. Altri draghi s'affacciano curiosamente dai finestrini di babordo. Bench l'isola appartenga alla Francia, la bandiera della Repubblica di Canton sventola in cima alla pagoda e sulle antenne delle imbarcazioni.
Un odore terribile di pesce marcio ammorba l'aria. Quando entriamo nel villaggio ci accorgiamo che tutti i tetti delle case sono pieni di pesce messo a seccare, che molte facciate sono coperte di file di pescetti secchi attaccati per la coda ad un cordino, che la spiaggia  un grande immondezzaio di teste e di lische, che tutti i cesti sgocciolano salamoia, che il fango stesso altro non  che una melma di pesci e di molluschi putrefatti.
Cat-b fornisce a tutto il Tonkino il "noc-man", cio quei pescetti salati che costituiscono per l'indocinese il principale alimento dopo il riso. Le donne s'occupano in genere della concia e della salatura. Gli uomini passano la giornata in mare a sarchiare gli scogli od a gettare reti nei fondali. Ogni famiglia possiede il suo pezzetto di mare e di scogliera secondo un diritto di propriet antichissimo che non  suffragato da nessun documento, ma che  garantito dalla pubblica opinione. Nelle notti di bonaccia gli uomini partono alla caccia dei polipi giganti del golfo, con un fanale, un tridente ed una bottiglia d'olio. Quando  la stagione delle grandi pesche, le famiglie s'imbarcano al completo. Restano nel villaggio i vecchi ed i bimbi, i maiali neri ed i cani muti.
Il golfo straordinariamente ricco di pesce  considerato uno dei mari pi pescosi del mondo. L'esportazione del pesce secco, salato ed affumicato ha raggiunto quest'anno nell'arcipelago i trecentomila quintali. Cat-b ha la specialit dei gamberetti rosa, che, putrefatti a puntino e fortemente pepati, sono una delle leccornie predilette dai gialli. Il golfo, tutto irto di isole, scogli, penisolette, capi e promontori, non ha segreti per i figli dei pirati. Essi non hanno bisogno del servizio meteorologico di Haifong. Il colore delle nubi, la tinta del mare, la direzione dei venti, certi loro curiosi indizi come il rombo di alcune caverne ed il giuoco delle onde contro determinati scogli, li tengono meravigliosamente al corrente dell'entit e della durata delle burrasche, della direzione dei tifoni, degli spostamenti delle correnti. E tale  la giustezza dei loro rudimentali sistemi che il semaforo di Cat-b radiotelegrafa all'ufficio meteorologico di Haifong le previsioni dei pescatori.
Il graduato francese che riunisce le funzioni di governatore, di guardiano del faro, di doganiere e di radiotelegrafista, ci assicura che le barche di Cat-b prendono il mare con tempi impossibili anche quando  sospeso il servizio del vaporetto e che, salvo casi rarissimi, ritornano sempre in porto. Le grosse giunche si spingono, costeggiando, fino a Saigon ed a Canton, ma talvolta arrivano fino a Manilla o scendono verso Borneo e le isole della Sonda.
- Sono povera gente?
- Che ne sappiamo? Vivono di riso e di pesce salato come si viveva in Cina dieci secoli fa, non spendono un quattrino, non hanno mai una festa n un giorno di riposo. C' sempre pesce e sempre lavoro nel villaggio! Dove lo mettono il denaro che guadagnano? Pare che lo nascondano nelle grotte dell'isola, in luoghi misteriosi, nei quali si ammucchiano le ricchezze delle generazioni. Gli abitanti della terra ferma assicurano che tutti gli uomini di Cat-b sono milionari. Certo la loro esistenza  un enigma. Vi sono delle barche che partono e tornano dopo due mesi, delle giunche che tornano dopo due anni. Le giunche che prendono il largo cariche di pesce secco fino a mezza alberatura rappresentano indubbiamente una fortuna, tanto pi che i pescatori non vendono il prodotto a grossi accaparratori, ma vanno a barattarlo in isole lontane contro spezie e prodotti naturali che rivendono sui mercati di Canton e di Scianghai. A volte risalgono i fiumi della Cina meridionale portando il pesce secco nell'interno della grande Repubblica e vendendolo direttamente ai consumatori senza intermediari. Allora per le giunche partono armate. Ogni casupola possiede un arsenale completo di lancie, di spadoni, di coltellacci e di "pentole cinesi" che sono una specie di bombe a gas asfissianti inventate dai corsari d'Along ben cinque secoli fa!
- Come sono queste pentole?
- Pentolaccie comuni di coccio riempite di fumo di cloro. Ve ne sono altre chiamate dagli indigeni "il ventaglio" che sono piene di razzi esplodenti che acciecano. La chimica tedesca ha creduto di scoprire i gas lacrimogeni. I pirati di Cat-b posseggono da diversi secoli il segreto d'una polverina che deve aver fatto piangere molta gente.
- Devono essere poco comodi i vostri amministrati!
- Buonissima gente, basta non immischiarsi nei loro affari. Le giunche che partono per grandi distanze hanno diritto ad un cannoncino. Io sono il custode dell'artiglieria. Quando la giunca salpa consegno al comandante il pezzo e le munizioni, quando ritorna mi restituiscono l'arma e mi danno conto delle munizioni.
- A che serve il cannone?
- A difendersi dai pirati della costa e dei fiumi cinesi.
- Ce ne sono ancora?
- Altro che! Nell'attuale caos politico della Cina, la guerra corsara  un eccellente affare. I filibustieri trovano sempre un partito politico disposto a dar loro una bandiera. Quando i pirati cinesi capitano con una giunca a Cat-b trovano per i loro maestri.
- Chi  il capo del paese?
- Burocraticamente sarei io, viceversa conto come i cavoli a merenda. Il villaggio forma una Congregazione, la quale  regolata da ordinamenti antichissimi. Il capo della Congregazione  elettivo. Per anni interi non sappiamo chi sia. Un tizio paga la dogana per tutti, un altro versa collettivamente le tasse. La giustizia  amministrata misteriosamente nell'interno della Congregazione. Noi non sappiamo mai niente. Nessuno reclama, nessuno protesta.
Quanti europei sono a Cat-b?
Due soli, per abbiamo una stazione radiotelegrafica e siamo quindi permanentemente in contatto con la terra ferma.

Dalla torretta del piccolo faro assistiamo alla partenza per la pesca. Il sole che volge al tramonto spennella di giallo ardente il golfo e l'arcipelago. Gli uomini hanno tratto da sotto le palafitte la barca, v'hanno ammucchiato le reti e le ceste, hanno messo a posto i remi ed issato l'albero della vela. Ora aspettano che si levi la brezza per prendere il largo. Intanto cenano sulla spiaggia con le famiglie intorno a grandi vassoi di riso.
Li osserviamo mangiare. Ognuno ha una ciotola che riempie di riso portandola alle labbra e versandone il contenuto in bocca con l'aiuto di una bacchetta. Poi regolarmente intingono le cinque dita in un vasetto pieno di broda rossa e le succhiano golosamente. Ogni tanto pizzicano in un piattello un tocchetto di pesce secco. Finito il pasto frugale le donne sciacquano le stoviglie nel mare, gli uomini accendono la pipa ed i ragazzi si sparpagliano per la scogliera.
Il sole scompare rapidamente ed il crepuscolo affonda celere nella notte. Ogni imbarcazione accende il suo lampione cinese che penzola a prua in cima ad un'asta sporgente. Sono fanali strani, di carta e di seta, a forma di pesce, di drago, di pagoda, di mezzaluna, di stella, di fiore, di Buddha. Ve ne sono di verdi, di gialli, di violetti, di turchini. L'acqua riflette nel suo cristallo scuro le luci molticolori e le forme bizzarre. Dalla pagoda prorompe un colpo di "gong", ampio e sonoro, che scorrazza lungamente per le lontananze. Al primo colpo ne succedono altri, monotoni ed equidistanti. In breve tutto l'arcipelago  un brivido di rombi.  il segnale della pesca. Gli uomini saltano nella barca, spiegano le vele, si staccano dalla riva. Le imbarcazioni scompaiono una ad una dietro gli scogli per ricomparire dopo un po' pi lontane coi lampioni fantastici sparpagliati pel mare.
Nel cielo s'accendono le innumerevoli stelle del Sud.
E partono le giunche, cinque grandi giunche cariche di pesce secco che vanno lontano assai. Una fila di lampioncini  stesa fra la prua, i due alberi e la poppa. Altri lampioni illuminano il drago del mastro ed i draghi di babordo. Le vele gialle ed azzurre, rozzamente dipinte con immagini e sentenze, starnazzano nel vento. Il ponte  zeppo di barilotti legati con corde che formano fra i due alberi una specie di castelletto e lungo i paranchi una strana merlatura. Si vedono i mozzi arrampicati fra i lampioni in mezzo alla velatura e gli uomini di bordo intenti alla manovra. Quanti anni hanno queste giunche? Chiss!
Il primo drago passa attraverso la stretta imboccatura del porto. Il piccolo faro lo investe un istante nel barbaglio del suo occhio verde. Il capitano coi baffi di capecchio all'ingi ed il grande cappello tonkinese di bamb largo come un ombrello risponde con un colpo di "gong" al saluto della pagoda.
E passa il secondo drago che schizza fiamme gialle dagli occhi mostruosi.
Il terzo  tutto violetto con una ridda di serpenti in cima alla prua. Verde il quarto con un muso affilato di mostro. L'ultimo chiss che colore avr il giorno, ma in questo momento  opaco, livido, bizzarro animale di giada illuminato da una luce sottomarina.
I draghi avanzano in fila indiana nel mare senza luna in mezzo a fanali multicolori delle barche peschereccie. Il vento  fiacco e la loro marcia lenta. Per lungo tempo restano in vista nella foscha, mostri di altri secoli, chimere paurose di una notte d'Estremo Oriente nel mare dei pirati di Cat-b.
Verso est pare che un altro drago pi grande e luminoso venga loro incontro, un drago color zafferano che pian piano scaturisce dalle profondit degli abissi e proietta sul mare un lungo riverbero di zolfo.
Poi ci s'accorge che non  un mostro, ma l'alone giallo d'una luna di fosforo che si innalza spettrale sul golfo di Tonkino.
Il "gong" s' quietato. La pagoda  naufragata nella notte. Il villaggio dorme fra le roccie e il mare. Non un lume indica che il luogo  abitato. Pare che i pescatori partendo abbiano portato con loro tutte le lampade e le luci del paese.
Nel vasto silenzio s'ode il respiro potente del mare che entra ed esce dalle caverne. L'onda sghignazza contro la scogliera ed ogni tanto allunga uno schiaffo alle palafitte.
I fanali dei pescatori cambiano posto. Ora formano un grande cerchio di punti verdi e violetti, ora un rombo di globi rossi e turchini, ora una striscia gialla che si sperde nella lontananza. Si ha l'impressione di una flotta misteriosa che stia manovrando al largo, come ai tempi in cui le giunche appostate dietro agli scogli aspettavano le imbarcazioni inseguite dal naviglio corsaro e le stringevano nella morsa inesorabile degli arrembaggi.
Il piccolo faro volteggia nervosamente sull'arcipelago; illumina spiazzi deserti di mare, sciami di vele, barchette immobili, ammassi ciclopici di rupi, orifizi di grotte, aperture di caverne, profondi crepacci che intagliano la montagna.
Dov' l'oro dei pirati di Cat-b? In fondo agli antri paurosi dell'isola come dicono le genti della terra ferma o depositato al sei per cento nelle banche cinesi di Canton?
- Non pensate che i pescatori si dilettino anche di contrabbando? - chiedo al doganiere.
- Ufficialmente non abbiamo mai scoperto nulla, personalmente sono sicuro che tutto l'oppio che entra di contrabbando nel Tonkino e tutte le armi clandestine che finiscono nell'Yunam hanno nelle caverne di Cat-b i loro magazzini generali.
- Ed allora?
- Che cosa volete che facciamo? Che apriamo ad uno ad uno tutti i barilotti di salamoia o che andiamo a frugare tutti i buchi dell'isola? Oltre Cat-b vi sono cento isole e sono tutte piene di grotte. La baia d'Along  una colossale grattugia. Tutta la costa  una lamiera traforata. Cinquanta chilometri pi a nord  gi il litorale cinese sul quale non esercitiamo nessun controllo. L'isola di Nay-Nay  cinese. Non dimenticate che siamo due francesi in tutto l'arcipelago, dico due, ed a Parigi strepitano che siamo anche troppi! Una volta la cannoniera ha sorpreso una giunca sospetta ancorata tra due scogli. Quando  arrivata sul posto la giunca non c'era pi. I pescatori l'avevano affondata. Sei uomini stavano tranquillamente pescando gamberi sulla scogliera.
Ho pensato a Ginevra, alle Commissioni internazionali per l'oppio e pel contrabbando delle armi nel Pacifico. Dove sono andate le cinque giunche col drago e la bandiera di Canton?
- Gong-Gong! - cantava il Buddha millenario della pagoda.
- Gong-Gong! - rispondevano i draghi carichi di salamoia.
Il semaforo francese radiotelegrafava: - Cinque giunche illuminate escono dal porto dirette a Nay-Nay!
Ma i fanali si spengono in mare e le giunche cambiano rotta...
Possono caricare e scaricare in un isolotto del Kebak quello che vogliono. Di l una barca qualsiasi, sgattaiolando nottetempo fra gli scogli del Mon-Kai, pu raggiungere indisturbata Paklung. E Paklung  la Cina, la Cina rivoluzionaria del Kuang-Si e del Kuang-Tung, la Cina dei discepoli di Sun-Yat-Sen e degli emissari di Karakan.
Pi mi fermo in questi paesi e pi ho la sensazione della formidabile impotenza della potentissima Europa. Le Conferenze internazionali e le dimostrazioni navali sono un "bluff". Serviranno finch i pirati di Cat-b vorranno pagare al doganiere francese un centesimo di rupia per barilotto di pesce secco, finch i quattrocentocinquanta milioni di cinesi e d'indocinesi si decideranno a fare la rivoluzione sul serio, con o senza il Giappone!
In India  diverso perch l'Inghilterra ha in pugno il paese ed i suoi gangli strategici. Che cosa sono Scianghai, Honkong, Tientsin e la stessa Pekino, di fronte all'immensit della Cina?




Le caverne nere d'Honghai

HONGHAI, ottobre.

Navighiamo nel golfo del Tonkino all'imboccatura della baia di Along. Il mare  pieno di sole, la baia fiammeggia, la costa  sfumata dal bagliore solare. Fra un tifone ed una settimana di "crascian" il golfo del Tonkino ha queste improvvise giornate tropicali che precipitano subitamente il paese in pieno Equatore, giornate di canicola ardente che pompano l'umidit formidabile del Delta e preparano il materiale per le future tempeste.
La barca annamita scivola sull'acqua immobile color di topazio. L'immensa baia spalancata sul mare arde come una fornace carica di zolfo. Gli scogli sono gialli, fosforici, circondati da fantastici aloni di vampe. Abbiamo lasciato la costa gi da due ore ed abbiamo sempre navigato nella solitudine e nel silenzio. Nessuna vela ha spezzato la sconfinata distesa del golfo, nessun frullo d'uccello ha turbato la statica immobilit dell'aria. Ma da qualche momento un rumore sordo e cadenzato, lontano e monotono, accompagna lo scivolo dell'imbarcazione; un rumore che pare venire di sotterra, scaturire dalle stesse profondit del mare, come un maglio che stia lavorando negli abissi...
- Che cos'? - chiediamo all'annamita.
- Honghai!
Comprendiamo. Sono le miniere di carbone a ridosso della baia verso le quali siamo diretti. Di mano in mano che ci avviciniamo alla terra il rombo aumenta d'intensit. Era prima come una eco lontana di lontanissime fatiche che non disturbava la quiete solenne della solitudine marina, che anzi dava una sensazione di riposo e quasi di benessere. Si sentiva la volutt d'essere tranquilli ed inoperosi in mezzo alla vastit del mare, mentre sulla terra troppo stretta l'umano travaglio macerava la gente irrequieta... Poi il rumore  aumentato, ha attirato la barca nel suo vortice,  penetrato nel nostro sangue, ha acceso nelle vene quel bisogno prepotente d'attivit e di lavoro che  la febbre divina della vita....  diventato un bttito forte ed affannato, un martellamento precipitoso, il fragore sonante d'un cantiere con mugghi cupi di rivoluzione. Pi avanti ancora i rumori si sono distinti: le voci umane si sono separate dal fremito delle macchine e dall'nsito dei motori...
Ma non si vedeva nulla all'intorno, nulla che giustificasse tanto clamore di macchine e di folle, altro che il mare immobile, sbiadito in lontananze di sole, una scogliera brulla, una costa giallina senza case e senza alberi.
Il rombo della potenza meccanica e dell'operosit umana gravava come un incubo sul deserto marino.
All'uscire dall'ombra d'uno scoglio ci troviamo subitamente di fronte alla miniera. Colpo di bacchetta magica! Il paesaggio d'acqua e di roccie si trasforma, nello spazio d'un baleno, nello scenario nero e fumoso della Ruhr di Krupp e di Stinnes, in una bolgia dantesca irta di comignoli e di capannoni, di macchinarii e di torri metalliche, in mezzo alla quale formicola una folla grigiastra e piccina che esce a torrenti dalle viscere della terra e scompare a torrenti in altre viscere della terra.
Honghai! Brutto sogno d'una cattiva pipa d'oppio!
Dov' l'Annam millenario dei palazzi di smalto e delle pagode di porcellana? Dov' il Delta umido e grasso, pezzato dalle specchiere gialle delle risaie e rigato dai bamb nervosi e sottili? Dov' la baia favolosa d'Along coi suoi castellacci di chimera e le sue fantastiche citt d'alabastro? Dove sono i Buddha grassi e sorridenti, i draghi pazzi e smorfiosi, i Genii pallidi e sibillini?
Qui rombano i magli elettrici e sibilano le perforatrici meccaniche. Cento vagoni aerei corrono su fili invisibili, orizzontali e trasversali, si capovolgono, si rialzano, ripartono in fila indiana, regolari, rettilinei, equidistanti....
La struttura geometrica delle armature d'acciaio colpisce brutalmente l'occhio e l'anima in questo angolo d'Estremo Oriente, ora che siamo abituati da lunghi mesi ad altre forme e ad altri disegni, alle curve morbide e sbilenche dell'edilizia annamita, alla bizzarra irregolarit dei ponti cinesi, alla sinuosit quasi lasciva dei cavalcavia tonkinesi, alle contorsioni rachitiche delle pagode, alle forme strambe dei monti, delle valli, della vegetazione dell'Indocina.
Credevamo di trovare ad Honghai la classica miniera di carbone, cio un gruppo di edifizi neri intorno all'imboccatura dei pozzi sotterranei. Abbiamo invece dinanzi agli occhi una inverosimile collina d'ebano lucente che gli uomini stanno tagliando simmetricamente dall'alto in basso a grandi fette come una cava di pietra. I cantieri sono scaglionati lungo la parete di pece, uno sull'altro a distanza di otto o dieci metri, in modo che vista di lontano la montagna sembra rigata di mastodontiche scale.
Non vien fatto di pensare ad una miniera, ma ad un ciclopico tempio di bitume e di carbon fossile, innalzato in onore di una divinit terribile che disdegna le pietre ed i graniti, di qualche idolo infernale che vuole essere adoralo nel fumo, nel fuoco e negli scoppi, da una turba sudicia e pezzente.
Credo che la miniera di carbone all'aria aperta di Honghai sia unica al mondo!
Il sole potente del Tropico mitraglia la collina e la vallata, fa ardere il minerale, brucia pazzamente i ponti di ferro ed i vagoni "decauville", empie di bagliori lividi e rossastri i crepacci e le caverne, arroventa le interminabili tubature che fuorescono come budelli dalla montagna sventrata, saetta le tettoie d'ardesia delle officine, lampeggia sui lastroni di zinco dei depositi, trasforma la funivia di Cua-Luc in un nastro folgoreggiante lanciato fantasticamente nel vuoto.
Quando i vagoncini carichi di carbone correndo sulle parallele lucenti riversano il minerale sui piani inclinati auto-motori che lo precipitano a valle, il sole bombarda furiosamente quei torrenti neri di petrame balenante, facendone un'allucinante cascata di cristalli foschi e di diamanti lividi. I raggi fiammeggiano nel polverone, accendendo miliardi di pepite lucenti nel tenebroso velario. Il riverbero solare deforma le cose, le fa misteriose e sinistre. La macchina  brutta in mezzo a tanto oro. Sullo sfondo di quarzo delle montagne d'Along le gru e le torri metalliche sembrano enormi scheletri drizzati nel vuoto, scheletri di mostruose cicogne e di mammuth che stonano orrendamente coll'azzurro dolcissimo del cielo e col sorriso soave del mare di topazio.
Questi scenari di Pittsburg e di Duitsburg non sono fatti per un simile sole!
Con una giornata di "crascian" la miniera deve avere un aspetto pi ragionevole, tutto deve assumere dimensioni e contorni pi regolari. Oggi impazza invece in tutta la sua imperiale magnificenza il sole dei Tropici, il sole dei deserti e delle steppe, dei mari ardenti e delle citt incendiate, il gran re di tutte le porpore e di tutti i diademi. Milioni di diamanti neri occhieggiano fra le pietre della collina. I ponti di acciaio e le armature di ferro sembrano avvolti in un fuoco misterioso che brucia i metalli senza riuscire a distruggerli.
Si vedono torme di piccoli uomini che inseguono il carbone lungo i piani inclinati raccogliendolo in grandi vasche sospese su palafitte di ferro che sono i setacci metallici a scossa. Quando i setacci sono ben colmi, gli uomini scappano. Allora una crisi furiosa s'impossessa delle palafitte. I massi saltano, schizzano, si schiantano, si sbriciolano, battagliano freneticamente come mostri marini tirati fuori dagli abissi; pare vogliano fuggire per tornare in grembo alla montagna lucente, ma enormi artigli di acciaio calano dalle torri metalliche a domarli, a cacciarli gi nella prigione implacabile che rotea vertiginosamente. Grosse pale battono il minerale, lo rimescolano, lo selezionano, lo spingono entro oscuri cunicoli verso altri strumenti di tortura. Da cento forni il fuoco si affaccia a guardare lo scempio: un fuoco reso pallido dal fulgore del sole...
Le gru, le fucine, le fonderie, i forni Coppet per la fabbricazione del Coke, i cantieri per la lavorazione delle mattonelle, i torchi giganti per la distillazione degli olii, i magli elettrici, le ferrovie "decauville", le strade nere e polverose, gli uffici direttoriali e amministrativi schiacciati sotto le tettoie d'ardesia, tutto  naufragato in un pulviscolo d'oro in mezzo al quale le macchine sembrano pi nere, le cave pi truci, le attrezzature pi brutali, l'arsenale del ferro e del carbone tragicamente fosco come uno spiraglio d'inferno in una visione di paradiso!

Quattromila cinesi e diecimila annamiti lavorano nella miniera di Honghai sotto la direzione di ottanta europei. La produzione del carbone  salita nel 1924 a novecento mila tonnellate e sarebbe assai superiore se non difettasse la mano d'opera gialla, giacch coi salarii e con le condizioni igieniche di Honghai qualunque altra maestranza non lavorerebbe mezza giornata!
La democrazia francese ha recentemente nominato proconsole in Indocina il deputato... socialista Varenne, curiosa fine di carriera per un tribuno del proletariato. Il governatore Varenne, che si propone di iniziare gli intellettuali annamiti ai dogmi della religione di Herriot, dia un'occhiata alle miniere di Honghai dove quattordicimila operai gialli sono allenati all'operosit occidentale in condizioni di vita e di lavoro che fanno pensare alla schiavit degli ebrei nell'Egitto dei Faraoni.
Abbiamo visitato l'orribile villaggio abitato dagli operai, se villaggio si pu chiamare questa sordida topaia sozza d'olio e di carbone nella quale quattordicimila disgraziati sono intassati con le loro famiglie entro scatoloni di fango senz'aria e senza luce. Il piccolo ospedale costruito in questi ultimi tempi dalla Compagnia  come un vaso di fiori in mezzo al letame per nascondere un immondezzaio. Abbiamo visto le bettole gremite di esseri miserabili che bruciano nell'assenzio di Francia, nel wisky d'Inghilterra e nel gin d'Olanda quel po' di vita risparmiata dall 'oppio di Canton e dai "scium-scium" di Hanoi. Abbiamo parlato con questa gente che non  pi annamita e che non sar mai europea, fantocci senz'anima, gleba umana frolla e pietosa. Abbiamo ascoltato i missionari cattolici lamentarsi degli insuccessi di Cristo ed i bonzi di Buddha piangere sull'affievolirsi della fede. Per la prima volta in Estremo Oriente abbiamo visto le tombe senza offerte e senza preghiere. Un vecchio annamita livido e scheletrito si  rizzato sullo strame del suo immondo giaciglio per maledire nella bava la miniera assassina. Una bisavola alla quale abbiamo chiesto deve fosse la sua famiglia ci ha additato la bolgia dicendo semplicemente: - Alla morte!.
Qualcuno domander: - Perch vi lavorano se stanno tanto male? La risposta  semplice: - Perch hanno fame! L'occupazione europea ha sconvolto l'ordinamento economico del paese, introducendo nuovi bisogni, nuove spese, nuovi egoismi, nuovi sistemi di concepire i rapporti sociali. L'indigeno che si arricchisce nei commerci occidentali non  pi il generoso signore del buon tempo antico. Quando l'annata  cattiva per le risaie del Delta e della montagna, la miniera di Honghai  un triste refettorio aperto a tutti gli affamati del Tonkino.
Honghai  per il tonkinese una specie di ergastolo temporaneo al quale Dio condanna i figli dell'Annam negli anni di siccit. L'ergastolo non  abitato sempre dalla medesima folla. Si spopola nelle annate buone, si riempie nelle cattive. Vi passano intere moltitudini provenienti da ogni angolo dell'Indocina e delI'Yunam, le quali si formano un concetto tragico della vita occidentale, anzi della civilt occidentale, attraverso il brutale meccanismo di una impresa industriale che trae gli utili maggiori dallo sfruttamento della mano d'opera indigena.
Il viaggiatore che, reduce dalla visita della baia l'Along si sofferma un istante dinanzi alla collina nera di Honghai, vede il fuoco che divampa nei forni Coppet, ma in genere non si accorge di un altro fuoco invisibile che cova nelle tane della miniera e vi brucia l'anima di una razza. Qualche viaggiatore  stato tratto in inganno dai paffuti e sorridenti bottegai cinesi che si affacciano fuori delle bettole e dei negozi ad ossequiare con servilit lo straniero. Falsa apparenza! Quei gialli sorridenti ci odiano e ci disprezzano pi degli altri. Sovente sotto la maschera dell'oste si nasconde l'agitatore. Il cinese  opportunista, ma profondamente anti-europeo. Fatto il gruzzolo corre a Canton ad irreggimentarsi nelle Corporazioni nazionaliste e xenofobe. Il governo dell'Indocina che fa assegnamento sulla collaborazione economica dei cinesi prepara alla colonia brutte sorprese.
Disgraziatamente Honghai non  solamente una miniera di carbone;  anche un brutto esemplare della vita occidentale messo sotto gli occhi dei gialli che non sanno;  un documento formidabile a disposizione dei Gandhi e dei predicatori che sommuovono le turbe asiatiche,  il centro di una sorda propaganda rivoluzionaria che irradia la sua influenza sul retroterra, crogiuolo di mille lieviti e di mille fermenti che si propagano senza controllo.
Honghai assicura a pochi azionisti grossi dividendi, ma fa molto torto alla Francia e all'Europa in Estremo Oriente. Quattordici soldi al giorno  la paga di un operaio, dieci soldi il salario di una donna, sette o cinque il compenso di un ragazzo. Molte sono le donne, numerosi i fanciulli. Contro queste cifre stanno quelle del bilancio della Compagnia: trenta milioni di utile nell'ultima annata! Il capitale azionario ha gi decuplicato quattro volte il valore d'emissione!
Non voglio insistere sulle condizioni sociali dei lavoratori di Honghai perch non voglio dare un carattere anti-francese alle mie osservazioni in quanto i francesi sono forse ancora i migliori. Se i regolamenti sono duri, l'innata bont latina vi aggiunge qualche carezza. Altrove  peggio. Dopo aver visitato Canton, e Scianghai mi riservo di riassumere una mia piccola inchiesta sulla balorda improntitudine con cui gli europei forniscono agli emissari di Karakan ed agli apostoli dei nazionalismi asiatici le armi e le munizioni della rivolta.
La civilt occidentale ha a Honghai uno di quei grandi templi del ferro e del carbone dei quali  giustamente fiera perch attestano il suo primato nell'asservire le forze cieche della Natura e farne strumenti di produzione e di ricchezza. Ma nell'erigere questo tempio di Honghai come tutti gli altri del litorale cinese, gli europei non avrebbero dovuto preoccuparsi solamente di farli grandi e moderni, ma anche un po' di farli amare dalle moltitudini gialle.
Nessuna opera di conquista sarebbe stata pi solida.
Contro la predicazione di coloro che parlano di "civilt infernale", di "brutalit barbarica", di "libidine di dominio", l'Occidente avrebbe potuto opporre i suoi templi di Honghai, di Canton, di Hongkong, di Scianghai, sonanti di lavoro, produttori di ricchezza e di benessere, i cantieri, le fabbriche, gli arsenali, l'aumento della produzione, lo sviluppo delle provincie, le moltitudini operaie strappate alla risaia omicida ed ai villaggi di paglia, riunite dalla forza nuova in borgate linde e gioiose, sottratte ai capricci del clima ed all'ignavia dei principi.
I gialli che hanno un patrimonio millenario di saggezza e di intelligenza avrebbero sentito il potere realizzatore e vivificatore della "Civilt Occidentale" che non esclude la tradizione asiatica, ma la completa e la rinnova. Piano piano ci avrebbero aperto le porte delle loro case e delle loro anime. La collaborazione dell'Occidente e dell'Estremo Oriente sarebbe germogliata spontaneamente nelle coscienze, fiore meraviglioso della convivenza umana, ed avrebbe ingentilito col suo profumo l'inesorabile lotta moderna per il possesso integrale delle ricchezze della terra.
Invece!...
Pare che gli europei abbiano fatto apposta a scavare fra le due civilt un abisso pi vasto e pi profondo del Pacifico!

A due chilometri dalla miniera, a mezz'erta di un poggio color zafferano, una vecchia pagoda appoggia alle rupi giallastre della montagna la piramide burlesca delle sue sette feluche di porcellana.
I minatori che l'assenzio non ha ancora abbrutito, salgono di tanto in tanto alla pagoda a visitarvi il grande Buddha dei padri. Qualcuno si ferma a met strada, dinanzi ad una chiesetta cattolica che erge la Croce di Roma fra il tempio di Buddha e la bolgia del carbone. Un vecchio prete spagnolo  riuscito a forza di pazienza a carpire al Filosofo quattrocento anime annamite. Per quanto tempo?
La Compagnia concessionaria delle miniere  in guerra con Buddha. A quest'ora la pagoda sarebbe stata indubbiamente sacrificata all'urgenza di qualche cervellotico sondaggio se il Buddha di Honghai fosse un qualsiasi Buddha dell'Indocina.  invece un Buddha speciale, vecchissimo, decrepito, posto dal Destino sotto la protezione degli imperatori dell'Annam e del... partito liberale annamita.
L'onnipotente Compagnia, che  padrona di tre quarti del Delta, e che potrebbe permettersi il lusso di passare oltre la volont degli imperatori del Sud Pacifico, deve inchinarsi di fronte alla maest democratica del partito liberale annamita sul quale la Repubblica francese appoggia la sua politica di "collaboration indigne", unica politica-palliativo possibile quando si colonizza senza avere i coloni.
Ho chiesto ad un pezzo grosso della miniera le ragioni dello stato di guerra esistente fra Buddha e la Compagnia. Ho capito dalla risposta che ogni tanto i "gong" della pagoda chiamano a raccolta i minatori e che ogni volta una buona met di quella gente non torna pi alla miniera. Partono, se ne vanno, senza riscuotere nemmeno la paga arretrata.
- Propaganda dei bonzi, forse?
- No, ci sono solo due vegliardi che appena stanno in piedi.
-  un Buddha xenofobo, allora?
- Peggio di Gandhi!
Ho voluto visitare il Buddha miracoloso che ce l'ha a morte cogli azionisti della "Soct de Charbonnage". L'ho trovato solo nella penombra del tempio centenario in mezzo a tanti fiori appassiti ed a tante striscioline colorate di carta, ognuna delle quali rappresenta una preghiera.
Un alto finestrino ad inferriata illumina la nicchia, finestrino di carcere medievale pieno di grosse ragnatele. Attraverso le spranghe di ferro ed i ricami polverosi dei ragni entrano l'oro della baia ed il vento del mare. La pagoda  povera, nuda e cadente. I muri incrinati lasciano sfarinare l'intonaco. Manca qualche tegola alle sette tettoie ed attraverso gli strappi delle feluche bricioli azzurri di cielo decorano la casa di Buddha. Il rombo della miniera attutito dalla distanza e dalle roccie  come il rosicchio monotono ed uggioso di un tarlo.
Il Filosofo  seduto sulle calcagna con sussiego canonicale. I piedi sono nascosti dalla tonaca, le mani abbandonate sui ginocchi. Ha il volto grasso, un po' flaccido, con un doppio mento adiposo ed i lobi degli orecchi gonfi di carne.
A prima vista fa l'impressione di un bel Buddone classico e prosperoso, uno dei tanti!
Poi ci s'accorge che il suo sorriso non  l'ebete smorfia rassegnata dei suoi confratelli.  un sorriso formidabile, quasi direi terribile, che affascina prepotentemente il visitatore e finisce per conquistarlo anche se  incredulo o beffardo.
I piccoli occhi obliqui, scaltri, ma non cattivi, sono strizzati con furberia paesana. Hanno l'aria di dire: - A me non me la fanno e non te la debbono fare nemmeno a te!
Cento rughe sottili s'irradiano dagli angoli degli occhi, irrompono dalle palpebre cariche d'ombra in direzione delle guancie, sprizzano dalle ciglie verso l'ampia fronte convessa. Tutte queste rughe danno al volto un aspetto di grande vecchiaia, di straordinaria vecchiaia. Fanno pensare ai secoli della pagoda, ai millennii di Gotamo Buddo, alle generazioni che lo hanno adorato e sono scomparse nel mistero della grande notte.
Fra gli occhi e le labbra la contrazione del naso carnoso e delle guancie sporgenti  carica di dolore rassegnato.
Pi sotto le labbra sorridono, beate, serafiche, ancestrali. Distruggono la scaltrezza degli occhi, annullano la preoccupazione delle cento rughe, cancellano l'impronta del dolore. Sorridono alle miserie della vita, all'enigma pauroso del domani, alle cattiverie dell'umano egoismo, alla baia d'oro, al cielo azzurro, al mare color di topazio, alla piccola miniera lontana che con tutto il suo fragore riesce appena a farsi sentire... Sorridono perdonando, sorridono incoraggiando, sorridono scherzando...
L'insieme di queste molteplici espressioni riunite nella stessa immagine  una grande maest: divina, regale ed umana nel medesimo tempo.
La bolgia di Honghai con le sue macchine urlanti, coi suoi scheletri di ferro, coi suoi comignoli fumosi, coi suoi forni perpetuamente turgidi di fuoco,  una mostruosa piccola cosa di fronte a questo sorriso ciclopico che simboleggia il millenario travaglio spirituale di una razza.
Capisco come gli uomini gialli che dall'inferno della miniera salgono all'eremo del Perfetto non possano pi scendere nel regno del fuoco e dell'odio.
Tornano ai villaggi di paglia annidati fra i ventagli delle banane, alle risaie monotone e solenni che riflettono il cammino delle nubi, ai silenzi sovrani del Delta, alla terra grassa e benigna che sorride dopo la tempesta, alle quiete botteghe dell'artigianato indigeno nelle quali il lavoro s'accompagna alla meditazione.
Il Buddha della pagoda di Honghai schiaccia la miniera e le sue macchine con la superiorit di un sorriso che  il frutto di tre millennii di filosofia umana.
Il minatore giallo lava nel canale il sozzume del carbone, butta il camice di sacco, rinunzia alla piastra avvelenata che lo sfama ma lo intossica, prende per mano la moglie ed i figli prima che perdano il rispetto della sua autorit, raccoglie su la pipa dispensatrice di troni e d'illusioni, riprende la strada della risaia, verso i cimiteri dei padri e degli avoli, verso i villaggi abitati dai saggi e dai filosofi nei quali anche la morte  lenita da un soffio di poesia.
I gialli vogliono una patria, una filosofia ed una fede. L'Europa offre cannoni, macchine e denaro.
Gotamo Buddo sorride...




Politica coloniale

ALONG, 11 ottobre.

La Francia ha in Indocina un vasto impero coloniale, il quale, con la Cocincina, col Camboge, col Laos, coll'Annam e col Tonkino, rappresenta il pi grande possedimento dell'Europa nell'Asia gialla, vasto due volte l'Italia e popolato da venticinque milioni di abitanti. Per l'influenza che esercita l'Inghilterra sul mondo giallo  infinitamente superiore a quella della Francia, bench la Gran Bretagna non possegga in fondo che la sola isoletta di Honkong! Questo enorme squilibrio fra l'influenza inglese e l'influenza francese, in contrasto con la schiacciante superiorit della situazione territoriale della Francia, caratterizza la figura politica dell'Indocina e d il tono alla sua importanza economica.
Tutti sanno che vi sono quattro categorie di colonie: le colonie di popolamento, le colonie di rendimento economico, le colonie d'influenza politica e le colonie d'interesse strategico. In quale di queste categorie pu essere annoverata l'Indocina? Nel pensiero francese l'Indocina riunirebbe gli elementi delle tre ultime categorie. Per il momento, per, il suo rendimento economico  appena sufficiente ai bisogni della colonia e il margine d'utile della Cocincina  assorbito dalle spese militari del Tonkino. Sotto il punto di vista delle materie prime la produzione di carbone, di metalli e di fosfati della colonia  assorbita per intero dalla clientela stessa del Pacifico, specialmente dal Giappone, e l'economia della metropoli non ne risente quasi alcun vantaggio.
L'importanza strategica del possedimento  svalutata dalla mancanza sul posto di forze militari e navali che realmente rappresentino un elemento di potenza. Le forze terrestri sono in prevalenza formate da truppe indigene di scarso valore militare, quelle navali, sono poi assolutamente irrisorie di fronte a uno sviluppo costiero di duemilaottocento chilometri. Sotto tale rapporto questa lontana colonia che fa corpo a s, senza essere parte di un pi vasto complesso coloniale in Asia, rappresenta pi che altro un fattore di debolezza per la potenza militare e navale della Francia.
Resta quindi sul tappeto il solo valore politico della colonia, purch non si voglia seguire la democrazia francese nell'artifiziosa creazione d'una quinta categoria di colonie, "les colonies d'influence morale". Sarebbe facile dimostrare che le "colonie d'influenza morale", come le chiama Herriot, e le "colonie d'influenza politica" sono una cosa sola, giacch il prestigio e l'espansione spirituale di una nazione sono elementi fondamentali della sua politica estera. Ma, trattandosi di una colonia francese, accettiamo pure il principio democratico dell'influenza morale senza scopi politici. Esso suffraga il nostro giudizio pessimista sulla situazione politica e rivoluzionaria dell'Indocina.
 vero che l'Inghilterra possiede, in tutto e per tutto solo il trampolino di Hongkong, ma Hongkong  il centro di una formidabile attivit politica ed economica che ha a Londra le batterie di carica e le pile di riserva. Inoltre l'Inghilterra stringe tre quarti dell'Asia gialla nel grandioso cerchio dei suoi possedimenti indiani e malesi e dei suoi Domini d'Australia e di Nuova Zelanda, occupa con Singapore una delle porte d'ingresso dell'Estremo Oriente, controlla strategicamente le colonie olandesi, completa infine le sue posizioni con tutta una politica organica del Pacifico, la quale arriva fino a Tokio e a Washington.
La Francia, invece di un semplice trampolino, possiede una vasta piattaforma; ma le... manca tutto il resto! La politica francese del Pacifico esiste nei discorsi dei ministri delle colonie e di qualche governatore generale, non nella realt dei fatti. L'Indocina  per la Francia una lontana colonia, anzi una troppo lontana colonia, alla quale Parigi chiede soprattutto di non procurare grattacapi politici e di bastare economicamente a s stessa. Quanto alla cosiddetta influenza morale che la Francia eserciterebbe sull'Asia gialla attraverso l'Indocina, essa  per il momento una lodevole intenzione, ed i pi ardenti esaltatori della "France asiatique" non possono offrire alla critica che belle e sonanti frasi, non appoggiate n da cifre statistiche n da fatti concreti e neppure da episodi rivelatori. Tutto si riduce per il momento a quei "fattori imponderabili" sui quali le opinioni  lecito siano discordi, mancando ogni base di documentazione.
Dopo aver cercato di descrivere ai lettori gli aspetti pittoreschi della Cocincina, del Laos, del Camboge, dell'Annam e del Tonkino - paesi tutti che lasciano nel visitatore un ricordo incancellabile e che per conto mio considero fra i pi interessanti della terra - dopo aver tentato d'approfondire nei limiti modesti delle mie forze qualche aspetto della misteriosa anima indocinese, credo opportuno riassumere qui qualche osservazione di carattere politico e qualche dato economico prima di entrare per la porta di Canton nella grande Cina.

La Francia deve i suoi possedimenti d'Indocina a remote e coraggiose iniziative coloniali e li ha pagati con un forte prezzo di sangue. La storia dei Protettorati e delle Colonie francesi d'Estremo Oriente  ricca di sacrifizi e di glorie. Le risaie della Cocincina, la "brousse" del Camboge e "les hauts-plateaux" del Tonkino conoscono l'aspro sapore del sangue e del sudore francese.
Qualunque studioso che si sia un po' occupato dei precedenti storici dell'occupazione deve rendere omaggio al valore militare e all'abilit politica della Francia. Spesso l'azione politica non  stata un merito del Governo centrale di Parigi, ma di modesti funzionari o di semplici comandanti di colonne, i quali hanno supplito col buon senso latino e con lo spirito individuale d'iniziativa che  proprio dei popoli mediterranei alla mancanza di direttive precise e di programmi organici da parte della metropoli.
L'azione politico-diplomatico-militare svolta in certe provincie del Camboge e del Tonkino e in certi principati laoziani da avventurosi ufficiali e da chiaroveggenti amministratori hanno uno sfondo romanzesco di straordinaria intensit. Qua e l un uomo isolato ha gettato le basi materiali e spirituali d'un solido impero ed  talvolta riuscito a dominare l'anima stessa delle moltitudini asiatiche, ma  mancata sistematicamente quella continuit d'azione che  il fulcro delle fortune coloniali britanniche.
Il giorno in cui, finita l'occupazione militare, s' chiuso il periodo dell'avventura coloniale vera e propria ed  incominciato quello d'organizzazione politica e della valorizzazione economica, il Governo centrale ha sostituito naturalmente i coloni avventurosi e i comandanti audaci con un personale burocratico venuto di Francia e reclutato in maggioranza negli ambienti di provincia. Considerazioni di carriera e calcoli di pensione hanno preso il posto dell'amor di patria e delle nobili ambizioni di gloria. I governatori formati in colonia e saliti agli alti gradi attraverso le burrascose vicende della conquista hanno ceduto via via il passo a uomini politici della metropoli, designati per l'alta carica da ragioni di politica interna o di opportunit parlamentare. Tipica la recentissima nomina a governatore generale dell'Indocina del deputato socialista Varenne, il quale potr avere molti meriti agli occhi del "cartello delle sinistre", ma non ha nessuna preparazione coloniale e non gode alcun credito presso i coloni di Saigon, di Haifong e di Hanoi!
Gli amministratori coloniali non si improvvisano e i Lyautey sono rari in tutti i paesi, anche nella patria di Sarrail.
I veri coloni sono del resto in Indocina una modestissima minoranza. La maggioranza dei residenti  formata dai funzionari, dai rappresentanti di commercio, dai "brasseurs d'affaires" e da una categoria ambigua di "colons de passage", i quali s'occupano un po' di traffici e molto di politica locale.
A differenza degli inglesi, i quali quando sono in colonia dimenticano i "toryes", i "wighs" e le "Trade Unions" per essere solamente ed esclusivamente inglesi, e che quando sono funzionari coloniali sono semplici macchine esecutrici degli ordini superiori, i francesi, siano privati o funzionari - esclusi i militari - portano nel loro bagaglio insieme col casco e coll'ultimo romanzo anche le loro brave idee politiche e si fanno un dovere di diffonderle non solo fra i connazionali, ma anche fra gli indigeni. Estendete questo sistema dall'amministratore di quarta classe al governatore di prima classe e avrete un'idea dell'ambiente psicologico della colonia.
Tre soggiorni in Indocina e una conoscenza abbastanza profonda di quasi tutte le altre colonie francesi d'Africa e d'Oceania, mi permettono di formulare un giudizio generale sulla colonizzazione francese, il quale pu anche essere sbagliato come tutti i giudizi, ma non pu essere tacciato di leggerezza, essendo il frutto di lunghi studi e di attente osservazioni.
In prima linea la Francia non ha coloni, non possiede cio quel sovrabbondante materiale umano che  necessario per concimare un possedimento coloniale.
In secondo luogo il Francese non ama in genere la colonia e non possiede le qualit peculiari del colonizzatore. Bench la Francia sia padrona del secondo impero coloniale del mondo, il cittadino francese considera tuttora la partenza per la colonia "un coup de tte" riservato ai capi scarichi ed ai figliuoli prodighi. Appena appena l'Algeria e la Tunisia godono in questi ultimi tempi di un trattamento di favore. Numerosi sono nelle amministrazioni coloniali i Crsi, i Nizzardi e i Savoiardi d'origine italiana. Relativamente alla popolazione totale della Francia il loro numero  assolutamente sproporzionato all'indice demografico di quelle regioni e dimostra come lo spirito coloniale sia pi sviluppato nei sudditi francesi di razza italica che nell'elemento etnico nazionale. Molti sono, ad esempio, i Crsi che coprono cariche direttive in tutte le branche amministrative coloniali, specialmente in quegli uffici "a latere" dei governatori politici che sono i veri gangli dell'amministrazione.
Nel caso particolare dell'Indocina, tolti di mezzo i militari, i funzionari e gli uomini d'affari di passaggio, mancherebbe quasi completamente il vero colono - cio colui che si trapianta in colonia con la famiglia e coi beni per farne la sua seconda patria e dedicarvi tutte le proprie energie - se non si fossero stabilite in Cocincina e in Tonkino parecchie famiglie venute da Pondichery, da Chandernagore e dagli estremi baluardi dell'antico impero francese delle Indie. Sono queste vecchie famiglie originarie di Dieppe e della Bretagna, le quali sovente tradiscono per il colore della pelle mescolanze di sangue portoghese e indiano, quelle che forniscono ai quadri del possedimento gli elementi veramente coloniali, i grandi banchieri, i grandi agricoltori, i grandi industriali, i "btisseurs d'empire", ma la fonte  naturalmente troppo esigua per i bisogni di un dominio cos vasto e cos popoloso.
Gli inglesi considerano le loro colonie le pi belle palestre dello "struggle for life" britannico. Se non amano la colonia amano fortemente la vita coloniale. In genere il figlio sostituisce il padre nella carriera o nelle aziende. Inoltre gli Inglesi, dove non riescono da soli a colonizzare, ricorrono largamente alla collaborazione straniera, contenendola con consumata abilit entro determinati limiti. Nelle colonie britanniche innumerevoli sono gli stranieri alla testa di grandi ditte o di potenti imprese inglesi, vice-direttori di Banche, alti funzionari delle stesse amministrazioni statali. I Francesi, invece, non amano n la colonia n la vita coloniale. Parigi  il sogno d'ogni colono, "la rtraite en France"  l'unico obbiettivo d'ogni funzionario. Lo straniero  sempre "un mtque qui vient dans les colonies pour embter les Francais"!
La mancanza di coloni bianchi e l'inframmettenza del parlamentarismo metropolitano nel reggimento politico della colonia sono, a mio parere, i due lati deboli di tutti gli organismi coloniali francesi. Si tratta, evidentemente, di debolezze organiche gravissime. Esse sono pi accentuate e pi gravide di conseguenze in Indocina per la specialissima natura del possedimento.

Nessuna colonia, neppure l'India, presenta le caratteristiche dell'Indocina. Eccettuate le poche agglomerazioni semi-selvagge dei Mois e dei Kas e quelle selvagge degli altipiani laoziani, i Francesi hanno da fare con vecchie razze di antica civilt, le quali sono rimaste indietro rispetto all'Occidente nelle conquiste tecniche ed economiche, ma hanno raggiunto negli ordinamenti sociali e nel vasto campo delle conquiste pure dello spirito un grado cos avanzato di evoluzione da lasciare sovente perplesso l'europeo.
Nel descrivere alcuni aspetti pittoreschi dell'Indocina mi sono sforzato di lumeggiare certe zone d'equilibrio alle quali la millenaria saggezza annamita  pervenuta attraverso il travaglio faticoso dei secoli, di mettere in rilievo certe oasi serafiche di felicit relativa raggiunte da una filosofia profondamente umana che  penetrata di generazione in generazione nella coscienza di tutta una razza, e specialmente di chiarire le solidissime basi spirituali e morali degli ordinamenti sociali, religiosi e politici dell'Annam.
Una simile colonia  certo ben diversa dai possedimenti mussulmani dell'Africa mediterranea e da quelli selvaggi dell'Africa tropicale ed equatoriale. Sotto questo punto di vista l'Indocina  una colonia unica. I Francesi, per essere una razza latina e geniale, avevano senza dubbio maggiore possibilit di far bene dei Teutonici o degli Anglo-sassoni, e lo hanno dimostrato sia durante la conquista militare della Cocincina e del Tonkino, sia nell'insediamento dei protettorati politici sul Camboge e sull'Annam.
Ci volevano poi gli uomini! Ci voleva un buon milione di Latini del Mediterraneo da trapiantare in Indocina per mettere in valore le immense ricchezze agricole e minerarie di quelle terre, per arginare la secolare infiltrazione cinese, la quale avrebbe dovuto essere nettamente troncata, per fondere le due civilt dell'Occidente e dell'Estremo Oriente in una forma originale di convivenza ariano-semitica, sfruttando da una parte lo straordinario potere di adattamento della razza latina, dall'altra la debolezza meticcia degli Indocinesi, i quali offrono una resistenza infinitamente inferiore a quella dei Cinesi.
La riuscita d'un simile esperimento di ampiezza romana avrebbe senza dubbio dominato favorevolmente tutto il problema del Pacifico.
La Francia, povera di uomini e povera soprattutto di coloni, non pu mantenere in Indocina che diecimila persone, compresi i funzionari, cio la popolazione di un modesto villaggio. Questa stessa mancanza di residenti nazionali le ha impedito d'aprire con larghezza le porte della colonia all'emigrazione straniera. Se in teoria, chiunque pu installarsi in colonia, in pratica ogni attivit coloniale  condizionata all'acquisto della nazionalit francese.
Priva dello strumento capitale di qualsiasi colonizzazione, cio della massa colonica, la Francia non aveva altro mezzo di dominio che il surrogato politico.
L'Indocina esigeva due forme di politica: una generale, una locale.
La prima avrebbe potuto essere rappresentata da una grande intesa asiatica, o coll'Inghilterra o con la Russia o col Giappone o col Nord-America, magari con gli stessi nazionalismi asiatici. L'alleanza anglo-nipponica fa scuola in materia. Una politica generale dell'Estremo Oriente  mancata affatto da parte della Francia. Prima della guerra la servit del Reno, dopo la guerra l'immensit stessa di un impero coloniale sproporzionato alla capacit valorizzatrice del paese, hanno impedito alla Francia di mettere in valore l'importanza politica dell'Indocina, facendone la base di una vasta azione asiatica; per ci la Francia  isolata in Estremo Oriente, con le sue opulenti colonie verso le quali s'appuntano diversi appetiti.
Parigi ha concentrato il suo sforzo sulla politica locale. Partendo dalla premessa che, poich mancavano i coloni, era necessario vincolare l'interesse degli abitanti all'interesse della Potenza dominante, il Governo francese  arrivato logicamente alla collaborazione con gli indigeni. All'atto pratico, per, tale collaborazione  materialmente impossibile fra la razza gialla e la razza bianca, le quali sono separate dall'abisso che le due razze medesime hanno scavato nel loro cammino divergente durante i secoli.
Se la bont di una politica coloniale di collaborazione ad oltranza  discutibile nell'Africa mediterranea e in quella tropicale per i compartimenti stagni dell'islamismo, essa  addirittura una gigantesca illusione nell'Asia gialla. In Indocina fra gli Annamiti e i Francesi non v' la barriera di una religione. Vi sono due civilt antitetiche, due modi completamente diversi di concepire la vita e la funzione stessa dell'umanit. Era necessario un ponte a cavaliere della voragine, un formidabile ponte fatto di carne e di spirito umano. Un milione di bianchi saldamente stabiliti in Indocina avrebbe formato i piloni del ponte, abbastanza solidi per resistere alle pressioni nazionaliste e alle tempeste rivoluzionarie. Il tempo avrebbe fatto il resto. L'abisso sarebbe stato colmato insensibilmente da quel materiale misterioso che scaturisce dalla convivenza continua delle genti.
Al posto di questo ponte Parigi ha costruito una serie di passerelle legislative e politiche, architettate alla meglio dai teorici del colonialismo senza coloni e dai governatori meteorici. Diverse di queste passerelle sono certo genialissime, ma d'una fragilit intrinseca senza rimedio.
Nell'India rivoluzionaria e tumultuosa il sistema coloniale britannico  una poderosa e massiccia armatura di acciaio, poggiata su ampie e solide fondamenta. Anche dove la base  solamente uno zoccolo non affondato nel suolo,  per di proporzioni ciclopiche. Nelle giornate di bufera l'armatura, sottoposta alla pressione di trecento milioni di malcontenti, scricchiola e talvolta un sostegno secondario cede, ma in complesso l'osservatore ha l'impressione di una costruzione straordinariamente robusta, capace di resistere a forti burrasche e anche a qualche crollo parziale.
In Indocina invece l'edifizio coloniale francese d l'impressione di un grande scenario di carta e di seta, elegante e pittoresco, non privo di una certa grandiosit apparente, ma sempre fatto di carta e di seta, cio esposto alla prima ventata che sia veramente carica di tempesta.




Macao

MACAO, novembre.

Macao, Hongkong, Canton! Il passato, il presente, l'avvenire!
I grossi piroscafi americani e inglesi che fanno scalo a Macao gettano l'ancora al largo, a dieci miglia dai moli della Praia. Mentre i barconi cinesi sotto la sorveglianza di un poliziotto meticcio trasportano a bordo le preziose cassette d'oppio destinate a San Francisco ed a Sidney, i "turisti" in giro pel mondo scendono a visitare le case di t e le case di giuoco. Cos Macao raccoglie le briciole dell'opulenza di Hongkong e della ricchezza di Canton.
Dal parco dell'Ispezione la statua di bronzo di Camoens, librata su tre rupi formidabili, guarda in gi nel quartiere cinese la gente cosmopolita che entra ed esce dalle fumerie e dalle case d'amore, triste spettacolo pel fiero cantore dei Lusitani che sogn pel Portogallo tutti gli splendori e tutte le glorie. Il parco  piantato a "bania" ed a bamb, strana mescolanza del gigante dei Tropici colla fragile canna dei giuncheti, ma; appropriata al luogo ed al poeta, quasi a significare che potenza e debolezza sono trastulli del Destino.
I vaporetti del servizio Hongkong-Macao-Timor lasciano i transatlantici al largo, bordeggiano l'isola Verde frangiata d'alghe, passano sotto i bastioni pettoruti della "fortaleza di Dona Maria Il", sfiorano uno dopo l'altro tre cimiteri affacciati sul mare, poi scantonano dietro un gruppo di scogli e sgusciano nel porto di Cochilas.
Portoghesi, meticci e cinesi accolgono i visitatori internazionali con salamelecchi e sorrisi.  tutto un armeggio equivoco di mani che prendono arditamente possesso della clientela, di bocche che sorridono, di occhi che promettono meraviglie, di voci che garantiscono vincite spettacolose e delizie senza fine. Macao riceve i passanti con servilit untuosa di mezzana. Mentre vi avviate dietro un tizio verso la promessa di una volutt esotica, un altro vi strizza l'occhio, un terzo vi abbozza in un gesto una mirabolante tentazione... Dall'uscio socchiuso d'una casa una belt meticcia vi butta l'amo d'una mezza nudit provocante od una vecchia strega vi fissa lungamente come per dirvi: - Vieni e vedrai!
Si ha la sensazione fisica di muoversi nell'unto, di respirare un'aria lubrica, di sfiorare oggetti sudici ed anime sozze. La mimica donchisciottesca dei sollecitatori portoghesi, le smorfie dei meticci ed i salamelecchi dei cinesi danno al quadretto anche una intonazione comica di farsa. Sembra di diventare di punto in bianco personaggi di una commedia scollacciata e grassottella.
A destra dello sbarcatoio una strada sale all'antica "ciudad" portoghese costruita in altura, linda e composta come una vecchia dama che si sia ormai ritirata dalla vita mondana. A sinistra altre strade diramate a ventaglio menano al popoloso quartiere cinese.
Di giorno la citt antica riesce a sedurre qualche ospite di passaggio con la fama delle sue glorie e gli avanzi del suo fasto. Il "Palacio del Gobierno" e la sede del "Leal Senado" sfoggiano tutti gli orpelli venerandi e le poche gioie di famiglia per far concorrenza ai mercanti di volutt del borgo. Recentemente l'Amministrazione municipale ha fatto stirare ed inamidare le crinoline degli edifizi pi rappresentativi ed anche lustrare qualche corazza arrugginita dai secoli. In genere i "turisti" inglesi ed americani s'avviano regolarmente con aria risoluta e dignitosa verso il "Palacio del Gobierno". Sarebbe shocking mostrare d'essere sbarcati apposta per la Macao moderna. Ma alla prima traversa si fanno un dovere di piegare a sinistra e di raggiungere per una scorciatoia il quartiere delle delizie. Le guide, pratiche della "pruderie" anglo-sassone, aprono il passo e gli altri scivolano dietro, felicissimi di aver salvato le apparenze e di risparmiarsi una visita noiosa ai cimeli di Vasco de Gama. La lettura della Guida  pi che sufficiente per poter descrivere agli amici, al ritorno in patria, la nave ammiraglia del grande navigatore.
Di sera l'illustre Macao si appisola di buon'ora nella penombra, mentre la citt cinese accende tutte le sue torbide luci di Estremo Oriente e le sue sfolgoranti pubblicit luminose di stile americano.
Sullo scenario caleidoscopico lampeggia un'epigrafe di fuoco: Casa de Jogo, Via della Felicit! La scritta appare a scatti, alta nella notte, fiammeggiante come un faro, in rosso acceso, in verde violetto, in violetto carico, in giallo marcio a riflessi d'oro. Casa de Jogo, Via della Felicit! La si vede da lontano, assai prima che i vaporetti imbocchino il porto, torbido faro che illumina le tenebre del mare di Canton.
La clientela che ogni sera sbarca dai vaporetti sgattaiola lestamente negli stradini di sinistra che rutilano di globi e di vetrine scintillanti. La via centrale  tutta una sfilata di caff, di gioiellerie, di botteghe aperte fino a tardi, di Monti di Piet, di ristoranti, di bar, di music-halles. Orchestrine indiavolate ed organetti di Barberia accolgono gli ospiti notturni con uno strepito d'inferno. Le note languide dei vecchi valtzer si confondono coi ritmi accelerati dei fox-trot, l'acciottolo dei jazz-band col miagolio rabbioso delle estudiantine cinesi, i singhiozzi disperati dei violoncelli coreani con gli schianti delle fanfare giavanesi. Zucche vuote e tarabucche battono il tempo alla gazzarra frenetica.
Di qua, di l, s'aprono lunghe strade illuminate, con la teoria delle porte indicate da fanali rossi, gialli ed azzurri. Il rosso  il colore dell'amore, il giallo dell'oppio, l'azzurro della fortuna.
Macao, che fu la roccaforte della potenza europea in Estremo Oriente, la prima garitta dell'Occidente di guardia all'Asia gialla, centro per oltre tre secoli di tutti i traffici del Pacifico, archidiocesi principale del Cattolicesimo, ancoraggio delle flotte reali di Braganza, punto di partenza di imprese militari e di combinazioni diplomatiche  oggi la grande suburra di Hong-kong e di Canton, dove i ricchi cinesi del continente ed i cresi internazionali dell'isola trovano un baccanale organizzato in grande stile con tutti i vizi brutali dell'Occidente e tutte le raffinatezze perverse dell'Oriente, l'alcool e l'oppio, la "roulette" e il "bacn", la gozzoviglia e l'orgia turpe. Alle femmine di tutte le razze s'aggiungono i prodotti creoli e meticci delle strambe alcove di Macao. I vizi pi singolari sono accarezzati dallo spirito d'iniziativa di un esercito di specialisti che debbono incessantemente inventare qualche cosa per sedurre e turlupinare la clientela....

Io sono entrato invece a Macao per una porta secondaria di cui non si servono i "turisti", arrivandovi in automobile dall'Hiang-Can sulla lingua di terra che allaccia la penisoletta di Macao al resto della Cina. La citt mi s' presentata di dorso. Le vecchie spalle conservano ancora l'armatura guerriera dei secoli della potenza e della gloria.
Folgorava un luminoso mattino d'Estremo Oriente quando la macchina  passata rombando sotto l'Arco di Trionfo della Porta do Cerco, bagnata dal sangue del governatore Amarai assassinato dai cinesi. Dalla "fortaleza" di Mongha una pattuglia di soldati portoghesi scendeva la china al ritmo di una marcia guerriera. Sul forte di Guia tuonavano i cannoni in onore di una dreadnought giapponese. Per un momento mi  parso d'essere ancora al tempo dei capitani generali di Braganza e dei grandi ammiragli genovesi al servizio del Portogallo, del ligure Emanuele Pessagno, dei liguri fratelli Vivaldi scomparsi negli oceani... Breve illusione, che il doganiere stesso si  affrettato a fugare. Mentre applicava col gesso il "nulla osta" sui bagagli mi ha passato un cartoncino con l'indirizzo di una Casa de Jogo.
Sono contento per di aver scelto questa strada che  d'accordo con la storia: prima le vestigia della potenza che fu, poi lo spettacolo della decadenza che . Cos una impressione non canceller l'altra, e se domani il ricordo di Macao mi evocher bische e lupanari, mi rammenter anche la lapide di Alvaro Fernandez, il busto di Diego Gomez, il cippo di Fernando Po, i cimelii di Bartolomeo Diaz, l'avenida Vasco de Gama, la calle - bel termine veneziano - di Marco Polo.....
Le antiche glorie portoghesi sono sempre glorie latine che attestano la fecondit delle particelle di sangue romano innestate dalla citt formidabile nelle vene del mondo. Sono anche un po' gloria italiana, che italiani furono gli audaci pionieri dell'espansione coloniale portoghese, italiani quegli audacissimi navigatori che nel XIII e XIV secolo affrontarono per i primi i misteri dell'Atlantico battendo la bandiera del Portogallo, italiani gli esploratori delle Canarie e delle Azzorre, italiani gli organizzatori delle flotte di Re Dionigi, i conquistatori di Madera, gli amministratori di Porto Santo.
Autentiche glorie nostre, raramente ricordate dagli altri, ma impresse a caratteri incancellabili nel grande libro della storia dell'umanit!

Macao  sorella di Goa. Sono due citt di Cristo in terra d'Asia: ma Goa, destinata a rappresentare la Croce contro Brahma, Visn, Siva e tutti gli iddii terribili dell'India che possedevano eserciti di fanatici sempre pronti alla guerra e alla strage, Goa era tutta palazzi squadrati come fortezze e conventi turriti come castelli, irta di croci e di tabernacoli, raccolta intorno alla Basilica del Santo in una posa di vigilanza e di difesa.
Macao no! Macao non aveva contro la sua Croce che i piccoli Buddha ed i sorridenti filosofi della grande Cina. I forti vigilavano la terra ferma per proteggere la colonia dalle scorrerie dei briganti in rotta con la legge e dei briganti al servizio della legge cinese, ma oltre la cinta fortificata, la citt non ha aspetti bellicosi. Se gli edifizi governativi hanno l'esteriorit altezzosa dei personaggi ufficiali, il resto degli abitati  gaiamente meridionale, con facciate bianche e verdi, rosa e cilestrine, punteggiate dal verde delle persiane e dall'immancabile fioritura dei balconi. Quasi ci si crederebbe a Siviglia nella calle del Sol!
Solo gli alti portoni chiusi al tramonto e vigilati durante la notte dal "sereno" che canta per rassicurare gli inquilini, danno una fisionomia medievale alle strade in salita ed alle tortuose "calcadas". Se uno per non si contenta della prima impressione e s'intrufola negli stradini, ritrova il Medio Evo anche in pieno giorno. Certe viuzze incassate fra due file di case finiscono in un vicolo cieco e deserto che evoca i secoli. Si vede da una parte il muro merlato d'un convento sormontato da un mozzicone di garitta e rigato dai finestroni ad inferriata, dall'altra una muraglia slabbrata e senza aperture che butta fuori da un giardino centenario una fantastica mantiglia di rampicanti.
Lo spirito immagina dietro i muri antichi la dignitosa povert degli ultimi discendenti d'un ricco negoziante della Praia impoverito dalla concorrenza di Hongkong o d'un fiero ammiraglio delle flotte reali ridotto, pel crollo della potenza del Tago, a timbrare le bollette della Dogana... Ma, se un portone aperto permette di buttare lo sguardo nei "patios", si vede un formicolo di gialli. Se una finestra spalancata all'improvviso fa alzare gli occhi, si scorge il viso di porcellana di una "figlia del cielo". Allora ci si rammenta che a Macao i portoghesi sono solo mille e duecento contro centomila cinesi! Cinquemila meticci di diverse gradazioni rappresentano alla meglio la razza dominante.
Il numero dei bianchi s'assottiglia sempre pi, assorbito da Hongkong. Aumenta invece quello dei cinesi, i quali, non riuscendo pi ad alloggiarsi nel quartiere indigeno, hanno dato pian piano l'assalto alla citt portoghese comperando a suon di taels i vecchi palazzi nobiliari ed installandovisi coi loro paraventi ed i loro Buddha. Si ha l'impressione che la Cina stia riconquistando palmo a palmo coll'intrigo e col baratto la terra che gli eroi di Camoens conquistarono metro per metro a prezzo di gloria e di sangue contro gli eserciti sterminati dei mandarini di Pekino e che difesero con strenuo eroismo contro le flotte dell'Olanda e dell'Inghilterra.
L'anima cerca la cattedrale storica di San Paulo, la rivale della Basilica di Goa, e si meraviglia di non vedere sorgere sui tetti e sulle verande la cupola magnifica cantata da tanti poeti.
A forza di domandare a destra ed a sinistra si arriva dinanzi ad una maestosa scalinata di pietra e ad una facciata solenne. Ecco San Paulo! Sul frontone s'aprono tre porte a sesto acuto sormontate da due alti piloni e da un massiccio architrave. Fra un pilone e l'altro sono scavate cinque nicchie profonde listate da colonne potenti. Sul frontispizio si legge ancora: "Mater Dei". L'occhio va da un gigantesco Cristo mutilato al bassorilievo di una galea del XVI secolo che lotta colle tempeste, da un missionario crociato con la spada ad una Madonna straordinariamente guerriera che schiaccia il simbolico serpente rappresentato per l'occasione dal Dragone della Cina.
In alto un Paolo di Tarso in granito sporge un braccio muscoloso che impugna il Vangelo come una arme. Si riconosce l'apostolato guerresco di Francesco Saverio!
Entriamo per la porta di mezzo nella Basilica, ma la chiesa non c' pi.  sfumata nel tempo, come la potenza coloniale del Portogallo. Restano poche pietre, molte erbacce, una croce di ferro, gli sfondi azzurri del mare e del cielo...
San Paulo  solo una facciata rimasta tragicamente in piedi sulle macerie.
Mi soffermo fra queste pietre dominate dal silenzio e dalla morte. Sono solo. Chi sale ormai fin quass? Ascolto i rovi che trasaliscono al vento con un rumore secco d'ossame rimestato.
Il tramonto erge su Macao uno sgargiante baldacchino d'oro e di fuoco. Veramente sembra che una mano misteriosa abbia innalzato sulla facciata tragica una cupola straordinaria di rubini e di fiamme, coi ceri accesi dei mille Te Deum intonati all'indomani delle vittorie, coi colori dei dipinti preziosi incorniciati di mosaico che sbiancavano le tenebre delle cappelle, cogli ovali di fiammeggiante oro zecchino che facevano inorgoglire i fieri lusitani della potente e fastosa Macao...
Nella magnificenza del vespro orientale Macao riveste per un momento le porpore antiche. Mitragliati dal sole pare che i forti tuonino contro le quadre di Cornelis Van Dertzen e di lord Wellesley. Specialmente la "fortaleza" di San Francisco risponde con violente bordate di lampi ad un nemico invisibile che dalle profondit marine la tempesta d'obici e di vampe...
Il mare che riflette la gloria del cielo par di sangue intorno alla penisola; di sangue e d'oro; tutto il sangue delle battaglie e tutto l'oro dei mercati bollono nel rigurgito delle onde gonfie di vento. Le giunche cinesi che escono dal porto con le vele spiegate ed i draghi inarcati sui barcarizzi sembra che fuggano dinanzi ad un inseguimento. Sono forse le giunche del mandarino Tso-Tang incalzate dal naviglio di Lemos Faria? No, sono semplicemente i barconi della "fabbrica demaniale" che trasportano a Canton l'oppio ed il sale della settimana.
 l'ora in cui le mogli dei ricchi mercanti portoghesi che hanno "fonda" a Canton escono in carrozza sulla Piazza Grande, l'ora in cui i vaporetti di Hongkong incominciano a scaricare le frotte dei giuocatori, dei fumatori e dei cercatori d'amore...
Pian piano la statua di Camoens si ritira nell'ombra dei "bania" per non vedere... I forti ammainano la bandiera del Portogallo. E si accende l'epigrafe ardente della "Gasa de Jogo".

- Usted quiere oppio?
- La "casa giapponese"  a un passo!
- Roba privata, la pi bella creola di Macao...
- Al Gatto Rosso la "festa delle candele" nella sala degli specchi.
- Almco, Jntar con champagne... Cerar di ostriche e vecchio Oporto...
Ad ogni passo qualcuno offre i suoi servizi, raccomanda un indirizzo, stuzzica un desiderio, prospetta una volutt, schizza un quadretto, sussurra una parola misteriosa che vale tutto uno scenario. Sulla soglia dei ristoranti e dei negozi gli "accaparratores" tentano i passanti con larghi gesti e profondi inchini.
Entrate, entrate, pellegrini venuti d'Oriente e d'Occidente, poveri provinciali di Londra e di Parigi, disgraziati asceti di Montmartre e della Fifty Avenue! La vecchia Cina, maestra di tutte le sapienze, vi offre il fumo che trasporta in paradiso e lo spasimo che fa quasi morire. Se amate l'alcool generoso, il cinese Tin-Pig v'offrir un nettare d'agua ardiente ed un assenzio stravecchio di Giava insieme con una polvere bianca la quale permette di vuotare a ripetizione lo stomaco e di ricominciare a bere, a bere sempre, fino allo schianto! Se  il giuoco che v'affascina, ecco il "bacn" che vi centellina l'emozione goccia a goccia e vi fa torcere d'ansia! Se  la carne che vi seduce, la carne fina come seta, calda come fuoco, lubrica come olio, il vecchio So-Kong ha colto per voi i frutti pi saporiti d'Estremo Oriente, quelli ancora acerbi che stillano giovinezza e quelli ben maturi che quasi si spappolano in una agonia di magnificenza.
Entrate, entrate... Macao  il regno della Gioia. Qui si giuoca e si beve, si delira e si dimentica! Il capriccio non ha limiti, l'infamia trova compiacenze...
Dalle traverse meno illuminate grandi avvisi elettrici vi buttano negli occhi il loro appassionato richiamo: Casa de Jogo! Gambling House! Nuits de Chine! Quinta de Mantega!
Pi tentatori ancora sono gli avvisi cinesi dai caratteri misteriosi, che s'accendono e si spengono ad intervalli rapidi come lampi d'estate; i lampioni di seta, fiochi, torbidi, che fanno pensare ad equivoche penombre; le porte chiuse che aprono uno spiraglio al vostro passaggio e vi mostrano la carne che attende; le bische che promettono manciate di taels e pacchi di dollari; le fumerie che invitano al sogno dolce ed all'amore tormentato, le kang-i che imbastiscono raffinatezze, le case J-J che posseggono gli estratti di un millennio di perversit.
Da certi usci scaturiscono ondate d'oppio che v'avviluppano e quasi vi trattengono come una mano invisibile; da certe soglie escono sbuffi d'incensi che paiono linguate. Cento odori fermentano nei trivii. Pi la notte s'affonda pi la suburra si fa tentatrice. Le orchestre impazzano. Gli ubbriachi cantano e vomitano. I selciati stessi diventano viscidi. Gli "accapparradores" si fanno audaci e quasi violenti. Vi ficcano in tasca per forza la busta delle fotografie infallibili, vi cacciano in mano la cartina bianca che fa dimenticare le perdite e i guai.
Donne discinte escono dagli usci ad impossessarsi della vostra volont tentennante o della vostra ebbrezza che pi non comprende...: cortigiane d'Europa, femmine di Cina, musm del Giappone, creole di Manilla e di Giava, portoghesi di Macao e quelle torbide meticcie dalla pelle straordinariamente verde, che sembrano fatte di giada. .
Tutte ostentano gli ornamenti caratteristici della razza come un trofeo e s'avvolgono negli abbigliamenti nazionali come in una bandiera. Solo le europee no! Miserabili resti di chiss quali naufragi finiti nei fondali di Macao, hanno ritegno di dichiarare la loro origine. Avviluppano le sfiorite avvenenze in mantiglie di Manilla ed in "kimono" del Giappone, oggetto di piet pei bianchi che passano, di perversa seduzione per gli uomini di colore i quali forse immaginano di possedere in quel tristo carname le grandi stirpi dell'Ovest.
Nelle Casas de Jogo la passione accomuna gialli ed occidentali intorno ai tavoli del "bacn" e del"Fa-Tan". Entro un momento nella famosa bisca di Whon-Hang. Quattro numeri - 1, 2, 3 e 4 - accaparrano le poste dei giuocatori. Il "croupier" aspetta che i quadri siano colmi di taels, di dollari, di sterline e di piastre, le quattro monete riconosciute dai biscazzieri. Poi empie una tazza di sapeki e la rovescia sul tavolo. E conta i sapeki, quattro a quattro, con sapiente lentezza, riunendoli in tanti mucchiettini, mentre i colli si torcono per vedere, le anime fremono d'ansiet, e chi giuoca l'ultimo dollaro si sente svenire. Alla fine i sapeki che restano indicano il numero vincente: 1, 2, 3 o 4.
La "roulette" di Montecarlo  in confronto un giuoco di barbari. Faites vos jeux! La pallina trilla nella raggiera turbinante... Bastano pochi secondi per sapere se si ha guadagnato o se si ha perso. Il "Fa-Tan"  lungo, lento, doloroso. Vedete il mucchio dei sapeki che s'assottiglia, ma fino all'ultimo momento non sapete se i sapeki restanti saranno alla fine uno, due tre o quattro. Spesso il biscazziere si ferma e vi guarda beffardamente negli occhi mentre voi vi sdilinquite d'ansiet.
Intorno ai tavoli maledetti circolano gli "accapparradores", gli strozzini che conoscono vita, morte e miracoli di tutti i mercanti di Hongkong e di Canton, gli skettpings che sorvegliano i vincenti, per offrire ai fortunati tutte le gioie dello stomaco e dei sensi. Loschi figuri propongono agli stranieri frutti proibiti, false antichit, amuleti che rinfrancano le forze, feticci che incantano la fortuna. I sentori delle carni sudate si mescolano agli effluvii penetranti delle droghe, i risolini melliflui ai ghigni satanici.
Macao  un grande braciere di putredine acceso nella notte d'Oriente. Hongkong e Canton alimentano il tripode immondo col loro oro. Mille farfalle seducenti, mille falene dalle elitre d'oro vi si bruciano e vi s'inceneriscono.
La millenaria usanza cinese d'imbandire orgie e banchetti intorno alle tombe dei morti ha in Macao la sua massima affermazione. Intorno al cadavere della potenza coloniale e marittima del Portogallo cinesi ed anglo-sassoni allestiscono ogni notte crapule pantagrueliche. Si mangia, si beve, si giuoca, si fuma, si spasima, si delira, si vendono le figlie e le mogli. Ogni vizio ha la. sua carezza, ogni turpitudine il suo bacio infamante.
Verso l'alba i trivii puzzano come truogoli e le genti si fanno l'un l'altro ribrezzo. Le prime luci spengono i fuochi della notte, mettono in fuga i topi delle chiaviche ed i lombrichi delle fogne...
Allora la monumentale necropoli mostra i palazzi diseredati, il porto deserto, le mura smantellate, i forti senza cannoni, la Basilica senza tetto e senza pareti, i meticci senza nazionalit, gli imbecilli senza pi un soldo nelle tasche.
 l'ora in cui a Canton s'aprono le botteghe e le fabbriche ed il formicaio cinese riversa nelle strade le moltitudini industriose.
 l'ora in cui ad Hongkong gli urli delle sirene svegliano il porto, le giunche abbrivano, i vapori incominciano a mettere in moto i vnchs ed a scoperchiare i boccaporti.
Macao spossata dal bagordo s'addormenta nelle lenzuola del suo giaciglio dorato...
...
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...
FINE.